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I servitori infedeli nell’era delle stragi Stampa E-mail
Esistono differenze inquietanti fra l’attentato di Capaci e quello di via D’Amelio. Del primo si conosce quasi tutto, del secondo non si sa neppure chi ha premuto il telecomando che ha innescato la bomba. E sullo sfondo compaiono i servizi e pezzi di Stato
di Pietro Orsatti

Palermo è deserta mentre si commemora “dal basso”, impedendo le cerimonie ufficiali, il diciassettesimo anniversario della strage di via D’Amelio grazie all’iniziativa di Salvatore Borsellino. Vuota ma non per questo inerte, anzi. Qualcosa sta succedendo. Qualcosa di talmente tanto grave da smuovere addirittura Totò Riina che, per la seconda volta da quando è stato arrestato nel ’93 (la prima durante un’udienza chiedendo la soppressione della legislazione sui pentiti), parla apertamente da capo di Cosa nostra. «L’hanno ammazzato loro - ha dichiarato al suo legale, l’avvocato Luca Cianferoni -. Lo può dire tranquillamente a tutti, anche ai giornalisti. Io sono stanco di fare il parafulmine d’Italia». Il “loro” è un pezzo (o più pezzi) dello Stato, l’“ammazzato” è Paolo Borsellino, e lui, probabilmente, nel momento in cui apertamente parla di se stesso come riferimento della mafia siciliana, potrebbe non esserne più la guida. Si è aperta, proprio in coincidenza del diciassettesimo anniversario della strage di via D’Amelio, la successione al “capo dei capi”? Questa è una delle ipotesi sul tappeto, che gli stessi investigatori si sono posti. Che Cosa nostra stia cercando di trovare una via di uscita dalla strettoia di ritrovarsi gran parte del “consiglio di amministrazione della mafia spa” (la cupola) in galera in regime di 41 bis non è una novità. L’operazione “Perseo” dello scorso anno lo ha dimostrato: c’era chi stava tentando di rimettere in piedi la commissione provinciale di Palermo di Cosa nostra. Che il tentativo sia fallito grazie all’azione della magistratura e della polizia giudiziaria non significa che non continui a sentirsi da parte dell’organizzazione l’esigenza di un rinnovamento. Riina parla nel giorno dell’anniversario ma probabilmente non parla di quell’argomento, e i destinatari sono ben altri. Capire quale sia il reale messaggio e a chi sia diretto è compito ora degli inquirenti. Di certo il tempismo è impressionante, ma si sa, Cosa nostra ha un ottimo ufficio stampa.

«Diciamocelo onestamente, la cosa più sorprendente è che certi nomi non siano ancora stati inseriti nel registro degli indagati». I nomi sono quelli di alcuni “servitori dello Stato infedeli”. E la voce, o meglio il giudizio, circola, insistente, a Palermo. Non solo fra i tanti sostenitori del movimento antimafia che si è dato appuntamento in Sicilia in questi giorni ma anche fra esperti e avvocati, inquirenti e funzionari di polizia. Perché non c’era certo bisogno delle tardive, e “pelose”, dichiarazioni di Totò Riina dal carcere di Opera per riaprire sospetti sulle stragi del ’92. Anzi su una strage specifica, quella di via D’Amelio dove persero la vita Paolo Borsellino e gli agenti di scorta Emanuela Loi, Eddie Walter Cosina, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina, di sospetti ce ne sono tanti fin dalle prime ore dopo l’esplosione. Una strage di cui, dopo ben tre processi, non si conoscono gli esecutori materiali, non si sa da chi e da dove venne azionato il telecomando che fece esplodere la 126 rubata e posizionata davanti al portone dell’abitazione della madre e della sorella di Paolo Borsellino. Si sa che fra la strage di Capaci, quella dove persero la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della sua scorta, e quella di via D’Amelio le differenze ci sono e sono tante. La prima, il tipo di esplosivo, differente sia per qualità che per possibile origine. A Capaci, Tnt (probabilmente “corretto” con polvere di magnesio o alluminio) giunto attraverso un canale jugoslavo. A via D’Amelio, Sintex, esplosivo esplicitamente di origine militare molto più sofisticato e di cui non si conoscerebbe con esattezza l’origine. Anche il coinvolgimento di uomini di onore di spicco nell’esecuzione materiale della strage di maggio (ad esempio Brusca) e di uomini di secondo piano, invece, in quella di luglio, sottolineano le differenze fra i due eventi. E poi c’è castel Utveggio, la presenza dei servizi nell’edificio che domina via D’Amelio da Monte Pellegrino, sede di un ente regionale, il Cerisde, e anche, all’epoca, di un ufficio facente probabilmente capo al Sisde di Bruno Contrada, che a pochi secondi dall’esplosione ricevette proprio da castel Utveggio una telefonata. Personaggio di tutto rispetto, Contrada è stato capo della Mobile e della Criminalpol di Palermo, numero tre del Sisde con delega al dipartimento specifico sulla criminalità organizzata. Arrestato nel dicembre 1992, è stato indicato come colluso (e complice) di Cosa nostra e “ufficiale di collegamento” fra pezzi dello Stato e l’organizzazione mafiosa, da decine di testimoni e una ventina di pentiti. E pochi secondi dopo la strage riceve, mentre è in gita in barca, una telefonata. Probabilmente è stato uno dei primi a sapere che via D’Amelio si era trasformata in una strada di Beirut ai tempi della guerra civile.

Che Bruno Contrada fosse informato della strage alcuni minuti prima della polizia e dei carabinieri (che arrivarono in via D’Amelio circa 15 minuti dopo l’attentato), non è la sola anomalia di questa storia così diversa dalla strage di Capaci. C’è anche quella valigetta contenente un’agenda rossa (dove Borsellino annotava quotidianamente gli eventi e le riflessioni del suo lavoro) che fa avanti e indietro sul luogo della strage, parte probabilmente piena e torna indietro evidentemente vuota. Portata a passeggio, la valigetta, da un ufficiale dei carabinieri, assolto per il fatto ma filmato da una telecamera della Rai mentre se ne va a passeggio con tanto di corpi smembrati e auto fumanti e macerie da scavalcare. E ancora, i rapporti sempre fra il Sisde e alcuni soggetti che posero in essere le intercettazioni che permisero di sapere a che ora e in che giorno si sarebbe presentato Paolo Borsellino per andare a trovare la madre, perché è assolutamente non corrispondente al vero che quello domenicale fosse un appuntamento fisso.

E poi ci sono due “pentiti” o aspiranti tali (Gaspare Spatuzza l’ultimo aspirante, appunto, preceduto da Vincenzo Scarantino) che si autoaccusano di aver rubato la 126 utilizzata come autobomba. Gaspare Spatuzza, già noto come uno dei killer di Don Puglisi, sembra essere credibile, viste anche le recenti dichiarazioni del procuratore capo di Caltanissetta, titolare delle indagini, che arriva ad affermare che «gli accertamenti fin qui svolti hanno consentito di trovare significativi elementi di riscontro rispetto a una parte delle dichiarazioni dello Spatuzza». E se Spatuzza dice il vero, alcune sue affermazioni sembrano andare a braccetto con altre fatte dal figlio di don Vito Ciancimino, Massimo, che oltre ad annunciare di essere in possesso del famoso “papello” (le richieste di Cosa nostra durante la trattativa fra Stato e mafia), parla di altri soggetti che parteciparono a quegli incontri a cavallo fra le due stragi: il biondino elegante (sfregiato o meno che sia) che puzza tanto da spione e che appare sia nella trattativa che nella consegna del 126. E che forse diventerà il protagonista in una sempre più probabile riapertura delle indagini e revisione del processo Borsellino.

24 luglio 2009

 
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