Dalla promessa di progresso, fatto di sviluppo della scienza, della ragione e dell’estensione universale dei diritti umani, con la svolta interventista gli eredi italiani di Marx passarono all’attiva partecipazione ai fenomeni più aberranti di distruttività e di morte fino ad allora conosciuti di Gaetano Bonetta
Con il Novecento e con la Grande guerra, in Italia si esaurisce la fase di grande trasformazione sociale dominata dalla secolarizzazione e dal pluralismo politico. Ma, paradosso dei paradossi, tale declino avviene proprio quando si va sviluppando quel movimento culturale e politico, il socialismo, che avrebbe dovuto potenziare ed esaltare la società civile per favorire l’emancipazione delle classi sociali subalterne e popolari. L’antagonismo socialista, invece di adoperarsi per superare lo Stato liberale a vantaggio di un sistema politico più evoluto ed etico, contribuisce a determinarne soltanto la fine, favorendo la reazione e il clericalismo e indebolendo la propria carica rivoluzionaria. Pervenne a ciò operando scelte culturali che svilupparono un convergente parallelismo politico e filosofico con il movimento cattolico e con il variegato neoidealismo italiano, fino a rendersi “responsabile” della imminente catastrofe totalitaristica. Di tale processo, due furono i fenomeni più significativi: l’interventismo democratico e l’affermazione epistemologica e metodologica della nozione di coscienza di classe.
La svolta interventista fu devastante da un punto di vista psichico e culturale. Esplicitò in maniera tragica la dissociazione di un’aspirante classe dirigente che aveva fatto della politica il luogo formale di un bisogno perverso di protagonismo e di ricerca del potere variamente delirante all’interno della conflittualità sociale tipica delle prime modernizzazioni capitalistiche. L’adesione bellica ribaltò l’antropologia socialista, incapace di disancorarsi dai vecchi modelli dell’identità esistenziale. Dalla promessa messianica e palingenetica del progresso, fatto di sviluppo della scienza, della ragione e dell’estensione universale dei diritti umani, il socialismo passò all’attiva partecipazione ai fenomeni più aberranti di distruttività e di morte fino ad allora conosciuti. Impreparato a conciliare e superare “dialetticamente” l’antiteticità fra economia capitalistica e umanesimo socialista, non in grado di definire una nuova identità umana socialista, a fianco degli imperialismi più cruenti adotterà il “solidarismo distruttivo” dei popoli per costruire una nuova umanità. Su tale dissociazione nascerà il delirio fascista.
Stesso destino avrà l’emergente marxismo “nazionale” di orientamento comunista. A poco servì la teoria revisionista della rivoluzione proletaria, poco internazionalistica e molto contestualizzata dal punto di vista storico e culturale. Il suo epicentro è una rinnovata nozione della coscienza di classe sociale. Questa ora si fonda più sugli elementi culturali che su quelli economici. Con essa Antonio Gramsci andrà sviluppando un’analisi e una strategia politica imperniate sui concetti di egemonia e di blocco storico che ripropongono come vitali e indispensabili le componenti più antiche e radicate della società italiana. Di queste non si sarebbe potuto fare a meno per elaborare un qualsiasi progetto politico di mutamento.
In particolare la Chiesa e la sua religione, assieme alle tradizioni economiche, sociali, culturali più invalse, insieme alle istituzioni socialmente più funzionali della società civile, avrebbero dovuto essere valorizzate quanto più possibile per la realizzazione di un nuovo blocco storico, in cui le immutabili diversità e le conflittualità avrebbero perso le loro cariche alternative sull’altare di una congruente e organica egemonia politica. Tale prospettiva, oltre a depotenziare le soggettività alternative, ha legittimato le forze avverse agli unici fenomeni realmente progressivi della società italiana: la secolarizzazione, il pluralismo politico, la libertà di pensiero. Contemporaneamente, ha giustificato e promosso il consociativismo governativo fra elementi contrastanti che ha caratterizzato la seconda metà del secolo Ventesimo.
All’origine di tale cedimento c’è sicuramente la debolezza teorica della nozione di coscienza di classe, che non è solo gramsciana, ma appartiene a tutta la tradizione marxista. La coscienza di classe è stata il motore teorico di ogni prospettiva socialista e comunista, la sua chiave di conoscenza e di elaborazione politica. È stata sempre la suprema rappresentazione non soltanto della condizione dell’uomo, bensì della conoscenza dell’uomo. In breve, è stata la percezione culturale della condizione economica, politica e sociale dell’uomo. Essa ha avuto una funzione finché ci sono state le condizioni per l’imposizione di una ideologia dell’uomo corrispondente. Quando queste sono mancate, la coscienza di classe si è vanificata dal punto di vista politico. La coscienza di classe, espressione di una alienazione generalizzata, è stata quindi un assunto ideologico e come tale ha rappresentato uno stato di falsa coscienza. Ovvero, è stata una coscienza solamente empirica dell’uomo, determinata dalla “percezione immanente” della esclusiva socialità della condizione umana. Questa è una percezione cognitiva di un pensiero razionale e cartesiano, di quel “razionalismo morboso” che si è costruito la sua legittimante filosofia della storia e il suo conforme storicismo, finalistico, teleologico e di stampo idealistico. Così facendo, si è trascurato il vero motore dello sviluppo sociale di quei tempi e che non pochi avevano visto come il reale tesoro del socialismo: la sfera individuale dell’uomo, il soggetto come unità plurale di razionalità e irrazionalità. A fine Ottocento, Oscar Wilde grida che «l’individualismo è ciò che vogliamo raggiungere attraverso il socialismo». Più tardi, José Ortega y Gasset sostiene che «è stato l’individualismo che ha arricchito il mondo e tutti gli uomini del mondo». Tale conoscenza invece di illuminare ha angosciato.
L’uomo socialista si è spaventato della scoperta di se stesso, essere libero, e della sua vitalità trasformatrice. Non ha sostenuto psichicamente la propria intima rivoluzione individuale, senza la quale non ci sarebbe stata mai la rivoluzione politica e sociale. Trascurare l’individualità, l’unicità e la diversità dei soggetti, ha significato continuare a occultare una visione globale della realtà umana e su di essa sovrapporre e stratificare livelli di “conoscenze” false e ideologiche, per lo più religiosamente ispirate. Ha così dominato un pensiero reificato, che ha negato la vera natura della realtà umana e ha penalizzato i processi cognitivi creativi e la fantasia conoscitiva della relazione umana e interumana. Il socialismo, poi comunismo, scambia l’uomo sociale per l’uomo “naturale” e nella socialità lo “ingabbia”. «Il mondo sociale - ammonisce Paul Valéry - ci sembra allora naturale come la natura», mentre si regge su «un edificio di incantesimi», poggia «su scritture, immagini, efficaci abitudini e convenzioni osservate, tutte pure finzioni». Alienazione del pensiero, questa, che produce dissociazione nelle mentalità collettive e schizofrenia diffusa, ossia coscienza reificata della condizione umana. 26 giugno 2009
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