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Per raccontare una realtà dura come la mafia non basta fare cronaca. Nel suo nuovo libro Saviano fa giornalismo con voce originale
Con questa raccolta di articoli di Roberto Saviano, La bellezza e l’inferno (Mondadori) c’è non solo la rinuncia alla fiction sulla camorra (che rischia di diventare genere editoriale) ma un cambio di paradigma narrativo. Da Gomorra, racconto epico fiabesco con un eroe senza macchia in lotta contro il drago della camorra, a un’epica minima, corale, fatta di tanti eroi comuni - persone anonime e star medianiche tutte però “devianti” - che hanno sfidato un limite. Sfilano qui, in una galleria eterogenea, i ritratti incisivi e commossi di donne coraggiose - Felicia, Carmelina - che hanno denunciato boss potenti; e poi di umili boxeur poliziotti; e poi di Michael Petrucciani, il geniale pianista in miniatura, con le «ossa di cristallo»; di Lionel Messi, il miglior calciatore del mondo, che all’età di 10 anni si era letteralmente fermato, smettendo di crescere; di Pistone, l’agente Fbi infiltrato nella mafia (da cui il film Donnie Brasco); del cronista Giancarlo Siani ucciso dalla camorra, trent’anni fa… Si confermano le doti del Saviano autore di reportage: empatia e onestà descrittiva, curiosità vorace e gusto per la messinscena della cronaca, coraggio un po’ incosciente e serietà nella documentazione (l’inchiesta sulla cocaina, sul terremoto, sul clan del cemento dei Casalesi). Ma direi di più: dalla bella e partecipe recensione al film 300, sugli eroi greci delle Termopili che si opposero ai Persiani di Serse (film coinvolgente ma inferiore al graphic novel da cui è stato tratto), si intuisce la disposizione d’animo di Saviano: infantile, disposta a immedesimarsi, facile alla commozione. Solo un’obiezione. Sempre nelle prime pagine, Saviano riafferma la sua idea di letteratura come resistenza, come capacità di incidere sulle cose, e in ciò prendendo le distanze dal «distacco di chi vuol fare solo un buon libro, costruire una storia, limare le parole sino a ottenere uno stile bello e riconoscibile». Capisco la perorazione di Saviano e ne condivido lo spirito. Eppure fare un “buon libro” e ottenere “uno stile bello” non sono necessariamente cose da letterati fradici e impenitenti. Proprio per raccontare la “realtà” occorre ogni volta trovare la lingua adatta, uno stile. Come sapeva Flaubert, che molto limava le parole: se un libro è scritto in una lingua falsa allora significa che è falso. E poi può esserci altrettanto impegno etico nel raccontare - con precisione e immaginazione - una complicata relazione affettiva o una tormentosa nevrosi personale. Non a caso lo stesso Saviano decide di intitolare il libro ispirandosi a Camus, che seppe coniugare la necessità della rivolta con l’idea mediterranea e greca della bellezza, e che inventò uno stile di abbagliante liricità per dire l’assurdo della condizione umana. E proprio nella tradizione greca, “bello” non è ornamento esteriore ma indica una civiltà e un modo d’essere: “bello” può essere un gesto individuale di ribellione, un comportamento non conformista, così come un assolo di piano che esprime “la infinita ricchezza del creato”o un dribbling ubriacante che va oltre il calcio stesso e che esprime la vita. di Filippo La Porta 3 luglio 2009
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