È l’Afghanistan il problema più spinoso per il summit. Fallita la strategia di Bush, gli Usa preferiscono aprire a tutte le potenze regionali. E i sette seguono di Cecilia Tosi
Variabile la linea politica, variabile la geometria. Il G8 cambia approccio verso il problema della sicurezza globale e nel frattempo sperimenta le più disparate formule per coinvolgere gli esclusi dal club. L’approccio cambia perché l’America cambia e i 7 meno grandi si adeguano. Le diverse formule, dal G14 promosso quest’anno al G20 ormai già rodato, rappresentano i tentativi di condividere gli impegni globali con Paesi di aree diverse da quello che viene tradizionalmente viene definito Occidente e che, da solo, si è visto, non ce la fa. Una strategia di inclusione che coincide con quella del nuovo corso di Obama. Ma che dà pochi frutti in un contesto, quello del G8 appunto, che non riesce a mutare allo stesso ritmo della realtà: le vere potenze non sono più quei sette o otto Paesi industrializzati che si erano guadagnati il posto prima che la globalizzazione stravolgesse gli equilibri. Inaugurata dall’Unione europea, la geometria variabile resta però l’unica soluzione in mano ai governi per superare crisi e fasi di stallo. In primis quella in cima all’agenda di Obama ed ereditata come priorità dal G8: la guerra in Afghanistan. «è inevitabile partire dall’Onu», spiega Antonella Deledda di Argo Oriente, il centro studi che insieme a Ipalmo e Carnegie Europe ha preparato un documento di raccomandazioni alla presidenza italiana del G8. «Il Consiglio di sicurezza può dare vita a un contact group entro il quale discutere la crisi afgana: il nucleo centrale dovrebbe essere composto da pochi Stati, ad esempio Afghanistan, Pakistan, Iran e Stati Uniti. Ma per discutere dei vari temi si potrebbero coinvolgere di volta in volta i governi di altri Paesi dell’area. Dalle nazioni dell’Asia centrale, all’Iran, fino alla Cina. Persino l’India può partecipare, a patto che non le si imponga di affrontare insieme agli altri governi la questione del Kashmir, l’area contesa con il Pakistan. Per ogni questione, dalla lotta al narcotraffico alla crescita economica, si può coinvolgere un numero diverso di Paesi». La proposta non è stata ancora recepita ma non stride con l’approccio adottato dai ministri degli Esteri del G8, fedeli alla linea politica del presidente americano che ha scelto di coinvolgere nella soluzione della crisi tutti i Paesi della regione. Nella dichiarazione conclusiva della riunione di Trieste i ministri chiedono infatti maggiore partecipazione alle organizzazioni regionali, citando come esempi di successo gli accordi presi in seno all’Organizzazione di cooperazione di Shangai e in tutte quelle sedi pervase da un nuovo clima di fiducia. «Soprattutto - per Deledda - gli otto governi hanno capito che bisogna puntare sul territorio come risorsa: non c’è Paese geopoliticamente più prezioso dell’Afghanistan, anche se la sua stessa posizione lo rende vulnerabile».
Crocevia di scambi da sempre, rotta per decine di corridoi commerciali, oleodotti e gasdotti, il Paese di Kharzai potrebbe farcela, se non fosse isolato. E se attraverso i suoi confini - che adesso si tenta di sigillare - non filtrassero solo droga e armi ma merci di scambio. Lo ammettono gli stessi ministri del G8, che riconoscono anche l’importanza di uno sviluppo sostenibile dell’agricoltura, altro cavallo di battaglia di Obama. Archiviato George Bush, l’America scopre che la sua strategia contro la diffusione delle piantagioni d’oppio non era solo inefficace ma dannosa. Lo ha dichiarato il rappresentante Usa per l’Afghanistan Richard Holbrooke: «Questo è stato il programma di aiuti più inefficace e controproducente mai visto. Si può dire che abbiamo finanziato i talebani con le nostre tasse». L’errore di Bush, secondo Obama, è stato quello di puntare troppo sull’iniziativa privata invece di sostenere l’agricoltura e di promuovere programmi che rendessero vantaggiose, anche nel lungo periodo, le coltivazioni alternative all’oppio. I successi di cui si vantava l’amministrazione repubblicana si potevano contare sulle dita di una mano: l’esportazione delle melagrane afgane a Dubai, il recupero di alcune coltivazioni di pistacchio. Adesso l’amministrazione americana conta in una “svolta agricola”, tanto è vero che il Congresso ha chiesto di aggiungere cento milioni di dollari ai finanziamenti destinati ai coltivatori e che l’amministrazione prevede addirittura di stanziare, nel 2010, altri 235 milioni. «Una svolga che ancora gli afgani non percepiscono», commenta Elisa Giunchi, autrice di Afghanistan, storia e società nel cuore dell’Asia (Carocci, 2007). «Un po’ perché hanno scarso accesso ai mezzi di informazione e un po’ perché continuano a vedere gli aerei americani volare sulle loro teste. Washington non ha smesso di usare l’aviazione e il ruolo dei militari rimane preponderante, anche se vengono affiancati sempre più da personale non combattente».
Del cambiamento di rotta, invece, si sono accorti sicuramente gli iraniani, che proprio in coincidenza dell’apertura offerta da Obama sono scesi in piazza contro il regime, ottenendo, per ora, l’effetto opposto: invitata da tempo, Teheran non ha potuto partecipare al G8. Nonostante le condanne espresse dai Grandi nei confronti di Ahmadinejad (mitigate dal veto russo a una versione più dura del documento), le speranze di coinvolgere l’Iran nella questione afgana sono ancora vive. «Obama non vuole rinunciare al dialogo con Teheran, fondamentale per contrastare i traffici illeciti e per influenzare quella parte di Afghanistan che è sempre rimasta legata all’Iran, come i leader tagiki del Fronte islamico unito, che fanno opposizione sia a Karzai che ai talebani. Anche se l’Occidente continua ad appoggiare l’attuale presidente - l’unico candidato pashtun che abbia un seguito - i Paesi del G8 non sottovalutano questi leader, che grazie all’alleanza con uzbeki e hazari hanno conquistato importanti ministeri e ruoli di comando nelle forze di polizia». In vista delle difficili elezioni del 20 agosto -nelle quali il primo turno potrebbe non bastare a Karzai per vincere - europei e americani cercano la strada per legittimare il nuovo presidente, anche inviando a seguire le elezioni una squadra di osservatori della Ue guidata dal generale Morillon, ex comandante delle forze Onu in Bosnia. Anche se in certe aree sarà impossibile controllare le votazioni e in altre i talebani non faranno nemmeno aprire le urne, l’Europa ce la mette tutta per dimostrare la sua buona volontà. Nonostante Bruxelles sia stata quasi completamente assente nei lavori preparatori di questo G8, dove l’unica voce forte e chiara è rimasta quella che viene da oltre Atlantico. 3 luglio 2009
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