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I prof di religione non danno voti Stampa E-mail
Ancora disinformazione sul credito formativo. La Gelmini vara il Regolamento sulla valutazione ma in sostanza questo è simile alla sentenza del Tar del 17 luglio
di Donatella Coccoli

Religione a scuola sì, oppure no? La questione è sempre più viva nel dibattito politico e culturale.  E questo in un clima generale in cui la laicità dello Stato e i diritti di tutti i cittadini sono sì messi a dura prova, ma al contempo, per fortuna, registrando prese di posizione più marcate che nel passato. Ma veniamo ai fatti. La scorsa settimana il ministro Gelmini ha varato il nuovo Regolamento sulla valutazione scolastica degli studenti. E i giornali hanno riportato la notizia titolando sui prof di religione che riacquisterebbero la possibilità di contribuire al credito formativo. Sarebbe stata dunque annullata la sentenza del Tar del Lazio che il 17 luglio aveva decretato l’illegittimità delle ordinanze del ministro Fioroni prima e del ministro Gelmini dopo perché discriminanti nei confronti degli studenti di altre confessioni religiose o dei non credenti che si avvalgono della materia alternativa. Ma le cose non stanno proprio così. C’è comunque poca chiarezza, come sottolinea una nota della Consulta romana per la laicità delle istituzioni, artefice, ricordiamo, di uno dei due ricorsi dinanzi al Tribunale amministrativo laziale. «Le affermazioni - si legge - di esponenti del ministero dell’Istruzione o dello staff del ministro per un verso appaiono come un’ennesima maldestra genuflessione e per altro verso contribuiscono ad aumentare la confusione piuttosto che a chiarire le modalità di svolgimento degli scrutini».

Come valutare dunque il Regolamento?
Intanto, come sostiene l’avvocato Mario Di Carlo della Consulta romana, una sentenza del Tar può essere annullata soltanto da un pronunciamento del Consiglio di Stato e finora addirittura «non risulterebbe che il ministero abbia presentato il ricorso». Scendendo poi nei dettagli, tra quanto sostiene il Regolamento e la sentenza del Tar tanta differenza non c’è, quindi i prof di religione non riacquistano la possibilità di dare un voto agli scrutini per gli esami di Stato. Come sostiene la Consulta «il Regolamento sembra riportare le lancette a prima delle ordinanze dei ministri Fioroni (nn. 26/07 e 30/08) e Gelmini (n. 40/09), così come fa anche la sentenza del Tar». E quindi «gli insegnanti di Irc partecipano agli scrutini degli alunni che si avvalgono dell’insegnamento in una posizione peculiare e senza attribuire un voto, poiché per l’insegnamento della religione cattolica, in luogo di voti e di esami, viene redatta a cura del docente una speciale nota riguardante l’interesse con il quale l’alunno segue l’insegnamento e il profitto che ne trae (quindi partecipano “non-a-pieno-titolo”)». Semmai la discriminante adesso è non tanto per gli studenti ma per gli insegnanti delle materie alternative che, secondo l’articolo 6 del Regolamento, non figurano agli scrutini finali.
«Ora il ministero - continua Di Carlo - deve fare chiarezza anche per quello che è stato detto in termini mediatici, anche se quello che hanno detto i giornali, purtroppo, non mi stupisce più di tanto». E le prossime mosse della Consulta? Si potrebbe profilare anche l’ipotesi di ricorrere contro il Regolamento. Infine, il dibattito culturale. Lunedì 24 agosto sulla Repubblica Giancarlo Bosetti ha sottolineato la necessità dell’insegnamento di tutte le religioni, dovuta al grande numero di immigrati nel nostro Paese, 5 milioni, di cui i figli, in alcune zone, rappresentano anche il 10-12 per cento della popolazione scolastica. «Sotto l’aspetto culturale - afferma Di Carlo - sono contrario alla microbalcanizzazione della scuola per cui ognuno ha la sua religione, da qui deriva un comunitarismo deleterio poco proficuo per l’integrazione. Viceversa ha una sua ragionevolezza l’approccio critico attraverso la storia delle religioni o antropologia culturale, cioè discipline settoriali, per cui, come è successo a me, a filosofia ho studiato San Tommaso d’Aquino. E comunque - conclude Di Carlo - per l’obbligatorietà dell’insegnamento di tutte le religioni, occorre una revisione degli accordi concordatari, non basta un Regolamento».

28 agosto 2009

 
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