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Sulla strada di Kafka e Leopardi, i racconti di Andrea Mario Rigoni indagano il profondo
Dopo i racconti di Debenedetti e Carraro ecco quelli di Andrea Mario Rigoni, Dall’altra parte, (Aragno). Nonostante la immotivata diffidenza degli editori verso i racconti, si tratta di un genere in cui la nostra narrativa ha spesso dato il meglio di sé. Al contrario del romanzo un racconto è meno pretenzioso, non aspira a incarnare un’opera-mondo. E inoltre è un genere meno”borghese”: una volta che il rimosso vi ritorna, non ha il tempo e l’agio di essere riassorbito, come in un romanzo. Il racconto finisce subito e così la crepa del reale - potremmo dire il perturbante - resta lì, nuda e irreparabile. Rigoni parla di incidenti, delitti, misteri, dark lady, dormiveglia, nebbie, improvvise rivelazioni, morti scampate per un caso, uomini intrappolati in situazioni paradossali (mi pare con una insistenza sulla coppia). Vengono in mente certi scapigliati, e soprattutto i nomi di Poe e di Kafka, non quello della vulgata, ovvero situazioni più o meno angoscianti legate al mondo della burocrazia ma il senso apprensivo di un continuo precipitare. I migliori sono per me “Come gli alberi”, sullo sfondo della Resistenza, “La verità di Al”, apologo morale - non moralistico - sull’integrità di un eroe comune, e “Inferno”, prova virtuosistica su un racconto che diventa realtà che diventa racconto (un incidente aereo e le sue conseguenze su chi narra). Nel saggio di postfazione, Ruggero Guarini parla giustamente di «passione dell’inesplicabile», di un «culto del fortuito, dell’inatteso, dell’imponderabile», con lo «strano brivido di orrore e felicità», con il mix leopardiano di sgomento e di letizia che sempre ne consegue. Ma qual è la poetica di Rigoni, la sua cifra espressiva? La lingua ha un piglio quasi classico («Nel bosco vita e morte si avvicendavano, come nel mondo degli uomini, ma senza apparente dolore»), altre volte è più moderna, nervosa, ma non si mette mai in primo piano. Tende a sparire nel racconto stesso. Ora è pure vero, come qui leggiamo, che quando la vita finisce nella letteratura “entra in un mondo sottratto ai confini e alle leggi del reale”. Ma in un altro senso mi piace definire queste storie profondamente “realistiche”. Se infatti il reale è precisamente ciò che non è controllabile ecco che questo “reale” - beffardo, improbabile, misterioso - lampeggia all’improvviso nei racconti di Rigoni, come un incontro imprevisto, e quasi sempre ci indica un destino individuale.Un’ultima considerazione. Circolano qui temi e umori non lontani da quelli del sodale, e anzi maestro di Rigoni, il filosofo rumeno Emil Cioran, però confermando un mio assunto sul primato della letteratura sulla filosofia. L’opera di Cioran è infatti la quintessenza distillata del pensiero negativo. Alla fine però l’aforisma, di lucente perfezione, può trasformarsi in una gabbia. Quello stile monologico, di straordinaria, algida purezza, deve rimuovere una parte della realtà, e rischia di convertirsi in mitologia. Il racconto invece contiene sempre tutta quanta la realtà, con la sua irriducibile varietà e pluralità di punti di vista. di Filippo La Porta 26 giugno 2009
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