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G8, quel che resta di Genova Stampa E-mail
Alle grandi manifestazioni si sostituiscono azioni di piccoli gruppi. Assenti sindacati e partiti. Il panorama dei movimenti è cambiato. E chi protesta finisce in galera
di Manuele Bonaccorsi (Roma), Daniele Nalbone (Vicenza), Maurizio Pagliassotti (Torino)

Dieci anni da Seattle, otto da Genova. In mezzo, la parabola del movimento. Cosa è cambiato da allora? Tutto o quasi. Nel momento in cui le profezie degli alterglobalisti di qualche anno fa si materializzano davanti ai nostri occhi (la crisi, ma anche l’involuzione autoritaria della democrazia italiana), le piazze si svuotano. Alle grandi manifestazioni unitarie, con centinaia di realtà diverse (si parlava di «movimento dei movimenti») si sostituiscono le azioni, spesso isolate, di piccoli gruppi. Spariti i social forum, che di quel movimento erano i collettori, ridotti all’impotenza i partiti della sinistra radicale, distanti dalle piazze associazioni e sindacati, alle grandi manifestazioni si sostituiscono azioni dimostrative. Tornano gli scontri di piazza, terreno fertile per un governo che vuol essere “muscolare”. L’azione per l’azione sostituisce la politica. La generazione di Genova è morta e con essa quanti si ostinano a parlare di No global. Ma la repressione - ricordate Diaz e Bolzaneto? - quella non è morta. È solo più facile.

Università La Sapienza, 6 luglio,
rettorato occupato. Tra le scrivanie dell’ufficio del rettore Frati ciò che resta dell’Onda si prepara a passare la notte. Ottanta studenti, determinati e preparati, aggiornano il sito (uniriot.it) e si dividono i compiti per l’indomani. «Mai vista una repressione così», dice uno dei leader. Anche nel 2004, quando i centri sociali a Roma diedero vita all’esproprio proletario in una Feltrinelli, non scattarono gli arresti. La magistratura si limitò all’obbligo di firma. «È la prima volta che gli studenti universitari vengono rinchiusi in carcere». Sono 21, il più giovane è nato nel 1990. Iscritti a varie università (Padova, Napoli, Torino, Bologna), accusati di danneggiamenti e resistenza durante le manifestazioni di maggio a Torino contro il G8 dell’università. «A Torino c’eravamo tutti, ci siamo difesi dalla polizia. Questo è un attacco contro i movimenti sociali che scoppieranno in autunno. Ordinato dal Pd. Il procuratore Caselli, che ha deciso gli arresti, fa riferimento a Violante. Con la magistratura, il Pd vuole fare le prove generali del governo d’unità nazionale che verrà dopo Berlusconi, messo alle strette dalle indagini di Bari. Proprio Caselli fu una figura decisiva nella repressione degli anni 70». Dopo gli arresti, d’altronde, nessun parlamentare Democratico ha preso posizione. Il complotto è servito.
Quel che resta dell’Onda, la mattina dopo, sono duecento studenti in corteo, dentro la cittadella universitaria de La Sapienza, poi fuori dai cancelli di via De Lollis. Mercoledì partono le azioni sparse. Alcuni studenti fanno apparire il bianconiglio - il personaggio di Alice nel paese delle meraviglie - in un ufficio universitario che circondano con un nastro bianco e rosso, mentre chiedono la scarcerazione degli arrestati. Il gruppo d’azione nasce dall’Onda. Costretta, durante l’inverno, a ingaggiare una battaglia a suon di occupazioni sulla gestione degli spazi. Da qui lo slogan, mutuato dai Wu Ming: «Omia sunt communia». Al corteo anti G8 de L’Aquila, invece, l’Onda non c’è. «Abbiamo lavorato coi nostri colleghi di lì. Loro ci hanno consigliato di non manifestare nella città terremotata».

Sono circa 200. Partono in corteo da un’ala della facoltà di Architettura di Roma Tre occupata lunedì da «un gruppo di singoli, un movimento di scopo nato per il G8». I loro simboli sono una bandiera viola e la V: «Come viola, vendetta, vittoria». Si muovono velocemente, alcuni coi volti coperti, la polizia li assedia tra Ostiense e San Giovanni. Rovesciano cassonetti, lanciano bottiglie vuote sulle corazze dei finanzieri. Finisce con 36 fermati, 9 arresti. Tra loro, militanti di centri sociali romani, studenti, singoli attirati dal passaparola. Si presentano leggendo un comunicato su uno sfondo a effetto, uno striscione viola, a tutto vantaggio dei fotografi. Nel loro documento, pubblicato su Indymedia, elencano i loro modelli: «Gli scontri di Oaxaca, in Messico; la sollevazione delle banlieue francesi nel 2005; la rivolta giovanile in Grecia contro la repressione; le contestazioni del G20 a Londra; la notte della rabbia il primo maggio a Berlino». Unico comune denominatore, gli scontri. Nessun riferimento alle manifestazioni sindacali, al pacifismo, ai conflitti territoriali (No Tav, No Dal Molin).

Accade anche a Torino: a protestare contro gli arresti sono 50 persone. Un paio di striscioni nel cortile del rettorato, una passeggiata per via Po. Otto anni fa, prima di “quel” G8, le assemblee si susseguivano per tutta la città, fertilizzando il pensiero di migliaia di giovani che poi scesero a Genova. Oggi sono rimasti 40 antagonisti, partiti per L’Aquila per dimostrare pacificamente: ultima iniziativa prima degli sgomberi annunciati dei centri sociali Askatasuna e Gabrio. La Val Susa, invece, rimane tra le sue montagne, la Tav è lontana, meglio non mischiarsi. Anche se tra gli arrestati del 6 luglio c’è un leader del movimento di Bussoleno. Commenta la notav Donatella: «Il conflitto si è spostato dai temi della mondializzazione ai territori. La protesta si radica nel quotidiano. L’impianto ideologico di dieci anni fa non c’è più».

Un altro pianeta rispetto alla recente storia dei movimenti italiani. Il Prc si dibatte per non sparire, la Cgil pensa al congresso, l’Arci ha perso Tom Benetollo, uno degli inventori del movimento, la Fiom ha da tenere a bada la crisi, la rete Lilliput si è sciolta. L’8, a Roma, è giunta una delegazione di operai di Termini, Pomigliano e Imola, i tre stabilimenti Fiat a rischio chiusura, e non si è incontrata né con gli studenti né coi manifestanti anti G8. La distanza era già visibile a Torino. Il contro summit dell’Onda iniziò il 17 maggio, il giorno dopo la manifestazione contro la crisi di decine di migliaia di operai Fiat. Anche lì, nessun dialogo. Eppure quello de L’Aquila è il G8 della crisi e lo slogan di studenti e operai è: «Noi la crisi non la paghiamo». Di unitario rimane solo quello.
 
Cosa resta, dunque, a dieci anni da Seattle? Piccole lotte quotidiane. Una di queste è nata a Roma, il 31 gennaio, alla manifestazione contro il pacchetto sicurezza. A cui non partecipavano partiti né grandi sindacati. C’erano persone.  E con loro comitati, associazioni. «Oggi in piazza, a Roma come a Vicenza e a L’Aquila, ci sono persone che parlano delle proprie battaglie, del  diritto alla città», spiega Paolo di Vetta, uno dei portavoce della Rete No G8 . Un gruppo che si unisce e si scioglie, per poi tornare ad agire nei territori. Nelle grandi città, nei mesi che hanno portato all’approvazione del pacchetto sicurezza, si è manifestato sotto le prefetture, di fronte ai Consigli comunali. Si sono occupate le sedi di Legacoop, colpevole di gestire il «lager di Stato» di Lampedusa. Si è attaccata la Croce Rossa, rea «di voltarsi dall’altra parte quando i migranti hanno bisogno», «di sedare gli ospiti dei centri mischiando calmante ai cibi».
A Vicenza, così come prima a Chiaiano e in Val di Susa, a protestare sono state le stesse persone che in quei posti vivono. Il 4 luglio, in prima fila c’erano i vicentini. Insieme a loro, solidali, romani e abruzzesi, napoletani e piemontesi: una rete che avvolge tutto il Paese.

Nelle piazze restano poi i sindacati di base, sempre più legati ai movimenti che parlano di “sindacato metropolitano”, per unire occupazioni delle case, conflitti per la riappropriazione degli spazi e lotte contro la precarietà del lavoro nei servizi. E resta la repressione, attuata ai danni dei padovani di Radio Sheerwood a poche ore dall’inizio del corteo di Vicenza contro l’ampliamento della base americana Dal Molin; quella  subita dagli studenti che avevano contestato, lo scorso 18 maggio, il G8 tematico sull’università a Torino. E in tutta Italia, i 21 arresti di lunedì.

10 luglio 2009

 
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