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Il turismo che non c’è Stampa E-mail
Left n.29 del 24 luglio 2009Il Belpaese è sceso al quinto posto come meta di vacanza. Il j’accuse di Confindustria e la denuncia dei parlamentari: «Manca una politica nazionale». Il caso Enit, tra sprechi e riforme. Ed è allarme licenziamenti
di Sofia Basso

«Il turismo al 10 per cento del Pil è una cosa veramente assurda, viste le meraviglie che ci sono in Italia». A lamentarsi non è l’ennesimo commentatore straniero ma Silvio Berlusconi, l’uomo che più a lungo ha governato il nostro Paese dall’avvento della Seconda repubblica. L’Italia, prima nella classifica del patrimonio Unesco, è crollata al quinto posto come meta turistica, surclassata dalle vicine Francia e Spagna, oltre che da Stati Uniti e Cina. E nel futuro rischia di andare ancora peggio: secondo il World economic forum, dal 2008 al 2020 la nostra quota di mercato scivolerà dal 4,5 al 3,4 per cento. Di chi è la colpa? Dalle associazioni dei consumatori a Confindustria, da destra a sinistra, danno quasi tutti la stessa risposta: manca una politica nazionale del turismo. Con il risultato che tutti - Regioni, operatori, governo, enti pubblici - si muovono in ordine sparso, spendendo molti soldi ma risolvendo pochi problemi e lasciando il settore esposto alla recessione che costringe i turisti a risparmiare sulle vacanze e gli operatori a stringere la cinghia. Su un giro d’affari che nel 2008 ha toccato i 155 miliardi di euro, le stime di Federalberghi parlano di un 15 per cento di fatturato in meno per l’estate 2009. E se l’anno scorso sono già stati mandati a casa 40mila lavoratori, nel 2009 i posti a rischio in un settore che impiega il 10 per cento degli occupati italiani sono 100mila.

Tra gli allarmi più recenti quello del presidente di Federturismo, Daniel John Winteler, che il 15 luglio ha preso carta e penna e ha scritto al premier e al neo ministro del Turismo Michela Brambilla per dire che l’obiettivo di portare il settore al 20 per cento del Pil «non cancella il timore che, in assenza di una vera politica economica e industriale per il turismo, non sia possibile raggiungere questo risultato». In Italia, scrive nel suo j’accuse, «l’industria turistica soffre proprio della mancanza di un vero piano strategico di sviluppo, piano di cui sono dotati tutti i Paesi concorrenti». Invece di convocare i tanto annunciati Stati generali del turismo,  Berlusconi in più di un anno di governo si è limitato a promuovere la fondatrice dei circoli per la libertà da sottosegretario a ministro di un dicastero abolito da un referendum di 16 anni fa. Federturismo chiede che al neo ministro siano attribuite «responsabilità di coordinamento e risorse, avviando un processo di vera integrazione delle politiche per il turismo con le altre politiche rilevanti, dai trasporti alle infrastrutture, dai beni culturali all’ambiente» Per ora, la Brambilla si è preoccupata essenzialmente di lanciare l’improbabile slogan “Magic Italy” e di riesumare il costosissimo portale “italia.it”. Dopo aver bruciato 45 milioni di euro durante la gestione di Francesco Rutelli, il sito a suo tempo abortito per mancanza di visitatori (che nella nuova versione, di milioni ne è costato cinque) dovrebbe risollevare le sorti dell’italico turismo. Tanto per non smentire la tradizione, il portale è rimasto inaccessibile per molte ore dopo la presentazione ufficiale, per poi scoprirsi dominato da una foto e da una frase di Berlusconi, che, si sa, all’estero è tutt’altro che amato.

Che il declino del settore non si sarebbe risolto «ripristinando il vecchio ministero» lo sostenevano già in aprile i senatori dell’opposizione che hanno presentato un disegno di legge (n.1526, prima firmataria Manuela Granaiola, Pd). Il turismo, fanno notare, è stato sballottato dal ministero delle Attività produttive a quello per i Beni culturali, fino alla Presidenza del consiglio: un «settore Cenerentola», praticamente «cancellato dalle politiche istituzionali». I senatori Pd sottolineano che «il turismo spagnolo vanta un’incidenza del 18 per cento sul Pil» e puntano il dito contro «l’incapacità del nostro Paese di fare sistema». Lo Stato, accusano, «non ha mai veramente scommesso» sul settore.
Non molto diversa l’analisi dei deputati del centrodestra, la cui proposta di legge (n. 1877, primo firmatario Michele Traversa, Pdl) è in discussione alle commissioni riunite Affari costituzionali e Attività produttive e prevede una spesa annuale di 500mila euro. Anche la maggioranza denuncia il «tasso altissimo di insufficienza e superficialità» che ha impedito alla politica «di elaborare una strategia degli indirizzi di governo». Con il risultato che «un comparto strategico sta perdendo il suo primato storico nel mondo». Tra le ragioni del calo costante di turisti stranieri, vengono citate «caduta libera della qualità delle acque marine, sovraffollamento, squilibri territoriali, forte stagionalità e scompensi qualità prezzi» (dato che «la vacanza in Italia ha un costo superiore»), nonché la «scarsa integrazione tra i diversi sistemi del trasporto con le esigenze della domanda turistica». La maggioranza è convinta che l’istituzione del ministero possa portare a «una strategia unitaria di settore, senza sottrarre alcuna prerogativa alle Regioni». Per i senatori dell’opposizione, invece, il ritorno del dicastero è solo «un costo in più». Del resto il problema dell’Italia non è mai stato che investiva poco ma male. Secondo gli studi di settore, il Belpaese spende per la promozione quanto i suoi diretti concorrenti ma la metà del totale (che la ricerca “Il declino economico e la forza del turismo” dell’università la Sapienza di Roma calcola in 160 milioni euro l’anno, contro i 170-180 di Spagna e Francia) se ne va in stipendi e consulenze delle strutture che se ne occupano.

Un caso emblematico è rappresentato dall’Ente nazionale italiano per il turismo (Enit), che arriva al suo novantesimo compleanno commissariato e con i fondi falcidiati. Così per avere 15mila euro di promozione targata Enit, quest’anno il contribuente italiano ne spende altri 24mila solo per far funzionare la struttura, tra gli stipendi ai 220 dipendenti e le 23 sedi estere. Se non interverranno cambiamenti, la situazione diventerà addirittura paradossale negli anni successivi, quando il bilancio subirà un ulteriore dimagrimento arrivando a coprire giusto il costo dell’ente e lasciando solo briciole per l’attività. A lanciare l’allarme è un documento interno dell’Enit: «Per il biennio 2011/2012 il margine finanziario disponibile (3.853.223 euro) risulta drammaticamente insufficiente rispetto alle esigenze, né tantomeno sufficiente a garantire un livello almeno minimo di competitività sui mercati esteri tradizionali ed emergenti». Solo le manifestazioni fieristiche all’estero e le borse in Italia, fa notare l’ente, costano più di seimila euro l’anno. Il governo, dopo averci puntato chiedendo all’imprenditore Matteo Marzotto di prenderne la guida, gli ha tagliato i contributi statali con la Finanziaria 2009 e poi l’ha pure commissariato (anche se pare che il commissario sarà lo stesso Marzotto). Secondo il disegno di legge presentato dalla maggioranza, l’Enit dovrebbe essere trasformata «in ente pubblico economico», svolgendo le «funzioni già attribuite dalla legge» ma operando «con modalità organizzative e strumenti operativi di tipo privatistico». A non convincere i parlamentari è il fatto che l’ente spenda il suo budget e mantenga le sedi all’estero «senza alcun obbligo di dimostrare risultati». Le costose «delegazioni fisse» dovrebbero essere sostituite da «missioni itineranti» in grado di coprire anche i mercati emergenti. L’Enit dovrebbe diventare, di fatto, «un’agenzia di marketing». I senatori del centrosinistra, invece, vogliono trasformare l’Enit in «società per azioni finalizzata alla promozione dell’immagine turistica unitaria, regionale e settoriale dell’Italia all’estero». Tornando a darle i finanziamenti necessari per svolgere il suo lavoro ma in un contesto che veda protagoniste le Regioni, che dovrebbero avere la maggioranza delle quote e del consiglio di amministrazione.
È a loro, infatti, che la riforma del titolo V della Costituzione dà la titolarità del settore. E infatti ognuna ha il suo assessore al Turismo. La Regione Lazio, ad esempio, ha un fondo unico per il turismo che si aggira attorno ai 10milioni di euro tra promozione e interventi strutturali. Anche i Comuni e le Province non disdegnano qualche comparsa alle fiere internazionali, malgrado il loro nome sia spesso sconosciuto all’estero. «Ancora oggi - fanno notare i senatori dell’opposizione nella relazione che accompagna il loro disegno di legge - l’Italia si presenta sui mercati esteri come una sorta di armata Brancaleone, nella quale ogni impresa, ogni destinazione, ogni realtà locale» è in competizione con le altre. Fino al caso eclatante della Regione Veneto che l’anno scorso se ne uscì con una pubblicità che raffigurava i sacchi dell’immondizia di Napoli dietro lo slogan: «Il Veneto non è la Campania».

Particolarmente critico della gestione italiana è Vincenzo Donvito, presidente dell’Associazione per i diritti degli utenti e dei consumatori (Aduc): «In assenza del dicastero del Turismo, le Regioni si sono attrezzate. Ora il ministro ripiomba per svolgere le loro stesse funzioni. Serve piuttosto agire a livello di infrastrutture perché il problema sono i collegamenti, i parcheggi e le strutture di ricezione. Le vacanze in Italia sono costose, senza che in cambio venga offerto un servizio di qualità. Spesso le leggi ci sono ma le amministrazioni non si preoccupano di farle rispettare. In questo contesto di impunità, ci vuole poco ad arrivare ai prezzi inconcepibili che fanno scappare i turisti». Insomma, se pure l’Italia riuscisse a fare una buona promozione, «finché non risolve l’elenco dei disastri, i turisti stranieri andranno altrove».
Di parere opposto Bernabò Bocca, presidente di Federalberghi: «Il governo ha dimostrato attenzione nei confronti del settore. Abbiamo ottenuto un ministero, e questo è importante. A danneggiare il nostro turismo è la crisi economica, non i prezzi, che negli ultimi anni si sono abbassati del 2 per cento», sostiene Bocca, glissando sui recenti casi ai confini con la truffa che tanto spazio hanno avuto sulla stampa straniera, a cominciare da quella giapponese. Al governo, Federalberghi chiede di ridurre l’Iva del settore, che in Italia è al 10 per cento, contro il 5,5 della Francia (fino a poco tempo fa al 19) e il 7 della Spagna. Anche Bocca si augura di «vedere nel futuro le singole Regioni sotto un cappello unico nello stand dell’Italia alle fiere estere» e che il commissariamento dell’Enit si concluda al più presto. «Di fronte a un calo degli introiti del 15-20 per cento e costi che in molti casi sono aumentati, non ci sono più margini. Siccome non possiamo, né vogliamo, delocalizzare, quando non ci saranno più soldi dovremo licenziare». Perché in Italia va sempre così: quando il governo non risolve i problemi, il posto lo perdono i lavoratori.

24 luglio 2009

 
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