Nelle librerie Le ossa di Cartesio dell’americano Russel Shorto, scrittore e collaboratore del New York Times Magazine. left indaga con l’autore le origini del dualismo mente corpo e la sua persistenza all’interno della nostra società di Livia Profeti
Con il Discorso sul metodo del 1637 Cartesio ha posto il pensiero umano al centro della conoscenza e per questo è considerato il filosofo che ha aperto la modernità, ratificando però al contempo una separazione tra mente e corpo che a distanza di quattro secoli ancora perdura. Nel 1819, all’Accademia francese delle scienze venne aperta la bara che conteneva i suoi resti, dai quali mancava il cranio. Per ironia della sorte, a colui che con il celebre “Penso quindi sono” aveva sancito il primato della mente, qualcuno aveva tolto proprio la testa. Nasce così la storia di un enigma, svelato dall’americano Russel Shorto in Le ossa di Cartesio (Longanesi, traduzione Irene Abigail Piccinini, pp. 291), attraverso un’indagine sulle origini del pensiero moderno che dal 1600 arriva ai giorni nostri. Ne emerge un’immagine diversa da quella del razionalista puro con la quale il francese è stato tramandato, ad esempio scoprendo che René Descartes aveva un grande interesse per la medicina e fu proprio un medico, Henricus Regius, a svolgere un ruolo fondamentale nella divulgazione del suo metodo. A differenza del filosofo, questi non ebbe timore degli attacchi degli aristotelici e dei religiosi, aprendo così molta strada alla medicina del corpo. Paradossalmente dunque, la filosofia che voleva mettere in primo piano la mente umana è di fatto risultata utile solo per il corpo.
«In effetti c’è una certa ironia - commenta l’autore con left -. Cartesio è generalmente ritenuto un filosofo che si è occupato dell’astratto. Nel corso della propria vita si è però focalizzato molto anche sul corpo, sulla cura delle malattie, tanto che effettivamente ha dato un contributo fondamentale per lo sviluppo del metodo scientifico». Esilaranti le accanite discussioni ottocententesche sul teschio ritrovato, tutte incentrate sulla sua grandezza e forma, caratteristiche che avrebbero testimoniato la genialità del filosofo. Un materialismo così stupidamente riduzionista che, se giustificato dall’entusiasmo positivistico dell’epoca, oggi non lo è più. Eppure ritorna quotidianamente nelle presunte scoperte scientifiche sulla mente propagandate dai media, per le quali qualsiasi aspetto della personalità andrebbe ricondotto a un gene o all’uso di una sostanza. Riduzionismo il cui rischio di razzismo - che emerge chiaramente dal testo - testimonia come la sperimentazione razionale sia incapace di scoprire e quindi garantire l’uguaglianza tra gli esseri umani. Shorto però salva il metodo scientifico classico, rispondendo che «in alcuni momenti e in certe discussioni fondate sulla ragione può esserci l’errore. L’idea è che, tra persone razionali, la ragione sia in grado di correggere i propri errori».
Un altro aspetto interessante del saggio è quello di mettere in evidenza le difficoltà della tecnica nel rapportarsi alla complessità del volto umano, definito «la tecnologia di comunicazione più antica ma anche la più sofisticata», perché densa di significati. Ne deriva un appiattimento che rischia di produrre «una società senza volto», che ci pare un altro esempio dell’impossibilità della razionalità di cogliere sensi e significati specificamente umani, materialmente immisurabili. «Sì - risponde Shorto - sebbene sia possibile identificare su base razionale determinate modalità di espressione. Anche la razionalità può servire nell’interpretazione di un linguaggio tanto complesso come quello del viso. La lettura del volto può rappresentare un modo della ragione di avvicinarsi e comprendere l’irrazionale». Contemporaneamente però ammette che «se da una parte dunque la ragione potrebbe rivelarsi uno strumento utile, dall’altra bisogna ricordarsi che si ha sempre a che fare con la sfera dell’impalpabile, sfera che la razionalità non può capire e decodificare completamente».
Chiediamo quindi a Shorto di approfondire il problema del dualismo, che nel corso del volume viene analizzato alla luce di un rapporto insoluto tra fede e ragione. Nel finale però egli propone che sia invece «il cuore» a poter rimettere insieme quella mente e quel corpo che Cartesio ha separato, in un’ottica che sembra prospettare la necessità odierna di affrontare il rapporto tra ragione e affetti. «L’idea del “cuore” può essere utile per mediare tra pensiero illuminista e pensiero moderno - ci chiarisce l’autore - ma non è completamente efficace per la mediazione tra pensiero religioso e laico». Il problema dell’alienazione religiosa resta quindi in primo piano, e giustamente, perché in effetti per affrontarla non è certo sufficiente un generico concetto di “cuore”. Rimaniamo però in tema per approfondire la sezione del libro nella quale viene descritto il rapporto di Cartesio con Helena Jans, la donna amata dalla quale ebbe una figlia, senza sposarsi. Il filosofo se ne separò per timore degli attacchi dei teologi, senza però abbandonarla in balia degli strali della società dell’epoca: spese un’ingente somma per pagarle la dote, assicurandole così il matrimonio con un altro. La fine di questo rapporto è, secondo Shorto, alla base del suo fallimento di superare il dualismo con uno studio sulle passioni (Le Passioni dell’anima, 1649), perché a quel punto tale tentativo era rimasto «un esercizio puramente filosofico». Colpisce che solo pochi mesi dopo Cartesio contragga quella febbre che non riuscirà a debellare e lo porterà alla morte. La vicenda del rapporto con Helena chiude emblematicamente il volume, e allora ci chiediamo se l’autore ipotizzi che una soluzione al problema della scissione mente corpo non possa essere trovata senza un modo di pensare “incarnato”, risultante da un rapporto affettivo e profondo con l’essere umano diverso da sé. Shorto concorda solo in parte: «La mia idea è piuttosto quella che siano le emozioni forti a far superare questo dualismo e non tanto un rapporto sessuato. Cartesio instaurò un forte legame anche con la figlia, creando una relazione affettiva viscerale e in un certo senso potente. È l’amore nelle sue numerose forme a permettere questo superamento, l’amore come altre emozioni forti… tra cui includerei anche l’odio».
Diversamente, noi pensiamo che ciò sia possibile solo attraverso il pensiero di chi abbia conservato, e poi realizzato completamente, l’identità umana irrazionale della propria nascita. La mente nasce dal corpo in una “fusione nucleare” che può essere perduta, ma come dimensione di malattia della mente e non del corpo, e come tale può essere curata perché la scissione non è originaria. Il dualismo, figlio di una profonda alienazione religiosa, non è ineluttabile, ma di certo è funzionale al potere della religione. Leggiamo infatti che i documenti sulla messa all’Indice dei libri di Cartesio sono stati resi pubblici nel 1998 da Joseph Ratzinger, allora capo della Congregazione per la dottrina della fede. Un episodio che testimonia la sintonia di Benedetto XVI con la visione del filosofo francese sul rapporto tra religione e ragione. «Cartesio è un pensatore medioevale che ha fatto dei passi verso la modernità - commenta Shorto - lo stesso direi per Joseph Ratzinger». La risposta un po’ ambigua ci lascia perplessi: Ratzinger avrà anche fatto “passi verso la modernità”, ma non ci pare che il 2009 sia ancora il Medioevo. 26 giugno 2009
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