Difende la Costituzione, sollecita le larghe intese sulle riforme, afferma il valore della Resistenza, sorveglia il governo. Per Napolitano il Quirinale è un’istituzione di alta garanzia di Carlo Nobili
Adesso che ha stoppato il barbaro disegno di legge Alfano, che avrebbe disarmato la magistratura inquirente e impedito ai giornali di pubblicare le principali notizie di cronaca sugli scandali e sulle malefatte di corruttori e criminali; adesso che ha conquistato la stima e la confidenza di Barack Obama e perfino i complimenti di Silvio Berlusconi; adesso che è riuscito a far accettare a tutti (o quasi) la “tregua G8” che aveva invocato, Giorgio Napolitano merita il titolo di uomo dell’anno della politica italiana.
Questo capo dello Stato ci aveva abituato ad ascoltare parole di saggezza e richiami alla concretezza e all’interesse comune, appelli alla pacatezza non sempre scontati, inviti a guardare innanzitutto i fatti e l’interesse del Paese, sollecitazioni a riscoprire il senso più vero delle istituzioni, insomma ci aveva esortato a sentirci sempre italiani indipendentemente da chi è al governo e chi all’opposizione. Ma in queste settimane, prima e durante il G8, ha superato se stesso, aiutando un Berlusconi azzoppato dalla tempesta su Noemi Letizia e le altre ragazze invitate nelle sue residenze private e avvelenato dagli affondi della stampa, a gestire il vertice dei Grandi al riparo da polemiche e attacchi fuori misura che avrebbero nuociuto all’immagine dell’Italia. È nell’interesse della nazione, e non solo di Berlusconi, aveva spiegato, che l’Italia in occasioni come queste faccia bella figura. Per una volta lo hanno ascoltato. Napolitano ne è compiaciuto: «Non volevo zittire né la politica né l’informazione, che hanno sempre le loro ragioni, ma sollecitare un momento decongestionante, diciamo così, per salvaguardare l’immagine del Paese». E ha rilanciato: «Ora, nell’interesse del Paese, ci vuole un clima più corretto e costruttivo fra governo e opposizione». Questa è una richiesta ben più impegnativa. Il presidente la avanza dal primo giorno del settennato, senza successo. E da qualche tempo non nasconde l’amarezza per il continuo rinfocolarsi dello scontro politico con toni guerreschi, quasi che i poli contrapposti volessero distruggersi a vicenda. In questo clima è diventato difficile perfino proporre il confronto sulle cose da fare. Ci vuole l’ostinazione di Napolitano, e anche il suo grande prestigio, per continuare a profferire queste parole senza sentir gridare all’imbroglio, all’inciucio, al tentativo di conciliare cose inconciliabili. Il capo dello Stato può farlo perché ha dimostrato di non tifare per l’uno o l’altro schieramento ma solo per il partito delle regole. «Io rappresento la nazione italiana nella sua unità, come vuole la Costituzione», ha premesso giovedì della settimana scorsa a L’Aquila lo stesso Napolitano prima di rivolgere ai suoi 44 commensali di altissimo rango (gli otto Grandi più decine di capi di Stato e leader di organizzazioni internazionali) un forte richiamo a ritrovare «la strada maestra» della collaborazione fra popoli e governi e della riconciliazione fra le civiltà. Una strada che il mondo, al cospetto dei disastri della guerra, aveva saggiamente imboccato alla fine del secondo conflitto mondiale, creando le Nazioni unite, le regole di un mondo che si rivelava già interdipendente, le istituzioni monetarie internazionali e gli strumenti del multilateralismo. Quella strada maestra, purtroppo, ha ricordato, fu presto smarrita di fronte alla furia ideologica della Guerra fredda, e oggi siamo chiamati a riscoprirla se vogliamo superare le crisi internazionali e le sfide che nessun Paese e nessun continente può risolvere da solo, in un mondo sempre più globalizzato. E neppure il G8 basta. Sarebbe velleitario, ha aggiunto, pensare di governare questo mondo con un direttorio di sette, otto grandi potenze. È stato un discorso di grande respiro che ha suscitato calorosi apprezzamenti da numerosi capi di Stato.
Napolitano sente la responsabilità dell’uomo politico di lungo corso, dello statista, del dirigente politico che ha partecipato all’intera vita della Repubblica, fin dai primi anni, quelli in cui fu scritta la Costituzione. Quel corpo di regole, ha spiegato più volte, dimostra i suoi 60 e passa anni, mostra qualche ruga, ha qualche acciacco che andrebbe curato con riforme mirate e puntuali ma è ancora pienamente valido e vitale. Questi gesti, questi richiami, insieme al suo stile impeccabile, ne fanno quel personaggio degno di ammirazione che ha descritto Barack Obama, elogiandolo pubblicamente con espressioni calorose dopo il tête à tête di 35 minuti al Quirinale. «Avevo sentito parlare - ha detto - della splendida reputazione del presidente Napolitano: come di qualcuno che ha l’ammirazione del popolo italiano non soltanto per il suo “longstanding service” ma anche per la sua integrità e per la sua amabilità. Voglio confermare che tutto ciò è vero. È uno straordinario gentiluomo, un grande leader di questo Paese».
Napolitano ha messo all’incasso questo lusinghiero giudizio da parte di un leader di prima grandezza che ha l’età dei suoi figli e che non dispensa lodi a buon mercato. L’apprezzamento di Obama lo aiuterà nei rapporti con i capi di Stato di Paesi che continuano a sottolineare come suo peccato originale la provenienza dal Partito comunista. Con la benedizione di Obama, Napolitano troverà un uditorio più vasto quando farà le sue prediche europeistiche non di rado condite da severe ramanzine ai dirigenti politici di Londra che frenano il processo di integrazione per miopia, dimenticando quanto europeista fosse perfino un liberale come Winston Churchill. Quando fa queste reprimende, Napolitano rappresenta alcune scelte fondamentali dell’Italia (l’Europa, l’Alleanza atlantica, il multilateralismo) come scelte su cui tutte le maggiori componenti politiche concordano, al di là della straordinaria diversità di idee e posizioni delle anime politiche del Paese. Uno dei crucci del presidente della Repubblica è che la stessa responsabilità bipartisan non sempre è avvertita da chi ricopre incarichi istituzionali. La battaglia politica, ha spiegato più volte, è un’altra cosa. In un terreno in cui si compete per conquistare il consenso dei cittadini e degli elettori, certi scontri e certe forzature devono essere messe nel conto, fanno parte della dialettica: ma neppure in questo campo, secondo Napolitano, si dovrebbe eccedere. Certe cose - le istituzioni, le regole comuni, gli interessi collettivi, i diritti fondamentali, i patti che ci legano alla comunità internazionale - sono materia non disponibile, non possono far parte del bottino elettorale. Perciò non si stanca di raccomandare sempre a tutti i toni pacati e il metodo del dialogo.
Questo è ancor più importante quando si discute di cambiare regole comuni quali le leggi elettorali e gli articoli della Costituzione. In queste materie Napolitano non si stanca di raccomandare la ricerca di larghe intese e soluzioni che abbiano un consenso più vasto di quello della maggioranza di governo: quello che si chiama consenso bipartisan. Perché non dovremmo riuscirci, ha detto più volte, se nel tempestoso biennio 1946-47 riuscirono a scrivere la Costituzione con questo metodo e con questo così ampio consenso forze che sul piano politico e ideologico erano certamente più divise di quanto possano esserlo gli attori politici odierni?
Sul Colle più alto di Roma c’è arrivato nel 2006, alla rispettabile età di 81 anni (ha festeggiato le sue 84 primavere il 29 giugno scorso, in splendida forma, passeggiando per le vie di Capri) in modo inaspettato, dopo il gran rifiuto di Carlo Azeglio Ciampi di fronte alla richiesta unanime di fare un settennato bis. Da mesi erano altri i candidati più accreditati (Massimo D’Alema e Giuliano Amato). Dopo cinquant’anni di politica attiva, sempre nei ranghi del Pci e delle sue successive incarnazioni politiche, lui si era quasi ritirato, nel 2004, dopo l’ultimo prestigioso incarico di presidente della commissione per gli Affari costituzionali del Parlamento europeo. Ma nel 2005 Ciampi lo aveva ripescato nominandolo senatore a vita e inserendolo così di fatto in quella che si chiama “la riserva della Repubblica”. All’indomani delle elezioni politiche vinte dal centrosinistra con uno scarto di venticinquemila voti, Silvio Berlusconi era impegnatissimo a contestare il risultato e la scelta dei vincitori di prendersi le tre più alte cariche istituzionali. Napolitano gli sembrava troppo “comunista” e il suo schieramento (con l’eccezione dell’Udc di Pierferdinando Casini) si rifiutò di votarlo, lasciando ai Ds, Ppi e alleati l’onere di eleggerlo con i soli voti della maggioranza. «Dovrà dimostrare di essere il presidente di tutti», commentò dopo l’elezione, in tono di sfida. Napolitano ci restò male, ma si impegnò subito a vincere la sfida. Tutto si poteva dire di lui: che veniva dal Pci di Togliatti e che nel 1956 non aveva condannato l’invasione dei carri armati a Budapest ma già da tempo aveva riconosciuto di aver sbagliato; era un dirigente storico del Pci, ma era anche vero che era stato in quel partito il più dialogante, il meno ideologico, l’erede di Giorgio Amendola alla guida dei “miglioristi”, l’apripista dello ”strappo” con Mosca decretato da Enrico Berlinguer nel 1976 quando disse di sentirsi più sicuro sotto l’ombrello della Nato; l’artefice dell’approdo alla socialdemocrazia europea, dell’apertura di un canale di confronto con i democratici degli Stati Uniti, l’antesignano della svolta europeista del partito, e anche l’ex presidente della Camera al quale, con gesto significativo, appena eletto, Berlusconi nel 1994 andò platealmente a stringere la mano.
Napolitano si è posto con convinzione sulla scia di Carlo Azeglio Ciampi, muovendosi dichiaratamente nello stesso solco, sviluppando alcuni grandi temi del suo predecessore: la perorazione di una integrazione europea più avanzata sul piano politico; la partecipazione alle missioni internazionali approvate dall’Onu o da altri consessi multilaterali, cioè con gli obblighi e le limitazioni dell’art.11 della Costituzione; la sollecitazione del dialogo politico e la ricerca di larghe convergenze per realizzare le riforme istituzionali; la difesa della Resistenza come data fondante della Repubblica e del valore della lotta di liberazione dal nazifascismo e del contributo dato dalle sue molteplici componenti; la costruzione della memoria comune. In più, Napolitano vi aggiunse subito il tema sociale altamente drammatico degli incidenti mortali sul lavoro, che costano tre, quattro vite umane al giorno e che prima dei suoi alti richiami avevano ancora meno attenzione. Un’altra novità fu la ricerca del contatto diretto con operai e maestranze nelle fabbriche e con studenti e alunni delle elementari, spesso di casa al Quirinale, con i quali il presidente ama dialogare facendo il nonno. Napolitano da tre anni sviluppa ogni giorno una impressionante mole di lavoro, per altro a un ritmo non comune per un uomo della sua età. Riunioni, udienze, vaglio di documenti, discorsi, presenza a manifestazioni pubbliche, viaggi in Italia e all’estero, un considerevole flusso di telefonate per stare in contatto con rappresentanti istituzionali, leader politici, personalità… Come fa a tenere questo ritmo? Contano molto la fibra robusta, il lungo allenamento, la passione per la politica. E anche una sana abitudine di vecchia data: il pisolino pomeridiano, al quale il presidente rinuncia solo in casi estremi.
Napolitano concepisce il Quirinale come un’istituzione di alta garanzia e di concertazione costituzionale incaricata di far rispettare le regole fondamentali, di evitare che un potere dello Stato invada lo spazio di altri poteri, di impedire che la contesa politica si impadronisca di materie non disponibili quali sono i diritti, il rispetto dei trattati internazionali e la quadratura dei conti pubblici. Un’istituzione che ha alcuni ben delimitati poteri ma che diventa forte e ascoltata soprattutto grazie al prestigio e alla fiducia, e che spesso deve esprimersi con il buon esempio. Ne discende che per essere ascoltato, il presidente della Repubblica deve essere e apparire sempre estraneo alla polemica politica e al di sopra degli schieramenti politici. Al Quirinale, Napolitano ha messo a frutto la sua lunghissima esperienza pubblica e la sua indubbia competenza politica. I rapporti diretti che aveva già con moltissimi leader politici e istituzionali gli permettono di avere informazioni di prima mano continuamente aggiornate sugli sviluppi dell’agenda. Molti contatti politici che con Scalfaro e Ciampi passavano attraverso l’allora segretario generale Gaetano Gifuni, che perciò aveva un ruolo di primissimo piano, adesso si svolgono direttamente con Napolitano, al telefono o in incontri al Quirinale. Ha pedalato forte fin dal primo giorno del settennato per diventare in appena un anno un presidente della Repubblica popolarissimo: a maggio del 2007, il 90 per cento degli elettori del centrosinistra e il 70-80 del centrodestra si sentivano pienamente garantiti da lui, e da allora il consenso non è diminuito. Da leader politico, Napolitano non era uno che mandava in delirio le folle. Il massimo appeal era dovuto alla sua straordinaria somiglianza fisica con re Umberto II, che ancora manda in visibilio i vecchi monarchici quando lo vedono passare in rassegna i reparti militari. 17 luglio 2009
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