Baghdad ha dato il via alla prima asta per la privatizzazione delle risorse. Ma fra multinazionali che premono, sindacati che scioperano e governo in calo di gradimento, la corsa al barile si è chiusa ancora prima di cominciare di Annalena Di Giovanni
È andata male a tutti. Al governo di Baghdad, che non è riuscito a piazzare i contratti agli stranieri ma neanche a convincere gli iracheni a digerire la privatizzazione del petrolio. Alle multinazionali (British petroleum, Shell, Exxon, Cnpc, Eni, Total), che quei pozzi iracheni non riusciranno ad averli neanche stavolta e che, per giunta, atterrando a Baghdad per la prima volta in 40 anni sono state accolte da una tempesta di sabbia. E, ancora una volta, all’avventura Usa in Medioriente. Anni di sanzioni, un embargo sugli idrocarburi, e infine l’invasione nel 2003. Poi un cambio di regime, la trasformazione dell’Iraq nel cortile di ogni gruppo jihadista mediorientale, la balcanizzazione del Paese fino quasi alla guerra civile, 100mila civili morti, 4.329 soldati americani caduti e sei anni di guerra per aggiudicarsi la terza riserva mondiale di idrocarburi. Ma alla fine della corsa, quel 30 di giugno 2009, mentre le truppe americane si ritiravano da Baghdad e la prima asta petrolifera da quarant’anni a questa parte apriva l’oro nero iracheno al saccheggio delle multinazionali, il gran giorno si è concluso prima di iniziare. Sepolto un vento caldo gonfio di sabbia.
L’Iraq costa troppo. Le multinazionali non si aspettavano le condizioni proibitive proposte dal ministro del Petrolio Hussein Shahristani, e hanno lasciato l’asta non appena è stato chiaro che il massimo di profitto che si poteva trarre da 20 anni di investimenti sulle infrastrutture petrolchimiche irachene era un magro 1 per cento del totale. Soltanto la British petroleum è emersa, come si suol dire, con l’osso in bocca: per i prossimi 20 anni potrà gestire i 18 miliardi di barili di greggio di Rumeila, il più grande giacimento di tutto l’Iraq. Le condizioni sono da fame: alla multinazionale toccheranno due dollari per ogni barile estratto di qui al 2030. Anche se nella futura corsa globale alle ultime riserve avere un piede in Iraq alzerà di certo le quotazioni del colosso Bp, probabilmente persino Rumeila era destinata a rimanere invenduta. Ma dietro alla Bp c’era un partner pronto a tutto, la cinese Cnpc. Segno che le regole del mercato stanno cambiando grazie ai capitali asiatici: l’importante non è più avere il petrolio a basso prezzo, quanto piuttosto avercelo e basta. E in questo, per mandare avanti le proprie fabbriche, la Cina è disposta a pagare qualsiasi cifra e in contanti.
Gestire i giacimenti non sarebbe comunque stato facile: da sindacati a compagnie nazionali, erano tutti pronti a incrociare le braccia. A cominciare da Bassora, principale terminal del traffico petrolifero e sede del grosso delle riserve: l’irachena South oil company (Soc) si è opposta fino all’ultimo alla privatizzazione dell’unica risorsa economica del Paese e all’ingresso delle multinazionali. Per Exxon, Shell, Eni e Total si sarebbe trattato di confrontarsi con una forza lavoro in perenne sciopero e una cerchia di direttori locali pronti a mobilitare il Parlamento ogni due giorni. Ne sa qualcosa Shahristani: da due anni la legge sul petrolio è ferma grazie all’opposizione di un fronte di deputati. Secondo fonti riservate, la battaglia fra compagnie nazionali, sindacati e ministero del Petrolio non ha fatto che screditare Shahristani al punto che le compagnie adesso cercano di trattare direttamente con l’ufficio del premier Nuri al Maliki. Il quale, trovandosi di fronte a un futuro politico sempre più incerto vista la vicinanza con le elezioni, è pronto a tutto. Il premier ha fretta di concludere qualcosa, e i partner stranieri lo sanno. Non a caso il ministro del Petrolio russo, Yuri Shafranik, a maggio si è recato non dal collega Shahristani quanto piuttosto di direttamente da Al Maliki per assicurare al Cremlino l’intesa energetica sul giacimento di Rafidain. E Rafidyin è stato prontamente decurtato dalla lista di pozzi in ballo all’asta di giugno. Una questione di passaggi: dei giacimenti all’asta decide il ministero. Il resto, dipende da “accordi bilaterali”. In pratica, affari di Al Maliki. Una procedura adottata non soltanto per Rafidayin ma anche per Nassiriya: dopo l’interessamento espresso da un consorzio a conduzione giapponese, composto dall’italiana Eni e dalla spagnola Repsol Ypf, Nassiriya è stata anch’essa misteriosamente decurtata. Se ne riparlerà dopo la tarda estate. In privato, da al Maliki. Non succederebbe in Italia, in Spagna o in Inghilterra ma può andar bene in un Paese sotto occupazione.
L’avventura irachena si è conclusa così, il 30 giugno 2009. Il Paese celebrava la Giornata della sovranità nazionale, annunciando la dipartita delle truppe irachene. Dipartita mai avvenuta visto che le truppe di Washington si sono semplicemente barricate - ben 130mila soldati - fuori città, lontane dalla vista, riservandosi il diritto di intervenire comunque nel caso esercito iracheno e “contractor” mercenari al di fuori di ogni regola di ingaggio non riescano a tutelare abbastanza l’insediamento delle multinazionali straniere. Intanto il primo governo ufficialmente eletto in Iraq batteva la prima asta sulle sue risorse energetiche, ostacolata da una tempesta di sabbia quantomeno emblematica, e poi conclusasi con un niente di fatto, visto che tanto la torta petrolifera si spartirà in ben altre stanze. La farsa irachena sembra non finire mai. 24 luglio 2009
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