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Afghanistan, aspettando il futuro Stampa E-mail
A Kabul si attende di sapere chi sarà il prossimo presidente. Senza troppe illusioni che possa risolvere i problemi del Paese, almeno finché resteranno le truppe straniere
di Giuliano Battiston da Herat

«Americani, inglesi, italiani, tedeschi, pakistani. Vi siete tutti affrettati a encomiarci per aver votato nonostante le minacce dei talebani. Ma il coraggio vero in Afghanistan è un altro», sostiene con foga Muqim, commerciante di Herat, principale città dell’Afghanistan occidentale. «Ed è quello di pensare al futuro senza restarne terrorizzati.Forse non sarò abbastanza coraggioso», continua Muqim mentre sistema con cura frutta e verdura nel negozio, «ma quando immagino il mio futuro mi viene subito da pensare che, se ne avessi l’opportunità, scapperei dall’Afghanistan in questo preciso istante». Concluso il tormentato periodo elettorale, e in attesa di sapere se a governare il Paese centro asiatico nei prossimi anni sarà il presidente uscente Hamid Karzai o l’ex ministro degli Esteri Abdullah Abdullah, i problemi quotidiani tornano a occupare la mente degli afgani. E la disillusione per la ricostruzione che stenta a ripartire, provvisoriamente assorbita dalla frenesia elettorale, ricomincia ad agitarne i sogni. Del resto, in un Paese dove buona parte della popolazione non ha accesso all’elettricità e che in quanto a corruzione, secondo Transparency international, si colloca al 176esimo posto su 180, i motivi per essere preoccupati sono tanti. E non potranno essere risolti né da Karzai né dal “dottor Abdullah”. Perché entrambi legati «a un vecchio modo di fare politica, che privilegia le alleanze tattiche, gli accordi provvisori e le ragioni di parte rispetto all’interesse nazionale», ci spiega il giornalista pachistano Ahmed Rashid, tra i più autorevoli esperti di movimenti islamisti e di geopolitica dell’Asia centrale.

Un modo di fare politica che avrebbe trattenuto o represso le energie del Paese, e a cui i giovani «che vogliono democrazia e cambiamenti significativi e che rappresentano il 70 per cento degli afgani, non sono più interessati». Tra quella percentuale di giovani che ambiscono a costruire un Afghanistan diverso, che conceda opportunità anziché amputare le ambizioni personali e la voglia di partecipazione, c’è Ajmal Samadi, giovane ricercatore e direttore dell’Afghanistan rights monitor, un istituto di ricerca che si occupa di promuovere la cultura del diritto. Il compito, ammette Samadi, è estremamente complicato. «Soprattutto in una società ancora dominata da coloro che negli anni passati l’hanno devastata», quei signori della guerra che «non hanno alcuna fiducia nelle istituzioni democratiche, che hanno impedito in tutti i modi che la democrazia si affermasse e che continueranno a farlo». E ai quali i due principali candidati alla presidenza hanno pensato bene di chiedere aiuto nel corso della campagna elettorale. In una situazione del genere, sostiene Samadi, «c’è poco da sperare nell’affermazione delle forze democratiche della società civile». E molto da temere. Sigbatullah, studente tagiko incontrato a Kunduz, capoluogo dell’omonima provincia nel Nord dell’Afghanistan, teme in particolare «la nuova ondata di scontri tra il governo e i talebani». Dopo aver concentrato le loro attenzioni altrove, da qualche tempo a questa parte infatti i seguaci del mullah Omar hanno deciso di farsi sentire anche in quest’area. Con attacchi, lanci di razzi e operazioni mirate. Che preoccupano la popolazione. E ancora di più i gestori della 7daysguesthouse, il cui pensiero principale è l’incolumità della propria clientela. Composta soprattutto da uomini dai volti pallidi e dalle braccia tatuate e muscolose - contractors e “consulenti per la sicurezza” - le cui tasche si gonfiano di dollari in proporzione alla durata della guerra.

Se gli ospiti della guesthouse sperano in un lungo e lucroso conflitto, altrove invece ci si domanda come porre fine allo stillicidio quotidiano di soldati, militanti e civili. E mentre procedono le operazioni militari, nei salotti diplomatici si intensificano gli interrogativi sull’efficacia di una strategia che, per ora, non ha portato risultati concreti. E che anzi sembra aver aumentato l’aggressività e la spregiudicatezza degli uomini con turbante e kalashnikov, come ha dovuto ammettere perfino il generale Stanley McChrystal, comandante delle forze Usa e Nato/Isaf in Afghanistan, da cui si attende nelle prossime settimane un rapporto sulla situazione. Non è un caso, dunque, che in campagna elettorale si sia parlato soprattutto di “riconciliazione nazionale”. Già negli anni passati il presidente Karzai aveva alluso alla necessità di un piano che portasse al tavolo negoziale tutte le forze di opposizione, compreso il movimento talebano e quello capeggiato dal sanguinario Gulbuddin Hekmatyar, ex primo ministro afgano quando i mujahedin conquistarono Kabul e fondatore del partito islamista Hezb-e Islami. E si era spinto fino a dichiararsi pronto a proteggere personalmente il mullah Omar dalle truppe straniere nel caso avesse accettato di partecipare ai negoziati. Dapprima osteggiata dalle cancellerie occidentali, l’idea della trattativa sembra oggi tornare di moda. E viene sostenuta dagli attori che contano.

In primo luogo gli Stati Uniti, che per bocca dello stesso presidente Obama hanno fatto sapere che non ci sarà pace senza riconciliazione. Mentre nei giorni scorsi sono stati il ministro degli Esteri inglese, David Milband, e poi il generale David Petraeus, capo dello United states central command, a dare il via libera ai colloqui con i talebani. Che d’altronde non sono mai venuti meno. E che per Haroun Mir continueranno a essere inutili. Già assistente del comandante Massud e ora direttore dell’Afghanistan center for research and policy studies di Kabul, Mir è convinto che  tutti i candidati, da Karzai ad Abdullah, dall’ex ministro delle Finanze Ashraf Ghani alla candidata Shala Ata, abbiano parlato di riconciliazione nazionale solo per ottenere il voto degli afgani, stanchi di vedere altro sangue. Ma si tratterebbe di parole vuote, perché «nessuno finora è stato capace di portare i talebani al tavolo delle trattative. Anche gli inglesi - ci spiega Mir nel suo ufficio - hanno avuto colloqui segreti con i comandanti talebani nell’Helmand, ma senza ottenerne nulla». Probabilmente anche nel prossimo futuro le cose non cambieranno, visto che «non esiste una strategia precisa, né si conoscono le vere intenzioni dei talebani». Che per ora, in posizione di forza rispetto al vulnerabile governo afghano, non avrebbero alcuna intenzione di negoziare. Nonostante lo scetticismo di Haroun Mir, gli afgani sperano che questa sia la volta buona per trovare un po’ di pace, e per liberarsi di presenze divenute troppo ingombranti. Perché, come sostiene Siddiq, che vende tessuti lungo la via principale del bazaar della città vecchia di Faizabad, capoluogo della provincia nord-orientale del Badakshan, «se si riuscisse a trovare un compromesso coi talebani, forse potremmo anche stabilire, una volta per tutte, una data certa per il ritiro delle truppe straniere». Liberando il Paese dalla furia dei talebani. E senza che resti prigioniero a vita della “protezione” internazionale.

28 agosto 2009

 
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