Il 30 agosto il Partito democratico nipponico sfida il dominio dei liberaldemocratici, che regnano ininterrottamente da oltre 50 anni. Sullo sfondo la più grave crisi recessiva dal secondo dopoguerra di Paolo Tosatti
«Un cambiamento sismico nel panorama politico». Nelle sue parole Yukio Hatoyama, il leader del Minshuto, il partito democratico del Giappone (Dpj), già pregusta una storica vittoria annunciata da analisti e sondaggi ai danni del Jiminto, il Partito liberaldemocratico (Pld) dell’attuale premier Taro Aso. L’ultimo rilevamento degli umori elettorali, diffuso nello scorso weekend dal Mainichi Shimbun, attribuisce ai Democratici un potenziale record: la maggioranza qualificata alla Shugi-in, la Camera bassa, che li porterebbe a occupare 300 dei 480 seggi disponibili e a doppiare i 150 potenziali accreditati ai Liberaldemocratici. Una posizione di incredibile vantaggio, considerato che nel sistema parlamentare nipponico, basato su un bicameralismo imperfetto, il governo può rimanere in carica anche solo con la fiducia dello Shugi-in, che può approvare il bilancio dello Stato e, con una maggioranza dei due terzi, anche le leggi ordinarie che siano state respinte dall’altro ramo del Parlamento, il Sangi-in. Se le previsioni dovessero trovare conferma, il DpJ potrebbe così ribaltare il risultato elettorale del 2005, quando la coalizione formata da Pld e New komeito party (Nkp) conquistò i due terzi dei seggi, arrivando a quota 331, grazie al carisma e alla saggezza politica dell’ex premier Junichiro Koizumi. Facendo leva sugli appelli alle riforme e al cambiamento, l’accorto leader riuscì nel 2005 a sfilare all’opposizione importanti argomenti di contestazione, trasformandoli in armi in grado di sostenerlo in quella che divenne un corsa solitaria verso la vittoria. Nei quattro anni trascorsi, però, il sostegno popolare di cui godevano i Democratici si è notevolmente logorato a seguito di una serie di scandali ed errori politici, cui si è aggiunta una delle peggiori crisi economiche mai affrontate dal Sol Levante.
«Oggi il Giappone è titubante. È vero che i Democratici guadagnano consensi e che il premier Taro Aso continua a perdere popolarità (la sua fama di inguaribile gaffeur è stata confermata pochi giorni fa, quando davanti a una folla di studenti, il premier ha invitato i «giovani con pochi soldi» a non sposarsi, ndr), ma non bisogna dimenticare che ci sono ancora moltissimi indecisi», spiega il professor Paolo Puddinu, professore di Storia e istituzioni dell’Asia all’università di Sassari. «Per capire il complesso quadro politico nipponico si deve entrare nella mentalità dei giapponesi, che certamente non credono in una democrazia in cui vince il 51 per cento e il 49 sta all’opposizione. Quello che a loro interessa è il raggiungimento di un equilibrio, di un’armonia». Un bilanciamento che però è spesso mancato, travolto da un’instabilità politica che nell’era post Koizumi ha portato gli esecutivi a cadere ogni 10-12 mesi. «Il Partito liberaldemocratico è stato fondato nel 1955 e ha saputo risollevare un Paese completamente a terra, trasformandolo in poche decine di anni in uno degli attori fondamentali della scena globale», prosegue il professore. «È stato il Pld l’artefice dello sviluppo economico, sociale e culturale che ha portato il Giappone nel club delle grandi potenze e non è affatto scontato che gli elettori vogliano abbandonare la via vecchia per la nuova». Il Minshuto ha ancora qualche asso nella manica, come il più grande piano di stimoli all’economia della storia del Paese, varato nei mesi scorsi da un governo che ha messo in campo risorse pari al 4 per cento del Pil per combattere la crisi. Ma se l’asso non manca, lo stesso non si può dire di Aso, la cui popolarità cala costantemente negli ultimi mesi, fino a toccare picchi negativi raramente raggiunti dai leader nipponici. Inoltre, in questo momento, il Sol Levante è alle prese con quella che gli economisti considerano la peggiore recessione dal dopoguerra: il Pil è tornato a salire ad aprile-giugno dello 0,9 per cento, per la prima volta in cinque trimestri ma la Bank of Japan ha immediatamente messo in guardia dai facili entusiasmi, sottolineando che si tratta di «una ripresa ancora fragile» e che vi sono ancora forti timori sulle performance delle esportazioni. Secondo le stime dell’Ocse, inoltre, il debito giapponese, alimentato da un deficit che toccherà il 10 per cento nel 2010, è destinato a superare a breve il 200 per cento, mentre la disoccupazione supererà il 5.
«Qualcuno vede nell’attuale fase un nuovo Meiji jidai, una nuova epoca Meiji», spiega il professor Puddinu. «Nel Periodo del regno illuminato, come viene chiamato in Giappone, l’imperatore Meiji si trovò a decidere del destino del suo antico regno, intraprendendo una serie di riforme a livello politico, sociale ed economico che svecchiarono notevolmente il cristallizzato Paese. Oggi il Sol Levante si trova a percorrere una strada analoga». Uno dei principali problemi che affligge l’arcipelago nipponico è proprio quello della popolazione in rapido invecchiamento. Secondo quanto riportato dall’Asahi Shimbun, il rapporto tra lavoratori e anziani era di 3,3 a 1 nel 2005 ma le proiezioni lo danno di 1,3 a 1 nel 2055. Si calcola che attualmente un settantenne percepisca in media, dal momento della pensione fino alla morte, un attivo di 15 milioni di yen (circa 110mila euro) sui contributi versati nella propria vita lavorativa; sic stantibus rebus, un ventenne avrà invece a 70 anni un passivo di 25 milioni di yen (più o meno 185mila euro). Un trend insostenibile. In queste circostanze i candidati di entrambi gli schieramenti mirano a ottenere l’appoggio degli ultrasessantenni e i temi della sanità e delle pensioni sono diventati il principale campo di battaglia. Il Partito liberaldemocratico ha varato diversi programmi a vantaggio degli anziani, malgrado il pesante deficit di bilancio. E il Partito democratico non è certo stato a guardare, proponendo un sussidio di 26mila yen (190 euro) per ogni nuovo nato e l’aumento di 1.000 yen (7,5 euro) l’ora sul salario minimo. Nel suo programma il Dpj promette anche la lotta ai burocrati, detentori di forti poteri e privilegi, maggiore attenzione alle piccole e medie imprese e alle famiglie, con ampi sgravi fiscali, l’impegno a tener ferma l’Iva sui consumi al 5 per cento per i prossimi quattro anni e un assegno mensile di 26mila yen (200 euro) per ogni bambino nato, oltre alla scuola gratuita. Al di là dei programmi, però, quello che interessa ai giapponesi è una gestione del potere capace di condurre il Paese fuori dalla crisi economica in cui è precipitato. Nell’incertezza dei risultato, certo un compito non facile. 28 agosto 2009
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