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Se un paese diventa un’isola Stampa E-mail
Left n.24 del 19 giugno 2009La presidenza Ahmadinejad: una cappa sulla nazione. L’insoddisfazione sale e sempre più persone gli attribuiscono la responsabilità della crisi e della disoccupazione
di Cecilia Tosi

Nessuno vuole che Teheran sia isolata. Non lo vogliono gli iraniani e non lo vogliono gli americani. Eppure i giovani che sono scesi per le strade in questi giorni chiedono libertà di informazione e apertura al mondo esterno. Perché in questi ultimi quattro anni, con la guida di Mahmoud Ahmadinejad, il Paese non si è fermato, ma è rimasto sempre più solo. A differenza dei suoi predecessori, il presidente “proletario” non ha riposto molta fiducia nell’Europa, preferendo piuttosto guardare a Est e ai possibili partner asiatici, come la Cina. D’altra parte, è difficile immaginare come avrebbe potuto costruire rapporti idilliaci con l’Occidente mentre investiva così tante risorse nel suo programma nucleare. «Il nucleare è un diritto a cui il popolo iraniano non è disposto a rinunciare», racconta da Teheran Raffaele Mauriello, ricercatore ed esperto di islam sciita. «Nessuno però parla di arma atomica, quello che si rivendica è la possibilità di produrre energia senza dover subire i diktat di nessuno». La parola chiave è autonomia. Gli iraniani sono fortemente nazionalisti e cercano costantemente di “iranizzare” gli input che arrivano dall’esterno. «Basti pensare», aggiunge Mauriello, «che anche nelle fabbriche dove si assemblano automobili per conto di ditte straniere, spesso si operano piccole modifiche per lasciare l’impronta nazionale!».

Un atteggiamento che accomuna elettori
di Ahmadinejad e di Mousavi, due candidati che, nonostante la dura contrapposizione di questi giorni, non sembrano poi così diversi agli occhi di europei e americani: «Penso che sia importante capire che in entrambi i casi siamo di fronte a un regime ostile agli Usa», ha dichiarato in questi giorni Barack Obama. «Abbiamo interessi a lungo termine che non abbiano un’arma nucleare e non fomentino il terrorismo». I due contendenti sembreranno pure ugualmente pericolosi alla Casa Bianca, ma qualsiasi analista politico è convinto che con Mousavi il dialogo sarebbe stato più facile. Basti pensare a quello che rappresenta il candidato dell’opposizione per i giovani iraniani. Non che lo considerino un personaggio nuovo, capace di rivoluzionare la società iraniana: primo ministro dal 1981 al 1989, ai tempi della guerra contro l’Iraq, Mousavi è un politico di lungo corso che non ha mai vantato ottimi rapporti con gli americani. «Molti giovani, però», continua Mauriello, «vedono comunque in lui il segno del cambiamento. In Iran il 60-70 per cento della popolazione è composta da ragazzi tra i 18 e i 30 anni, figli del boom demografico seguito alla rivoluzione, la maggior parte dei quali va all’università o è laureata. L’istruzione è molto importante in Iran, ma trovare un lavoro qualificato è sempre più difficile. Per questo l’insoddisfazione sale, e sempre più persone attribuiscono la responsabilità della crisi economica e della disoccupazione a Ahmadinejad».

E non è solo un affare interno.
La politica economica del presidente può essere criticata, ma non c’è dubbio che in questi anni i proventi del petrolio siano stati redistribuiti come mai prima d’ora. Ad avvantaggiarsene, sono stati soprattutto gli strati più poveri della popolazione, raggiunti dalla macchina assistenziale dello Stato. Ma il sistema produttivo non è ripartito e chi sperava in un riconoscimento professionale è rimasto deluso. E tra le ragioni principali, secondo l’elettorato iraniano, ce ne sono due che derivano proprio dai rapporti tra il governo di Ahmadinejad e il resto del mondo: la scarsità di investimenti esteri e le sanzioni economiche. Le potenze straniere non fanno arrivare i loro capitali, secondo l’opposizione, perché non si fidano di un capo di Stato che va in giro a negare l’Olocausto e continuano a punire il Paese perché Ahmadinejad non è in grado di dialogare e sembra preferire i nemici agli amici. Persino Sarkozy, ansioso com’era di stringere accordi con l’Iran, si è rifiutato di stringere la mano al presidente dopo che aveva definito “un mito” il genocidio degli ebrei.

Ahmadinejad, però, ha vinto.
Così dice il ministero degli Interni, anche se il Consiglio dei Guardiani ha accolto la richiesta di riconteggio delle schede avanzata da Mousavi. Mentre i risultati venivano resi pubblici, il presidente volava a Mosca, dedicando la prima giornata del suo nuovo mandato a una conferenza dell’Organizzazione di Shangai,  il gruppo composto da Russia, Cina e Paesi dell’Asia centrale. Confermando la sua “attrazione”, l’Oriente, il presidente iraniano non ha perso l’occasione per scagliarsi contro gli Stati Uniti: «L’era degli imperi è finita e invece l’Iraq è ancora occupato», ha tuonato. Tutto sta nel capire fin dove arrivi il fumo e se sotto ci sia veramente l’arrosto. Tra tanti proclami anti americani, Ahmadinejad ha sempre lasciato aperto uno spiraglio al negoziato e adesso che Obama ha teso la mano alla Russia, non può rischiare di chiudersi in un isolamento ancor peggiore di quello che ha già esasperato la popolazione iraniana. Per questo c’è chi confida nell’arrivo del presidente al prossimo G8 degli Esteri, che si aprirà a Trieste il 25 giugno.

Una presenza caldeggiata
sia dal governo italiano che da quello americano: la partecipazione dell’Iran è fondamentale per raggiungere una strategia condivisa per l’Afghanistan. In quello che ormai negli Usa è famoso come dossier Af-Pak e che individua nella pacificazione dell’area afgano-pakistana la priorità dell’amministrazione, il coinvolgimento di tutte le potenze regionali è indispensabile. E senza l’Iran, che esercita un’enorme influenza su quella fetta di popolazione afgana che parla il dari, un dialetto persiano, la strategia della Casa Bianca è destinata al fallimento. A preoccuparsene, però, non sembrano tanto gli americani quanto gli italiani, da sempre in rapporti molto stretti con l’Iran. Mentre Hillary Clinton tace, il ministro Frattini si è affrettato a dichiarare che «fermo restando l’attenzione con cui seguiamo l’evoluzione di questa fase, crediamo che sulla stabilizzazione di Pakistan e Afghanistan l’Iran, se si impegna, può essere un elemento di successo della nostra azione». Qualunque sia il presidente. 

19 giugno 2009

 
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