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L’International finance corporation investe in progetti nei Paesi in via di sviluppo senza considerare rischi ambientali e sociali. Accade in Indonesia, dove le coltivazioni di palma da olio distruggono foreste e culture
Nel concedere finanziamenti per le coltivazioni di olio di palma in Indonesia, la Banca mondiale ha ignorato i propri standard di protezione ambientale e sociale. Lo denuncia un rapporto interno del Compliance advisor ombudsman, che ha analizzato i 200 milioni di dollari di prestiti concessi negli ultimi cinque anni dall’International finance corporation (Ifc), l’agenzia della Banca mondiale incaricata di promuovere investimenti privati, con caratteristiche di sostenibilità, nei Paesi in via di sviluppo.
Il rapporto critica l’Ifc, per aver consentito che pressioni di carattere commerciale influenzassero le sue decisioni nella concessione di quattro linee di finanziamento. «L’Ifc era a conoscenza da oltre vent’anni dell’esistenza di significativi problemi ambientali e sociali e dei rischi inerenti al settore dell’olio di palma in Indonesia», si legge nel rapporto. Nonostante ciò, «non ha sviluppato una strategia adeguata per affrontarli, coinvolgendo il settore dell’olio di palma». In assenza di ciò, «gli interessi commerciali hanno prevalso». La distruzione dilagante delle foreste, per far posto a piantagioni di palme da olio, ha fatto dell’Indonesia il terzo maggiore emettitore di gas serra al mondo. L’Ifc ha assistito a questa distruzione, come se ciò non avesse alcun impatto.
Il rapporto sottolinea che nel concedere i prestiti a Wilmar international, la maggiore società quotata al mondo nella produzione dell’olio di palma, l’Ifc non ha verificato le preoccupazioni espresse da organizzazioni non governative, come il britannico Forest people programme e diciannove organizzazioni della società civile e degli indigeni indonesiani, che avevano denunciato le politiche distruttive delle imprese che operano nella catena di approvvigionamento di questa società, in particolare la pratica di bruciare le foreste, per far spazio alle coltivazioni, e di sequestrare terre alle popolazioni indigene, soprattutto nelle isole di Borneo e di Sumatra. Anzi, rileva il rapporto, l’Ifc inserì questi prestiti nella categoria C, che indica i progetti che hanno poco o nessun impatto negativo a livello ambientale e sociale. Una classificazione che, in genere, viene riservata agli intermediari finanziari. «Per ogni investimento, si è consentito alle pressioni commerciali di prevalere. Le pressioni commerciali hanno dominato», afferma il rapporto. Ora, le Ong da cui era partita la denuncia hanno scritto al presidente della Banca mondiale, Robert Zoellick, chiedendo che i prestiti concessi siano congelati, mentre l’Ifc ha promesso l’adozione di una nuova politica entro tre mesi. di Beniamino Bonardi 11 settembre 2009
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