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Elio, ignudo tra i futuristi Stampa E-mail
In giro per l’Italia con uno show  sull’audace epoca di Marinetti e De Angelis, il leader delle Storie tese continua la sua ricerca nel passato. Con una sola parola d’ordine: osare

Tra un impegno e l’altro con le Storie tese, il front man Elio, curioso per natura e instancabile filologo su e giù dal palco, parte in tour per celebrare il movimento futurista, a cui la sua band deve una bella fetta d’ispirazione. A Poggio a Caiano, tra le sedi della kermesse toscana Contemporanea colline festival, il 3 luglio, la seconda tappa dello spettacolo Fu... turisti.

Quando nasce l’idea di uno spettacolo futurista?
è un movimento che mi ha sempre attirato. Quest’anno con le celebrazioni del centenario, c’è stata l’occasione per fare quello che avevo in mente da tempo. Ma il Futurismo meriterebbe un’analisi più profonda, non limitata a quest’anno di festeggiamenti: è stato sottovalutato per anni, soprattutto in Italia, il Paese da cui è partito.

In che consiste Fu... turisti?
Ci sono io in veste di chansonnier e il mio ensemble, nessun allestimento scenico particolare. Lo show è diviso in due parti. In una proponiamo “La magnifica spedizione fu…turista da Milano a Marechiare per uccidere il chiaro di luna”, con musiche di Nicola Campogrande e testi miei e di Piero Bodrato. è la storia di un gruppo di futuristi che partono in torpedone per  Napoli e si avventano metaforicamente sul chiaro di luna, essendo il Futurismo avverso alla canzone melodica napoletana, incarnazione di tutto il passato. Nell’altra parte canterò una selezione di canzoni di quegli anni, dal repertorio di Rodolfo De Angelis, che si era autonominato compositore futurista. Da “Ma così questa crisi” a “Tinghe Tinghe Tanghe”.

In quali aspetti del Futurismo ti riconosci?
Innanzitutto nell’uso della parola. Tante volte nei pezzi degli Elio e le Storie tese abbiamo scelto delle parole non per il significato ma per il suono. Cosa che facevano anche i futuristi. Anzi, loro forse facevano solo questa scelta qui. L’altra somiglianza, che dovrebbe essere utile per tutti quelli che hanno una carriera artistica, è l’osare. Lasciando stare le odi alla mitragliatrice di Marinetti, mi riferisco al campo artistico: se un artista rinuncia a osare e a inventare qualcosa di nuovo che artista è? In questo momento nessuno osa: alla radio sentiamo solo canzoni di trent’anni fa riarrangiate, per non correre il rischio di non piacere al pubblico. Io, insieme alle Storie tese, mi assumo questo rischio pur di sferzare il pubblico e proporre strade da esplorare, nuove e poco rassicuranti . È questo il punto di contatto tra noi e il Futurismo, un misto di sperimentazione e comicità che ritrovo in sketch degli anni Sessanta con Tognazzi, ad esempio.

Uno sguardo all’indietro rivolto alle nobili tradizioni italiane, come hai fatto col Barbiere di Siviglia.
Sì, ma con il desiderio che cose come la musica classica siano fruite come avveniva all’epoca. Certi cultori le vivono con fredda sacralità, dimenticandosi che queste opere all’origine erano semplicemente quello che si ascoltava, cioè musica e storie coinvolgenti. La prima del Barbiere fu un fiasco: venne lanciato un gatto sul palco. Vuol dire che nel teatro c’era un’atmosfera viva, che non è quella di oggi. Più il passato si cristallizza, più si allontana il pubblico. Sfruttando il fatto di essere conosciuto dal grande pubblico, cerco di far arrivare queste bellissime cose, il Futurismo o l’Opera, anche a gente che altrimenti non le ascolterebbe mai.

di Diego Carmignani

26 giugno 2009

 
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