Iran, Cina e Honduras ci insegnano che l’unica informazione che non si piega al potere è quella del web. Ma in Italia la lezione non è arrivata di Diego Carmignani e Pierpaolo De Lauro
Imbavagliata, controllata, spiata ma sempre viva. Dimentichiamo l’informazione tradizionale, i giornalisti in giacca e cravatta che corrono per in Parlamento alla ricerca delle dichiarazioni del politico di turno, il direttore che sceglie le notizie e un redattore asettico che riceve gli ordini. Oggi la vera informazione viaggia in Rete e di sicuro è l’unica concreta speranza di salvezza dai padroni della notizia che, in Italia più che in ogni altra nazione, coincidono con i padroni del Paese. Non c’è legge, blocco o dittatura che può annullare il web. Se qualcosa inizia a muoversi tra i cavi della banda larga, un muro prima o poi crollerà. Magari con qualche anno di ritardo rispetto a giganti informatizzati come gli Stati Uniti, ma crollerà. In Italia la prospettiva è più un incubo che un’opportunità e i governanti tentano di bloccarla ma intanto nel mondo le rivoluzioni si fanno a colpi di click tra le pagine di Twitter o facebook.
L’anteprima si è avuta con la trionfale campagna elettorale di Barack Obama, il primo presidente Usa nato e cresciuto sotto il segno della Rete. Il primo che ha avuto il coraggio di mettersi in gioco e lanciarsi in tutto e per tutto in pasto ai social network senza aver paura di commenti sgraditi o fuoriuscite di notizie riservate. Da un’elezione riuscita a un’altra contestata. Oggi è il turno dell’Iran e il protagonista si chiama Twitter. Un sito di microblogging fondato nel 2006 dalla Oblivious Corporation. Bastano due click e il messaggio è in Rete, immediatamente visibile a milioni di utenti. Dai suoi iscritti sono arrivate tutte le informazioni sulle manifestazioni represse, grazie ai 160 caratteri che mette a disposizione per un messaggio. Un micro megafono che ha chiamato ondate di gente in piazza a Teheran e spinto a forme di protesta in tutto il mondo. Un ruolo fondamentale è stato svolto dai blogger. in primis quello del moderato Mousavi che ha usato il suo sito personale per lanciare messaggi ai sostenitori e rispondere al presidente Ahmadinejad e agli ayatollah. Immediata la reazione del regime: i siti sono stati chiusi, i blogger arrestati e la Rete messa sotto controllo del governo. Nonostante tutto, le informazioni non hanno smesso di circolare, anzi. Non c’è blocco che trattenga la Rete dal suo compito e un espediente per arginare gli ostacoli è sempre rintracciabile tra le infinite risorse del web. In Iran sono intervenuti i siti di file sharing, quelli che permettono di condividere musica e filmati tra gli utenti che tanto fanno arrabbiare le major. Limewire, infatti, appena venuta a sapere del blocco della Rete effettuato in Iran ha messo a disposizione i suoi server per far viaggiare in tutto il mondo le immagini della protesta. La potenza di internet è una regola e non più un’eccezione. A stretto giro, un caso analogo a quello iraniano ce lo conferma: i recenti sanguinosi fatti registrati in Cina, già tristemente nota sul fronte censura. Non a caso, appena si sono diffuse le prime immagini degli scontri a Urumqi nello Xinjiang, che hanno coinvolto l’etnia han e quella degli uiguri, il governo di Pechino, prima ancora di intervenire, ha bloccato Twitter, facebook e YouTube abbassando la sua enorme saracinesca su tutto il web. Lo stesso è accaduto qualche giorno prima, il 4 giugno, anniversario delle proteste di Piazza Tienanmen: mentre il mondo celebrava i caduti delle proteste studentesche, in tutto il territorio cinese i siti stranieri venivano bloccati. Nel silenzio generale, solo poche righe sulla stampa nazionale ricordavano gli “incidenti” a Piazza Tienanmen. Un’altra terra infuocata, quella dell’Honduras, ha trovato una finestra di libertà su internet: all’impossibilità di raccontare il colpo di Stato militare, hanno risposto gli studenti universitari di Tegucigalpa. Hanno fondato la webtv indipendente Tele Golpe, per diffondere le proteste, gli scontri e tutti gli episodi oscurati dalla censura. Cellulari e telecamerine si sono tradotte in 26 video di puro citizen journalism. Ma la Rete osteggiata, maltrattata e invisa è destinata a spuntarla. Dove non arrivano i diritti umani ci pensa l’economia. Bloccare la Rete, inserire filtri e limitare gli accessi, infatti, alla lunga sarà controproducente. L’Iran, così come la Cina, ha migliaia di scambi commerciali col mondo veicolati spesso da internet e porre dei limiti che inevitabilmente influiscono sulla larghezza di banda disponibile provocheranno danni economici certi.
Abbandonando i regimi, le novità sono all’ordine del giorno nelle democrazie affermate. Il modo di fare informazione è cambiato. Il prodotto cartaceo è divenuto obsoleto, i giornali sono in crisi perenne, gli unici a respirare sono i siti online, anche se con difficoltà vista la recessione economica. La grande spinta contro il giornalismo dei poteri forti è arrivata da qualche anno e si chiama citizen journalism. Non servono tessere e redazioni: tutti possono veicolare informazioni e filmati senza filtri. Tra i primi. il coreano Ohmy News, seguito dal francese AgoraVox. Oggi si contano centinaia di siti in tutto il mondo e anche i grandi giornali aprono le loro redazioni dal basso dando spazio al reporter di strada e al blogger, volano delle ultime rivoluzioni digitali. Hanno compiuto da poco dieci anni e molti sono diventati un’istituzione in ambito informativo (per l’Italia basta ricordare Pandemia, il blog di Beppe Grillo e Manteblog per citarne alcuni). Nel mondo nasce un nuovo blog ogni secondo, peccato che la maggior parte di questi, quasi il 90 per cento, rimane lettera morta. Anche i grandi dell’informazione si sono accorti del web e delle sue potenzialità. Storiche le dichiarazioni di Rupert Murdoch che invogliava i giornalisti dei suoi quotidiani ad attivare una stretta collaborazione con i blog più famosi. Dando un’occhiata dall’altra parte dell’oceano, il New York times iniziava la propria rivoluzione digitale nel 2007, rendendo disponibile per intero il proprio quotidiano nella versione online, gratuitamente: la pubblicità rendeva evidentemente più della sottoscrizione a pagamento, iniziata nel 2001. Tra tre anni il quotidiano newyorkese dovrebbe sparire dalle edicole ed essere disponibile solo sullo schermo del computer. Un passaggio annunciato da tempo e coinciso con il sorpasso dei lettori online rispetto a quelli cartacei, un milione e mezzo contro un milione e 100mila. E, tra le notizie di colore, c’è un altro tabù sfatato di recente: quello della censura. Il giornale americano, non diffondendo la notizia del rapimento in Pakistan di un suo reporter, David Rhodes, ha contribuito a salvarlo dai talebani. Complice anche qui internet. Wikipedia, a corrente del fatto, ha partecipato all’opportuno silenzio durato nove mesi.
Mentre il mondo nel web vede il futuro, in Italia l’informazione sulla Rete fa solo paura, soprattutto ai politici. E tanti disegni di legge creano scompiglio. Il citizen journalism è ormai una realtà consolidata. Grazie ai cittadini armati di videocamera e computer ci sono arrivate le prime immagini e notizie della tragedia ferroviaria di Viareggio, così come per il terremoto in Abruzzo. Prima ancora che le agenzie battessero la notizia, su facebook era già allarme. Ma le voci libere sono temute e in molti hanno cercato di imbavagliarle. Ci hanno provato con vari disegni di legge, fortunatamente rimasti nel cassetto del Parlamento. Oggi ci riprova il ddl Alfano sulle intercettazioni, inviso ai blogger nostrani, che, per la prima volta, hanno lanciato una giornata del silenzio il 14 aprile. Motivo del contendere un articolo del disegno di legge sul diritto di rettifica, che rischia di omologare i blog alle testate giornalistiche. Ma c’è chi non condivide la giornata del silenzio. «Più che scioperare, bisognerebbe parlare. C’è il problema di una legge scritta male che si presta a interpretazioni distorte» spiega l’avvocato Daniele Minotti, blogger ed esperto di nuove tecnologie. «La rettifica si inserisce all’interno della legge che regola la stampa, riguarda solo la stampa e un blog non lo è. è stampa la testata registrata». Il ddl Alfano per il momento è stato rinviato e si spera che, così come la proposta di legge Carlucci, che proponeva il divieto dell’anonimato in Rete, o l’emendamento del senatore D’Alia che rischiava di oscurare facebook e simili, si perda per sempre. Per il momento i blog sono salvi, resta da vedere se dopo l’estate anche la stampa classica possa dire lo stesso. 10 luglio 2009 ©Tachus
|