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L’altra faccia dell’Iran Stampa E-mail
Dietro la frode di voti, l’ignoranza: Ahmadinejad ha saputo parlare ai villaggi e alle masse mentre Mousavi arringava Teheran, contando sul solo appoggio delle classi colte. Un grave errore
di Annalena Di Giovanni

Nella polvere dell’altopiano, a est di Teheran, il caldo arriva presto e non perdona. Per questo i ragazzini corrono a ripararsi sotto le insegne, per guardare il corteo che passa. In silenzio, le facce annoiate, altre fin troppo prese, attraversa il villaggio ritmicamente. I primi battono i tamburi, poi arrivano i fustigatori. Da un capo all’altro della strada, le madri richiamano i bambini uscendo dal mercato, scansano i flagellanti, e vanno a casa. Loro, continuano. Due passi, un colpo di frusta di ferro sulla schiena. Altri due passi. E la frusta colpisce di nuovo. È l’anniversario della morte dell’imam Reza, l’ottavo dei dodici. Si suda e si continua a marciare. Qualcuno si ferma, uno della processione saluta. Tutto come al solito. È l’altro Iran. Quello che parte da Teheran sud, attraversa il bazar, e percorre tutte quelle province che Mousavi aveva dimenticato. Un errore pagato a colpi di voti. Perché se studenti e progressisti marciano per le strade di Teheran nord, il resto dell’Iran boccheggia e vive la propria vita fra villaggi sprovvisti di tutto, analfabetismo, e feste di paese che poi sono le processioni religiose. Su quasi 67 milioni di abitanti, la maggior parte dell’Iran è fuori da Teheran, fuori da Isfahan, da Shiraz e Yazd. Fa la fame fra deserto e laghi salati nel Sud, passata Qom, vive intorno alle moschee del Nord-Est, si arrangia tra la catena dei monti Zagros coltivando quel che si può fra acque avvelenate dagli scarti del petrolio e strade distrutte. Per alcune province, come il Balucistan a ridosso del confine afgano, il governo è il nemico che prende tutto, manda la polizia a disturbare i traffici e non apre neanche una scuola. Ma per il resto dell’entroterra, chi sa a malapena scrivere conosce un solo nome: Mahmoud Ahmadinejad. È lui l’unico che ha battuto il Paese per quattro anni, villaggio su villaggio, con i suoi famosi carichi di patate da distribuire, i suoi abbracci ai bambini, le sue foto in casa fra polli e orto. È lui che ha parlato il linguaggio del popolo, ricordando gli ideali rivoluzionari di eguaglianza e risorse nazionalizzate, solleticando l’orgoglio persiano e tenendosi strette le minoranze. Lui e soltanto lui.

Un grave errore per Mousavi parlare soltanto la lingua del progresso, della riforma e dell’Occidente, insomma di Teheran nord e delle classi istruite; una caduta questa anche dell’altro riformista, Karroubi, due uomini figli delle minoranze etniche mentre Ahmadinejad quasi esercitava l’ubiquità in centinaia di villaggi dei quali gli avversari neanche sapevano i nomi. Ma un errore anche rubare i voti, se di frode si è trattato: voti scomparsi, elettori intimiditi dalle milizie, schede elettorali doppie hanno infangato una vittoria che ci sarebbe stata comunque. I pasdaran hanno voluto forzare la mano, stuzzicando un’opposizione di piazza che da mesi - dai disordini all’università di Teheran - si mostrava pronta all’azione. Non si falsificano 24 milioni di voti, come non si può negare una schiacciante preferenza per il “presidente del popolo” fuori dai grandi centri urbani. Ma sono spariti i voti di Karroubi nelle province in cui avrebbe avuto la maggioranza per forza di etnia, e Mousavi è stato annunciato come sconfitto da stampa e ministero degli Interni con troppo anticipo. Anche quando Ahmadinejad, il volto dell’Iran arretrato, dei pasdaran, dell’inflazione, delle sanzioni e dell’imbarazzo internazionale, era comunque il volto più familiare e più pulito dei quattro, e in milioni hanno “votato ancora la sicurezza e la disciplina” che prometteva. Il resto, è una storia di transizione di poteri.

Da un lato ali Khamenei, la Guida suprema. Dall’altro Akhbar Rafsanjani, il riformatore, e il “fronte dei preoccupati” che aveva messo insieme dal 2006, dopo la sua sconfitta Mirhossein Mousavi, Larijani dei conservatori, Ali Montazeri come probabile nuova Guida suprema. Khamenei che vorrebbe restare super partes, ma non può. Non può perché ha scelto di appoggiare Mahmud Ahmadinejad, e tutta la nuova casta pasdaran, per far affondare una volta per tutte la “vecchia guardia”. La vecchia guardia sono i suoi stessi compagni dai tempi della rivoluzione: primo fra tutti Rafsanjani, ex presidente, di poco meno potente di lui politicamente, vista la sua posizione di capo del Consiglio degli esperti che elegge la Guida suprema ma economicamente padrone del Paese. Fino all’altro ieri.

Un tempo era il clero ad avere in mano tutto: petrolio, raffinerie, accordi. Uno degli uomini più ricchi dell’Iran ma anche dei più odiati: la corruzione del dopo rivoluzione, del dopo guerra con l’Iraq, era tutta sua. Per questo gli iraniani gli avevano preferito Ahmadinejad nel 2005, e per questo quando, nell’ultimo dibattito televisivo Mahmoud Ahmadinejad aveva puntato all’ombra dietro Mousavi, nominando Rafsanjani, il gradimento del candidato di punta riformista era precipitato.

Non a caso le città controllate da Rafsanjani hanno votato in massa per Ahmadinejad. Ma intanto il regime sta cambiando i suoi padroni: dalla salita al potere di Ahmadinejad, i contratti sono passati ai pasdaran, la supervisione anche, le catene finanziarie, e la potente banca del Basij, la Sepah bank, ha cominciato la lenta avanzata. Il clero scalpita, e i riformisti di Rafsanjani anche. Proporre un candidato “con le mani sporche” (opera sua la terribile repressione studentesca degli anni 80, gli intellettuali “desaparecidos” e il volto duro del regime) come Mousavi aveva fatto pensare a un compromesso con Ali Khamenei, la Guida suprema, perché scegliesse di far vincere un vecchio amico piuttosto che schierarsi di nuovo con i pasdaran. Niente da fare: Khamenei ha scelto ancora, e adesso il Basij scorrazza fra i dormitori universitari portando via chi capita, mentre il Consiglio dei dodici prende tempo promettendo un riconteggio dei voti che non è neanche la seconda tornata elettorale chiesta dai riformisti.

Ma non basterà: Khamenei dovrà scegliere ancora. Dovrà capire se lasciare mano libera ai pasdaran o fermarli. Se creare un precedente lasciando che la rivolta nelle piazze vada avanti, o schierare carri armati ed esercito. Nel frattempo le manifestazioni si moltiplicano, i giornalisti vengono espulsi uno dopo l’altro, i morti non si contano più: in una sola notte, un infermiere dell’ospedale Khomeini è riuscito a contare 25 cadaveri nell’obitorio dell’istituto. Era soltanto uno degli ospedali di Teheran. Era soltanto Teheran. A Shiraz è sceso il silenzio da due giorni, con l’arrivo delle cariche, di Mashhad si sa poco, in Kurdistan si teme il peggio. «Sono un soldato, giuro su dio che quei codardi mi obbligano a picchiare i miei fratelli. Per favore fermate gli scontri. Per favore, non voglio vergognarmi di fronte alla mia gente», supplicava martedì un soldato ai telefoni di Radio Farda.

Che non si parli di cambi di regime: per ora la Repubblica islamica non è in discussione. E, ufficialmente, neanche in azione. Niente carri armati, quasi niente esercito regolare a reprimere le proteste di piazza. Il lavoro sporco lo fa il Basij. I volontari, le milizie irregolari, le “squadracce”. Entra nei dormitori universitari, saccheggia le sedi dei giornali, porta via avvocati e attivisti, che spariscono in un buco nero al confine fra illegalità e silenzio. È il Basij ad avere mano libera, e allo stesso tempo adincassare le critiche del governo senza per questo temere le inchieste annunciate dal ministero degli Interni. I cortei dell’opposizione continuano a scendere per le strade, quelle strade riconquistate dopo trent’anni anni, e sfilare silenziosi chiedendo libertà civili e un cambio del sistema - nella fattispecie, della costituzione - che permetta ai cittadini di scegiere i propri candidati alla presidenza e non, come fino a oggi, l’establishment che selezioni da solo i propri uomini fra quelli più adatti a conservare gli interessi dell’establishment stesso. Un cordone di pasdaran, volontari in borghese, agenti provocatori di ogni sorta accoglie l’opposizione al varco. Per le stesse strade, anche i sostenitori di Ahmadinejad, della Guida suprema e del Basij che ha vinto scendono in parata. Il Sistema li guarda, la Repubblica islamica tace. Riconta i voti, trattiene i carri armati. Mandarli in strada sarebbe la fine della legittimità per la Repubblica islamica stessa. Non mandarli, sarebbe capitolare fra le mani dei pasdaran. Ali Khamenei dovrà decidere. Il prima possibile.

19 giugno 2009

 
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