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Kurdistan, quale futuro Stampa E-mail
Dalle coste occidentali fino al confine con l’Iran: viaggio in un Paese che aspetta la soluzione al problema curdo tra scetticismo e paura. In attesa che la roadmap di Ocalan venga annunciata
di Annalena Di Giovanni

In Passato l’Eufrate il paesaggio si spoglia di tutto. Sulla strada di Diyarbakir non c’è più niente. Niente fabbriche, pochi villaggi, a tratti persino niente asfalto. Ankara è a solo un giorno di viaggio ma potrebbe essere su un altro pianeta. L’ingresso nel capoluogo del Kurdistan è improvviso, disfatto, pieno di polvere e cemento, battuto dalla canicola. Niente viali alberati e parchi, niente infrastrutture: Diyarbakir sembra messa lì per caso, provvisoria. Come se da un momento all’altro tutti i villaggi curdi evacuati a forza durante la guerra si fossero riversati qui, elevando palazzine e case popolari senza soluzione di continuità in mezzo a un altopiano che non aveva niente da offrire a nessuno. Il villaggio, a Diyarbakir è ovunque. Nelle file di pomodori stesi a essiccare a ogni finestra, negli uomini che dormono in terrazza aspettando il richiamo dei tamburi dell’alba per consumare l’ultimo pasto prima del digiuno di ramadan, è nelle vecchie sedute sulle porte e nelle donne velate, negli anziani che fumano narghilè nelle caffetterie e nelle strade piene di chiacchiere e ritmi di campagna. Ma anche la guerra è ovunque: le caserme dell’esercito costeggiano quasi tutti i viali e i carri armati passano di continuo. E pure, che qualcosa stia cambiando, sembrano crederlo tutti. Persino i soldati che pattugliano a centinaia la città durante la Giornata della pace, il primo settembre: se ne restano seduti tranquilli, i manganelli per terra, e sorseggiano thè sorridendo mentre le ragazze curde vestite da combattenti e le donne negli abiti tradizionali sfilano verso la moschea portando immagini del leader del Pkk, Abdullah Ocalan, e cartelli che invocano pace. Cartelli, peraltro, in turco: perché la guerra e la repressione, a Diyarbakir, hanno fatto sì che il curdo, lingua proibita, sparisse dai vocabolari delle nuove generazioni e che oggi in questa città ci fosse un 40 per cento della popolazione che sa soltanto il turco. «Sì alla pace», urlano i ragazzi portando bandiere gialle rosse e verdi. Sono i colori del Dtp, il partito che è riuscito a conquistare venti seggi nel Parlamento di Ankara per rappresentare il Pkk. E che alle ultime elezioni è riuscito a conquistare i voti di praticamente tutto il Sud Est curdo, dimostrando al governo centrale di Ankara che aggirare le loro richieste è, ancora una volta, impossibile.

Quando Ahmet Turk, leader del Dtp, prende la parola di fronte a un milione di curdi venuti per chiedere la pace e rivendicare i propri diritti, ha ben poco da dire. C’è un piano di pace, redatto da Ocalan, di cui nessuno può sapere niente. E soprattutto, c’è un avvenire incerto per tutti. Perché, se è certo che tutti vogliono la pace, non è chiaro cosa succederà dopo. Se fermati, sono gli anziani a rispondere per primi: «La pace non ci sarà mai e vedrai che l’esercito ci attaccherà di nuovo. Se ci fosse la pace, che ne sarebbe del Pkk? E comunque i turchi non ci lascerebbero mai rivedere i nostri ragazzi, i guerrieri barricati nelle montagne per sfuggire all’esercito. Noi siamo qui per sostenere il nostro leader Apo. Per il resto, i turchi non ci vogliono».

Smirne, una sera di settembre. Il vento annuncia l’arrivo dell’inverno, i turisti lasciano quella che un tempo era costa greca della Turchia dalla quale, nei turbolenti anni della formazione della Repubblica, la popolazione non musulmana - soprattutto greci e armeni ma anche 30mila ebrei - venne forzatamente evacuata verso l’Egeo. Di quella diversità, a Smirne, non c’è più traccia. Le fabbriche strangolano un centro urbano di quasi tre milioni di abitanti e le coste affacciate sull’Egeo sono territorio militare sotto controllo dell’aviazione turca. Al festival della pace duecento ragazzi ascoltano un gruppo che canta brani tradizionali curdi, finché non arriva il momento della chiusura. «Pashà, pashà, vedrete che prima o poi le pagherete tutte», cantano i ragazzi del pubblico, levandosi in piedi, il pugno alzato, contro le immagini dei generali del colpo di Stato del 1980 proiettate sul palco, mentre qualcuno fra di loro grida «da soli non possiamo farcela, ci salveremo soltanto uniti» e una ragazza risponde «non lasciamo siano i giudici a raccontarci la loro versione, che questa farsa di Ergenekon ci convinca che è tutto finito, i generali sono sempre là, e la verità la scopriremo solo dal basso». Seduto in disparte, Millet spiega: «Abbiamo organizzato questo festival perché speriamo che qualcosa stia cambiando  in Turchia e cerchiamo di fare la nostra parte ma non ci aspettiamo niente dalla classe politica. Siamo un coordinamento di associazioni municipali e sindacati, il festival è per diffondere l’idea di una pace coi curdi perché è ancora il nodo principale nel nostro Paese». Alle sue spalle, il manifesto dell’evento riporta la parola “pace” in curdo: fino al 2003, sarebbe stato sufficiente per una condanna, magari per attentato alla sicurezza nazionale. «Qui a Smirne», continua Millet, «il problema non è politico. È alla nostra gente che ci rivolgiamo. È per i nostri concittadini che l’argomento curdo è un tabù». Accanto a lui, Ahmet spiega: «A Smirne, la maggiornaza sono turchi bianchi. Laici, magari socialisti, ma profondamente nazionalisti. Per esempio i miei genitori sono di Pristina. Tecnicamente sono albanesi ed è quella la loro lingua. Ma quando arrivarono qui, trasferiti a forza per rimpiazzare i greci, erano parte di un progetto di “turchia ai turchi”, cioè a musulmani per giunta laici, dei quali si sono sentiti parte e testimonianza. Con loro, il resto di Smirne: chi veniva dalla Bosnia, chi da Lesvos o Creta, chi dal Caucaso. Oggi i loro discendenti si sentono l’avanguardia della turchia laica e nazionalista. Magari hanno parole di comprensione verso i greci, magari parlano di genocidio armeno. Ma quando si tratta di curdi, l’odio è palpabile. Anche soltanto per la questione religiosa: per loro, i curdi sono paesani fanatici che vanno in moschea tutti i giorni e che frenano il progresso culturale turco. E poi, naturalmente, la guerriglia del Pkk e le morti fra i ragazzi che sono partiti per fare il servizio militare a Est agita gli animi. Smirne è un caso limite: vista da qui, la pace coi curdi è impensabile. Ma ci stiamo lavorando, e senza aspettare che sia il governo a farlo per noi. Se sono ottimista? Sono di Smirne, conosco il nazionalismo turco e quanto sia difficile sradicarlo. Ma non per questo perdo di vista il fatto che qui niente sarà mai normale, finché ci sarà un popolo curdo privato dei propri diritti».

Van, confine con l’Iran.
Passate otto ore di mulattiera fra i monti che attraversano quella che un tempo era l’Armenia, quel che resta dell’altopiano subisce l’invasione dei carri armati, dei turisti iraniani e dei profughi azeri con uguale indifferenza. È la moschea a fare da padrona, e dei diritti dei curdi - o della pace - interessa poco a tutti. Fra centri commerciali e baracche di rom rifugiatisi nell’ultimo angolo del mondo, capita persino di incontrare qualche etnografo turco che sulla pace ha fin troppo da dire. Come Serdar, trent’anni: «I diritti dei curdi? quelli sono sacrosanti. Ma che non mi vengano a dire che sarà Ocalan a portare la pace. Un tempo il Pkk era un movimento che tutti ammiravamo. Poi è diventata una soap opera sul destino di Ocalan, che nel frattempo ha fatto fuori tutta la sinistra del suo partito. Per lui, il piano di pace è una compravendita della sua detenzione. I curdi hanno diritto a parlare la loro lingua, oggi, e hanno visto la loro autonomia culturale riconosciuta nei fatti. Hanno rinunciato a staccarsi dalla Turchia e quello che chiedono è sviluppo, infrastrutture e pari trattamento da parte dello Stato. Un tempo c’erano migliaia di Ocalan, curdi pronti a lottare per la propria gente. Oggi c’è un solo Ocalan e migliaia di curdi disposti a lottare per la sua incolumità come se fosse il loro re. Non mi stupirei di vederlo in Parlamento, fra qualche anno. E di vedere i curdi poveri come sempre, e i turchi anche. Sono sfiduciato. Qui gira una battuta: “Secondo te un lavoratore curdo è più solidale col suo capo curdo o con un lavoratore turco sfruttato quanto lui?”. Beh, quel che vedo da Istanbul a Van tutti i giorni è che i lavoratori curdi sono ancora solidali col loro padrone piuttosto che coi turchi. A Istanbul la mafia curda controlla i mendicanti e gli ambulanti venuti da Est, Ocalan lo sa, e il Pkk magari ci guadagna pure in fondi. Anche i lavoratori turchi, dal canto loro, hanno ancora paura di quest’altro popolo. E quello che chiedono i curdi, invece che i loro diritti, è la liberazione di Ocalan. Di questo passo nel mio Paese non cambierà mai niente. I curdi resteranno legati al villaggio, i turchi resteranno fondamentalmente razzisti. Ma quale pace». 

11 settembre 2009

 
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