Più di 60 miliardi contro le malattie e un invito all’autonomia. Nella sua prima visita da presidente Usa in Africa, Barack Obama ha lodato la democrazia e il buon governo. In cerca di una speranza per il continente dove è nato suo padre di Jean Claude Mbede
Il viaggio di Barack Obama verso l’Africa è la storia di un ritorno alle origini. Per come vengono intese le relazioni familiari in questo continente, Obama, figlio di un keniano (e attualmente presidente degli Stati Uniti d’America), è classificato nella categoria dei nipoti. In Africa, il nipote non è solo il figlio di un fratello o di una sorella ma anche del vicino. Il nipote intrattiene con i suoi zii - che siano materni o paterni - rapporti affettuosi e molto stretti, e questo costituisce il fascino e il calore della “larga” famiglia africana.
In Africa, gli affari di famiglia si risolvono sotto l’arbre à palabre, l’albero delle discussioni, di fronte a tutti i membri della famiglia, chiamati a parlare con franchezza perché, secondo un vecchio detto, “i panni sporchi si lavano in famiglia”. È questo che spiega il linguaggio franco usato da Obama nel corso del suo primo viaggio nel continente da leader Usa. Il 10 luglio in Ghana, il Paese più ricco di risorse naturali ma il più povero economicamente, il presidente americano è andato metaforicamente sotto l’arbre à palabre per discutere con i suoi tonton, i suoi zii, dei comportamenti equivoci che rischiano di privarli dell’aiuto americano e compromettere il loro stesso sviluppo. Il Parlamento ganese, dove ha preso la parola, rappresentava in qualche modo la comunità di fratelli, sorelle, cugini, nipoti, zie, insomma l’intera famiglia, che oggi è sparsa in 53 nazioni governate - tranne poche eccezioni- da dittatori o leader corrotti. E il presidente John Atta Mills, una delle rare eccezioni, rivestiva il ruolo di “grande vecchio” o capofamiglia. Di fronte al Parlamento, Barack Obama ha annunciato come prima cosa che il suo Paese avrebbe sbloccato 63 miliardi di dollari per tutelare la salute delle popolazioni africane e lottare contro la malaria e la tubercolosi perché, come ha detto, «non è possibile che nel XXI secolo si muoia ancora per la puntura di un insetto».
Anche questo, sul piano simbolico, è stato un gesto “forte”. Negli usi africani infatti il ragazzo che ritorna e riunisce la famiglia porta, soprattutto per i patriarchi, un pacco e delle garanzie per il loro benessere. E la grandezza del pacco indica generalmente il grado di valore, tanto materiale quanto intrinseco, del figliol prodigo. Questo serve a rassicurare la famiglia sul fatto che il loro nipote, fedele alla tradizione del “combattente coraggioso” che caratterizza i figli originari d’Africa, è davvero riuscito a diventare un uomo rispettabile nella società, ed è persino un big, come sogna ogni famiglia. Una volta aperto il pacco, gli zii possono ascoltarlo. Questa è un’altra particolarità africana: un figlio diventato rispettabile può esprimersi tra i patriarchi.
Discorso cortese, sorriso sulle labbra ma fermezza nell’articolazione del discorso e del messaggio, come quando scandisce le parole responsabilità, democrazia, buon governo, coraggio. Il “nipote” Obama lancia frasi come gli africani mai prima di allora avevano ascoltato: «L’avvenire dell’Africa appartiene agli africani» dice, ricordando che nel 1967 («quando mio padre lasciava il Kenya») il suo Paese d’origine e la Corea del Sud avevano lo stesso prodotto interno lordo, mentre oggi la nazione asiatica, «lavorando con il settore privato e la società civile, è riuscita a mettere in piedi istituzioni che hanno garantito trasparenza e responsabilità». Per dire quindi agli africani che è l’assenza di questi fattori e soprattutto la mancanza di democrazia, a essere alla base di tutti i mali: «Il futuro dell’Africa appartiene agli africani, che devono assumersi le loro responsabilità e combattere la corruzione per sbloccare il potenziale di sviluppo e di ricchezza». A quelli che vogliono ascoltarlo, assicura che l’America sarà pronta a sostenerli ma non indefinitamente, perché «le nostre relazioni non si possono misurare con la quantità di dollari», intendendo che, d’ora in poi, il rapporto sarà da pari a pari.
Barack Obama si è dunque espresso in tutta sincerità davanti ai “suoi”, senza timori né tabù, senza correre il rischio, come i suoi predecessori o altri leader occidentali, di essere contraddetto o semplicemente essere tacciato di razzista, colonialista o schiavista. Un compito nel quale il presidente francese Sarkozy si era cimentato con meno grazia nel 2007 quando, a Dakar, aveva pronunciato un discorso decisamente maldestro (nel quale aveva definito gli africani come «poco incisivi nella storia e chiusi a ogni idea di sviluppo») che aveva fatto sollevare giovani e intellettuali. Al contrario, questa volta, nella maggior parte delle cancellerie africane, nelle università, nei quartieri poveri e nelle strade, le masse, gli intellettuali, i media, l’opposizione politica e la società civile invitavano Obama a parlare, per smuovere le acque. È vero che per l’Africa Obama è la fierezza in persona, il messaggio vivente per un continente che vuole sentirsi dire “yes, we can” per credere nelle proprie potenzialità. Nelle campagne più recondite, persino le vecchie donne, povere e analfabete, conoscono il nome di Obama e gli chiedono di salvare l’Africa. In Ghana migliaia di t-shirt con il suo volto sono andate a ruba prima e durante la sua visita. Tutti, esperti di politica internazionale, giornalisti africani o politici riconoscono che, considerando la situazione caotica attuale e i diversi interessi geopolitici e geostrategici, Obama è il solo a poter parlare alla classe dirigente africana, causa dei mali del continente. I leader africani non seminano lo sviluppo dovuto ma disseminano la corruzione, la sottrazione di soldi pubblici, l’accaparramento del potere, la tortura, l’assenza di democrazia. Seminano la sfiducia spingendo all’esilio i migliori tra i giovani cervelli. Questi leader non avranno il sostegno degli Stati Uniti di Obama, che si è dichiarato non disponibile per «coloro che accedono al potere attraverso colpi di Stato o modificano la Costituzione per conservarlo».
Ai giovani soprattutto ha chiesto di essere coraggiosi, di credere nella loro forza, nelle loro capacità, nelle loro energie: lui, il cui nonno serviva come “ragazzo” ai coloni britannici insediati in Kenya e che è oggi il presidente della potentissima America. Poi, prende un altro esempio per inchiodare gli africani, i suoi “zii”: quello della responsabilità della situazione nello Zimbabwe negli ultimi 15 o 20 anni. Ma fa anche altre domande: chi ha creato il fenomeno dei bambini-soldato? Chi ha violentato le donne in Congo? E chiede ai leader africani se è possibile attribuire tutte le responsabilità all’Occidente. Obama quindi ha parlato agli africani e questo è stato un bene per la popolazione, perché la verità contenuta nel suo messaggio è arrivata nelle città e nei villaggi del continente, alla radio, alla televisione come mai prima di allora. Papa Benedetto XVI a marzo scorso aveva lasciato un senso di incompiuto a coloro che speravano nella sua denuncia dei mali senza parabole o filosofie, chiamando ciascun crimine con il suo nome. Obama invece ha parlato chiaramente e questo è stato un bene per un popolo tuttora oppresso e vittima di miserie, pandemie e calamità che esistono solo per il cinismo di governanti crudeli, che sacrificano spesso generazioni intere solo per conservare il loro potere. Obama ha quindi parlato all’Africa e questo è un bene per l’intero continente, come afferma Xavier Messe, un universitario camerunese: «Ha messo in causa i governanti e i sistemi politici che ostacolano il cammino della società e che diventano fattori di regressione. Ma il suo discorso resterà nella storia perché era esente da ogni paternalismo e perché non ha mai fatto allusione alla famosa “specificità africana”». Obama ha parlato agli africani. Adesso, resta da vedere se questo messaggio valido e sincero non darà fastidio ad altri politici occidentali più “interessati”. Quelli che sostengono i dittatori e chiedono la democrazia solo a condizione che i loro interessi non vengano toccati. E finiscono per contraddirsi e darsi battaglia su tutto il continente. 17 luglio 2009
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