Bertinotti e Pannella, il campione liberale e quello socialcomunista. Attraverso loro, la storia impossibile delle divisioni a sinistra. Che prova a ripartire anche da Chianciano questo fine settimana. L’isola che non c’è, forse, si chiama socialismo liberale di Luca Inglese
Uno viene dai digiuni, dalle grandi battaglie referendarie. Si batte per i diritti, è figlio della Rivoluzione francese. L’altro dalle fabbriche, dal movimento operaio italiano e pensa che il primo diritto è il salario. Non hanno quasi niente in comune. E forse non si stanno neanche particolarmente simpatici. Uno ama il palcoscenico, ma quello della strada, della protesta dal volto provato dell’astinenza. A sinistra lo reputano “un borghese”. Ma dei soldi, a lui e ai suoi in generale, non è mai fregato nulla. L’altro viene dalle assemblee di fabbrica e dai palchi delle grandi manifestazioni rosse, e ha imparato a dominare i salotti televisivi con la preparazione dell’intellettuale proletario fatto da sé, avvolta nelle maniere del perfetto gentiluomo d’altri tempi. Se fossero attori sarebbero l’esuberante Gassman e l’intenso Volontè. Se fossero teatro sarebbero Molière e Brecht, o Aristofane ed Eschilo. Se cartoni animati, nel mondo di Winnie the Pooh sarebbero Tigro e Ih-oh. O gatto Silvestro e il canarino Titti.
Sono Marco Pannella e Fausto Bertinotti. I due grandi vecchi della politica militante, quella vera, italiana. Nelle loro differenze, oggi, abbiamo scelto di leggere le differenze che spaccano la sinistra italiana da almeno un secolo. Due storie, due biografie, prese a pretesto, in totale dispregio dei malcapitati, per sostenere una tesi: la sinistra in Italia è crollata perché la fusione tra queste due storie non è mai avvenuta. Di semplificazione in semplificazione, perché libertà e uguaglianza, le Scilla e Cariddi della politica del ’900, non si sono mai fuse. Non sono esattamente politici “di primo pelo”. Entrambi hanno veleggiato sulla cresta dell’onda della storia negli anni Settanta, quando l’Italia cambiava volto. Bertinotti ha attraversato una seconda giovinezza con la Rifondazione comunista della non violenza, che lo portò sullo scranno più alto della Camera dei deputati. Pannella invece la seconda (o terza, o quarta?) giovinezza sembra viverla ora. Libero dalle pastoie del Pd binettiano, dopo una campagna elettorale al fulmicotone e mille pacchetti di sigarette, è pronto a rilanciare tutto da Chianciano.
Nessuno dei due è veramente in prima linea. Eppure la loro parola conta, eccome. Se Marco chiama, i Radicali rispondono. Se Fausto alza la voce, la sinistra (tutta, anche quella che fa finta di no) ascolta. Sarà l’ennesima forzatura dell’impoverita casta dei giornalisti, ma i due, se volessero, la sinistra di questo Paese potrebbero raddrizzarla. Non perché vogliono ma perché devono. Anzi, perché lo devono al Paese. Fin qui i personaggi, e l’ottimismo della volontà. Ora le questioni politiche aperte, che sono tante.
La prospettiva di società. Il lungo periodo. E quello breve È convintamente anticapitalista quella bertinottiana. Perché, passateci la semplificazione, se il plusvalore è pluslavoro, il profitto è e resta un furto ai danni dei lavoratori. E lo sfruttamento del lavoro resta l’ineludibile prodotto, connaturato e inespugnabile, del modo di produzione capitalista. Non c’è capitalismo senza sfruttamento. E quindi. Passi il pragmatismo nel breve periodo. Ma la prospettiva non può non essere quella del suo superamento. Pannella invece, da buon liberalsocialista, ha fiducia nel mercato e nella democrazia. È figlio della lezione di Salvemini, Rosselli e Gobetti. Sembra una questione accademica ma la differenza è radicale, per l’appunto, e ha numerose ricadute pratiche. Un comunista che guarda al mercato vede lo sfruttamento come un ecologista vede la distruzione dell’ambiente. E sa che questa è la tendenza naturale di un sistema capitalistico. Un liberale invece individua magnifiche sorti e progressive. E forse sbagliano entrambi. È vero che il mercato è una bestia vorace che distrugge uomini e foreste. Ma è anche vero che è vitale e che a oggi ha generato ricchezza e progresso come nessun altro sistema di produzione. Insomma, una cosa è lottare per riformarlo, ingabbiarlo, addomesticarlo e contenerlo. Diverso è sostenere che è da buttare. Senza, tra l’altro, disporre di un’alternativa credibile.
Sindacati e Stato I sindacati faranno pure schifo, e sono burocratizzati, corrotti e corporativi. Ma un comunista sa che il mondo senza sindacati potrebbe riunirsi solo a piazza Venezia sotto il balcone del Salvatore. Per cui, una cosa è battersi perché siano democratici, conflittuali, efficaci e puliti. Altra cosa è tagliare loro le gambe togliendo i fondi che vengono dalla trattenuta in busta paga. Una proposta che fa sembrare i Radicali i fratelli buoni, ma scemi, dei peggiori falchi industriali. Così lo Stato. Sarà pure partitocratico, inefficiente e corrotto ma per un socialcomunista l’intervento pubblico in economia è fondamentale (la crisi attuale dovrebbe aver insegnato qualcosa ai liberali). Lo Stato si riforma, non si abbatte proponendo l’abolizione della trattenuta alla fonte.
Laicità e diritti della persona Socialcomunisti e liberali erano uniti quanto Togliatti che firma il Concordato col Vaticano e quelli che festeggiano ogni anno Porta Pia. Le cose sono migliorate con il tempo ma le differenze restano. La religione è questione pubblica e politica per i comunisti, che furono atei in tempi remoti, e una questione privata per i liberali, che restano affetti da un laicismo anticlericale fresco come i venti di primavera. Complessivamente i Radicali vincono la partita 4 a zero. I comunisti sono passati dal bigottismo omofobico dei Togliatti all’euforia transgender (con annessa eterofobia). Proprio non riescono a prendere le misure. La laicità dei Radicali e le loro battaglie per i diritti civili sono antichi come la Rivoluzione francese.
L’antropologia Le due culture raccontano dell’insanabile separazione tra individuale e collettivo. L’individuo liberale è egoista, razionale, sociale solo per contratto. La collettività socialcomunista è massificante e violenta nei confronti degli individui. Entrambi i sistemi di pensiero in realtà restano schiavi di un’antropologia negativa antica come la Bibbia. Per i liberali la porta delle emozioni conduce allo spiritualismo. Per i socialcomunisti al disfacimento settantasettino. L’idea di un’umanità sana, naturalmente sociale e solidale, latita.
L’ambiente La questione ecologista è il nuovo paradigma con cui entrambe le culture devono confrontarsi. Qui la storia dà ragione ai Radicali, tra i fondatori dei Verdi italiani, in confronto all’industrialismo sviluppista della sinistra d’antan. Ma i tempi cambiano e oggi sono più “radicali” gli ambientalisti di sinistra che quelli liberali. È difficile far dire a uno che ha fiducia nel mercato che proprio quello è il peggior nemico dell’ambiente.
Il lavoro Ai Radicali piace la legge 30. Per la Sinistra è una mostruosità da abbattere. Pannella esibisce il precariato come fatto, in fondo, non grave. Bertinotti sa che ha spezzato e impoverito i lavoratori, abbassato gli stipendi, frantumato definitivamente quella che un buon comunista chiama “l’unità della compagine lavorativa”. La precarietà è un dramma, non una battuta. È un disastro che ha devastato una generazione e si prepara a divorare la seconda. Parla di stipendi medi inferiori a mille euro e di contratti semestrali rinnovati a vita. Un Radicale che fa l’elogio della precarietà può apparire a un socialcomunista solo in tre modi: un provocatore scemo, un ignorante che non sa nulla del mercato del lavoro o, peggio, un agente confindustriale vestito da rivoluzionario. Su questo tema ne hanno di strada da fare, i Radicali.
L’idea della politica Il bipartitismo all’americana è candidamente desiderato dai Radicali, convinti come sono che in un sistema genuinamente democratico, con una informazione libera e corretta, le loro idee conquisterebbero l’egemonia. È una posizione che colpisce in un contesto come quello italiano, con un ruolo così invasivo della Chiesa, in cui le spinte, non solo bipartitiche ma anche bipolari, producono uno schiacciamento al centro e una dominanza sempre maggiore della minoranza cattolica. Non sembra aver insegnato nulla ai Radicali la vicenda della sparuta minoranza teocon che riesce a immobilizzare l’intero Pd. In un sistema bipartitico la battaglia si vince al centro, sul voto moderato (e per favore, lasciamo stare Obama) che in Italia vuol dire anche quello cattolico. Parliamo di quella strana melassa che va da Casini alla Binetti, amorevole e sinistrorsa sui temi della solidarietà, dello Stato sociale e dell’accoglienza agli immigrati, ma nuclearista, bigotta e fondamentalista sul tema dei diritti della persona. Quel 5-10 per cento di italiani che volentieri restringerebbe il diritto all’aborto, manterrebbe così com’è la legge 40, vieterebbe la ricerca sulle staminali, ma concede con grande compassione l’indulto. In Italia un grande partito laico e socialista di massa non è mai esistito. Non lo era la Dc certo, seppur assai più laica di chi governa oggi. Non lo era il Pci pre e post sovietico. Una forza socialista laica, garantista ed ecologista oggi in Italia non può che ripartire dalla minoranza. Può puntare al 10-12 per cento. Può aspirare a essere determinante nel centrosinistra e a spostarne il baricentro. Ma è totalmente schiacciata e annullata dentro contenitori indefiniti alla Pd. E se non lo sanno i Radicali... Eppure è difficile che un Radicale dica: viva il proporzionale alla tedesca.
Libertà e uguaglianza. In una vita precedente forse Pannella e Bertinotti sono stati su un’isola comune. Si chiamava socialismo liberale. Nel loro presente, c’è la necessità di una rivolta democratica contro una destra sempre più pericolosa e clericale. Nel loro futuro? Forse nulla, finché pace non sarà fatta. Sono entrambi sconfitti dalla storia, checché ne dica Pannella. I sistemi liberali e liberisti sono iniqui, classisti, e falsamente democratici. I sistemi comunisti sono dittatoriali e liberticidi. Fausto e Marco. Il passato della politica italiana. Il presente dell’esperienza politica. La porta, forse, del futuro della sinistra liberale, socialista e ambientalista. Il passato è lastricato di scontri, incomprensioni e persino morti. Il futuro è ancora tutto da scrivere. Parte dalle idee. 26 giugno 2009
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