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Diamanti insanguinati, lo Zimbabwe la fa franca Stampa E-mail
Nonostante l’accertamento di «orribili violenze» contro i civili, per un cavillo il Paese africano evita lo stop alla vendita delle pietre preziose: «Non rientra tra chi finanzia gruppi armati per rovesciare il governo»  

Nonostante le gravi violazioni dei diritti umani accertate da più fonti, i diamanti insanguinati dello Zimbabwe continuano a essere sul mercato internazionale e paiono destinati a rimanervi. Da quasi tre anni, le miniere del distretto di Marange, nella parte orientale dello Zimbabwe, sono occupate dalle forze di polizia e dall’esercito, con la motivazione ufficiale di contrastare i minatori locali e assicurare maggiori entrate al governo, che deve fronteggiare una drammatica crisi economica e finanziaria del Paese. Nella realtà, questo si è tradotto in un’estesa catena di corruzione, contrabbando, illegalità, lavoro forzato e violenze nei confronti delle popolazioni locali, con oltre duecento morti. Dopo due rapporti della Ong Human rights watch, in luglio si è finalmente mosso il Kimberly process - il sistema internazionale di certificazione dei diamanti che riunisce 75 Paesi, rappresentanti dell’industria delle pietre preziose e organizzazioni non governative - che ha inviato una commissione d’indagine nei campi di diamanti di Marange. Il team investigativo ha accertato «orribili violenze» contro i civili e in un primo rapporto aveva chiesto il ritiro dell’esercito entro il 20 luglio e il ristabilimento della legalità, ventilando la minaccia di mettere al bando i diamanti dello Zimbabwe.

La scadenza è passata senza che nulla sia cambiato e ora il presidente di turno del Kimberly process, il ministro delle Miniere della Namibia, Bernhard Esau, ha escluso che lo Zimbabwe possa essere sospeso dal sistema internazionale di certificazione dei diamanti perché, come riferisce l’Integrated regional information network (Irin), «in base allo schema di certificazione del Kimberly process, si considerano diamanti insanguinati quelli utilizzati da movimenti ribelli o da loro alleati per finanziare gruppi armati che vogliono rovesciare governi legittimi. Nello Zimbabwe - ha dichiarato Esau - non c’è alcun conflitto armato, né coinvolgimento di eserciti ribelli. Quindi, i diamanti di Marange non rientrano nella definizione di diamanti insanguinati». Questa presa di posizione ha suscitato reazioni irritate all’interno del Kimberly process, tra cui quella del World diamond council (Wdc), l’organizzazione che rappresenta l’industria dei diamanti.
Il Kimberly process è stato istituito nel 2003, sotto l’egida dell’Onu, per arrestare e prevenire il commercio di diamanti provenienti da aree di conflitto. Tuttavia, dopo sei anni, contrabbando, riciclaggio di denaro e violazione dei diritti umani sono ancora molto diffusi, in particolare in Zimbabwe, Libano, Guinea e Venezuela.

di Beniamino Bonardi

4 settembre 2009

 
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