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In Drag me to hell Sam Raimi aggiorna l’horror al tempo dell’attuale “Grande depressione”
Probabilmente Sam Raimi era stufo di fare film seriali Luna rossa e baci in bocca. Voleva tornare a divertirsi con la cinepresa, come ai tempi del suo debutto, quando affidava il proprio futuro agli horror da tre soldi. Col senno di poi, dobbiamo ammettere che si trattava di una scommessa temeraria, poiché i registi che si specializzano in questi filoni finiscono per rimanere prigionieri. Ma per San Raimi la sorte fu diversa; non per mera fortuna, poiché il ragazzo aveva talento da vendere, del resto evidente già ne La casa, il film del suo esordio, che venne subito definito un “film di culto”, al punto di consentirgli due sequel, per passare poi a produzioni più impegnative, tra le quali spicca Soldi sporchi, un noir tra i migliori di tutta la storia del cinema. Raimi, dunque, è voluto tornare alle sue origini; ma con un’altra consapevolezza, con mezzi ben più cospicui e in altri ambienti: la linda periferia di Los Angeles, abitata da una borghesia benestante, attenta a conservare le proprie convenzioni, difendendole con la crudeltà e gli egoismi peculiari alla sua classe, specie quando il proprio benessere viene minacciato da una preoccupante crisi economica. Le banche a questo punto si trasformano in trappole; ai loro clienti viene rifiutato il rinnovo dei mutui; ha inizio così un conflitto all’insegna del motto mora tua, vita mera. La trovata di Drag me to hell, che non a caso significa “trascinami all’inferno”, sta nell’avere assegnato il ruolo del cliente che chiede il rinnovo del mutuo, a una vecchia zingara, la quale, visto che l’istituto di credito glielo rifiuta, invia all’impiegata una lamìa, un’antica maledizione, che avrà conseguenze terrificanti sulla vita della malcapitata. Il film di Raimi si presta a diverse interpretazioni. Quella che viene da formulare di primo acchito: Raimi voleva prendersi una vacanza intelligente, giocando con la cinepresa, spaventando il pubblico e, nel contempo, strizzandogli l’occhio, invitandolo a partecipare al gioco. Ma è un gioco, che volere o no, deve fare i conti con l’epoca e la realtà che lo circonda. Allora il film, come tutto il cinema americano e specialmente quello dell’orrore, diviene una metafora. Nella fattispecie della grande crisi economica. di Callisto Cosulich 18 settembre 2009
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