“Damasco” secondo atto. Dopo la prima inchiesta che rischia di spazzare via il consiglio del comune laziale, adesso si punta sul Mof, in mano alla ’ndrangheta attraverso la famiglia Tripodo di Vincenzo Mulè
Fuochi nella notte. Per gli abitanti del comune di Fondi sono ormai una presenza costante. Che significa avvertimenti, spedizioni punitive, regolamenti di conti. In una parola, criminalità organizzata. Fu il secondo incendio della sua auto nella notte di Capodanno 2007 che convinse l’allora assessore ai Lavori pubblici Riccardo Izzi a presentarsi alle forze dell’ordine e vuotare il sacco. Fu la conferma di un quadro investigativo già noto agli inquirenti, dove il territorio in provincia di Latina diventava terreno privilegiato per nuove alleanze criminali. Un collaboratore di giustizia, in seguito, rivelò una trama di rapporti che avevano come fine ultimo il controllo della provincia di latina. Secondo il racconto dell’uomo, tre clan si sono spartiti il territorio: quello che fa capo alla famiglia Tripodo, e di cui Vincenzo Garruzzo è portavoce, il clan Zizzo e il clan Bouzan. A primavera 2008 scatta la prima fase dell’operazione “Damasco”, quella che rivela le modalità attraverso le quali la criminalità organizzata influenza l’attività imprenditoriale e amministrativa della città di Fondi. Gli arresti delle scorse settimane hanno conferito un volto nuovo all’inchiesta, che vive ora il secondo livello. Quello che riguarda funzionari e politici. Ma quello che forse convincerà definitivamente il Consiglio dei ministri a prendere una decisione sul Comune di Fondi, sul quale da oltre un anno pende la spada di Damocle della richiesta di scioglimento per infiltrazioni mafiose, sarà il terzo filone della stessa inchiesta. Quello che, secondo molti, coinvolgerà i politici.
Per il momento, gli arresti delle scorse settimane confermano quello che già il prefetto di Latina Bruno Frattasi aveva scritto al ministro Maroni nella lettera che accompagnava la relazione finale della commissione d’accesso. Ricostruendo la storia della famiglia Tripodo e la scelta di radicarsi a Fondi «in relazione ai vantaggi che ne hanno ricevuto in termini di consolidamento di rapporti criminali. In questo quadro, appaiono altamente significative le connessioni, emerse chiaramente in sede di accesso, tra la famiglia Tripodo e soggetti legati, per via parentale, anche a figure di vertice del Comune di Fondi, nonché a titolari di attività commerciali, pienamente inserite nel mercato ortofrutticolo di Fondi». E anche in quel caso saltarono fuori i collegamenti con la camorra Casalese. «è ben delineato, nella ricostruzione - si legge sempre negli atti - il collegamento della famiglia Tripodo con elementi della mafia calabrese e clan camorristici, in particolare quello dei Casalesi». Inoltre la Commissione richiamò l’attenzione sui “rapporti tra Tripodo Antonio Venanzio, fratello di Carmelo, Peppe Franco, titolare di attività ortofrutticola nell’ambito del Mof, Luigi Parisella, sindaco del Comune di Fondi e cugino di Peppe Franco”.
Proprio il Mof è stato l’oggetto dell’indagine più recente. Il mercato ortofrutticolo, tra i più grandi d’Europa, e la gestione di appalti pubblici come servizi funebri e pulizie erano da oltre due anni controllati dalla criminalità calabrese. Ad esserne convinti sono gli investigatori della Dia, che hanno avanzato tale ipotesi in due informative di reato indirizzate alla Dda di Roma e redatte a margine di tre distinte indagini. Un sodalizio criminale gestito dai fratelli Venanzio e Carmelo Giovanni Tripodo, figli del boss della ’ndrangheta Domenico, ucciso a Poggioreale dal clan di Reggio, rivale e vincente, dei Di Stefano, che si era infiltrato a Fondi per impadronirsi della gestione del mercato ortofrutticolo, uno dei più grandi d’Europa. Il sodalizio, tramite un ex assessore, funzionari comunali e responsabili dei vigili urbani, avrebbe ottenuto importanti incarichi e commesse. L’inchiesta che ha portato ai 17 arresti a Fondi costituisce appunto uno snodo tra ’ndrangheta e camorra casertana. L’associazione mafiosa a Fondi si sarebbe costituita, secondo il giudice, nei primi anni Novanta e si era delineato un quadro che «consentiva al nucleo essenziale del sodalizio, costituito dai fratelli Tripodo, dai Peppe, dal Trani, dai loro prestanome, di rimanere saldo e identificabile, sia attraverso la presenza costante dei capi storici sia attraverso l’utilizzo del metodo mafioso». Per quanto riguarda Antonino Venanzio, il giudice precisa, alla luce dello scambio di informazioni tra la Dda di Roma e di Reggio Calabria: «Nel mercato ortofrutticolo di Fondi Venanzio ha un potere di veto sull’operatività dei commercianti e ha collegamenti con la criminalità siciliana e campana». Nell’ordinanza di custodia cautelare il Gip Cecilia Demma, prima di prendere in esame gli elementi e gli indizi raccolti, analizza i rapporti tra gli indagati, i vincoli e i legami. E parte da lontano, ricostruendo trent’anni di rapporti e legami familiari.
In tema di collegamenti il giudice parte quindi dai matrimoni. La moglie dell’indagato, Teresa Romeo, è figlia di Sebastiano detto «U Staccu», «all’epoca capo indiscusso della cosca mafiosa denominata «La Minore» di San Luca. La moglie del fratello Carmelo, Maria Laura Trani, è invece sorella del «pregiudicato Aldo Trani» e quest’ultimo «è convivente dal 1996 di Gemma Peppe, figlia di Franco Peppe, commerciante del Mof e socio di Antonino Venanzio Tripodo, che mantiene una partecipazione occulta nella società». E ancora: «Franco Peppe era stato testimone di nozze di Carmelo Tripodo». Il giudice, tracciando la storia del sodalizio, parte dalle prime denunce a carico dei due fratelli, nel 1978, ed esamina poi quelli che sarebbero stati i tentativi dei Tripodo di ottenere «sponde» politiche: «Le intercettazioni telefoniche della Dia di Roma, del 23 novembre 1999, hanno chiarito che Venanzio Tripodo si era impegnato in prima persona nella campagna elettorale di Andrea Carnevale, ex calciatore e, secondo le indagini dell’ufficio di procura, significativamente coinvolto negli anni seguenti in vicende di cessioni e traffico di stupefacenti, che ha costituito uno dei campi d’azione dei Tripodo». Ancora: «Nell’ambito dell’indagine del 1999 risultava che Tripodo Carmelo svolgeva attività di recupero crediti in favore di Romolo Del Balzo, influente esponente politico locale, all’epoca eletto al Consiglio provinciale di Latina, mentre nel periodo 2006-2008 i rapporti fra il sodalizio e l’assessore Riccardo Izzi sono strettissimi e costui costituisce la propaggine associativa nell’ambito istituzionale». Un sodalizio e un’organizzazione che ora sembrano definitivamente sconfitti. In attesa del colpo definitivo. Quello alla classe politica. Un colpo che, finalmente, dovrebbe svegliare il Consiglio dei ministri. 17 luglio 2009 ©Tachus
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