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di Massimo Fagioli All’Università di Chieti ho svolto, parlando, l’ultima lezione dell’anno accademico 2008-09. Su left ho scritto più di un articolo su un regista cinematografico e, la settimana scorsa, scrissi di Ciliberto che aveva detto parole che, fin dall’infanzia, non avevo mai udito: “La materia di Bruno è vita. Non c’è nessun rapporto tra Bruno e Spinoza”. Tante volte, vedendo le rocce di Frasassi che erano state sempre ignorate, avevo una sensazione che, forse, somigliava all’indifferenza perché non mi davano il senso del tempo. Le parole “milioni di anni” non muovevano immagini ma facevano comparire termini che non indicavano cose: immobilità... da sempre. Poi, forse al liceo quando leggevo i filosofi greci si avvicinò, al ricordo cosciente delle rocce immobili, la parola infinito: senza tempo, senza inizio né fine. Milioni di anni non indicavano, un tempo misurabile ma qualcosa di non conosciuto. Alle lezioni di Chieti dissi che le immagini della mitologia non meritavano tale nome perché, in verità, erano figure umane e, pertanto, ricordi coscienti di persone viste e udite in stato di veglia. Soltanto negli animali umanizzati, come la Sfinge e le sirene ed i centauri, si poteva pensare ad una idea sul rapporto tra uomo e animale, ed anche un tentativo di ricerca su un’ipotesi del passaggio dall’animale in essere umano; interrogativo senza speranza di conoscenza. Il perché sta, dissi a Pettini, che non conoscevano il significato né il senso della parola trasformazione. E questa impossibilità di conoscenza era perché non avevano realizzato un pensiero verbale che derivasse dalla trasformazione delle immagini create dalla mente che non è la razionalità della veglia e della coscienza. Il pensiero che non è coscienza non è stato mai compreso dalla ragione che, essendo senza fantasia, sapeva disegnare soltanto favole bugiarde pensando a sogni mandati dagli dei o dal diavolo o “eredità filogenetica da milioni di anni”, cioè resti di una mente animale; le immagini create, invece, sono una caratteristica esclusivamente umana. Ed allora io penso che la ragione, geniale nell’osservare e pensare le cose del mondo visibile, è stupida quando si volge a pensare le cose della mente che non è la coscienza vigile. Ed Omero ci racconta il peregrinare di Ulisse ed è un linguaggio che, in verità, racconta la migrazione greca che giunse all’Italia meridionale e fece la Magna Grecia. Ma forse, oltre al significato della migrazione greca c’è un linguaggio invisibile che potrebbe dire che, prima, ci fu il navigare dei fenici. Allora il senso nascosto è raccontare l’uomo greco che torna dalla moglie per fare il pater familias perché, forse, l’uomo fenicio non aveva soltanto un’identità razionale che era riuscita a prevalere sui fantasmi della natura. Ebbe la fantasia di torcere le piccole linee della scrittura e segnare il numero nove che conteneva, invisibili, nove unità.
Così Omero racconta la tragedia, mai superata, della ragione che sconfigge le immagini create dalla fantasia anche se Circe e Polifemo sono restati nel mondo della notte dell’essere umano, quando gli occhi non guardano i continui cambiamenti della natura. Venne il filosofo che dette un nome alle cose: ma acqua, aria, terra e fuoco non furono conoscenza ma indicazione della cosa percepibile e relazione verbale con i propri simili resa possibile dall’articolazione dei suoni uguale per tutti. Ma restò che il fenicio non era greco e, quasi certamente, non si capivano. Bisogna pensare che raggiungere il linguaggio verbale che dava un nome alle cose, sia costato la perdita di quel rapporto interumano basato sulla sensibilità e sul vedere il movimento dell’altro come linguaggio; allora anche i suoni inarticolati del bambino che ancora non parla, fanno intendere il desiderio di conoscere la cosa odorandola, assaporandola, toccandola. E si perse la possibilità di comprendere il senso del rapporto interumano perché, Omero lo dice, fu condannato il libero rapporto tra uomo e donna; era necessario tornare da Penelope. E l’uomo greco sembrò il padrone assoluto della realtà umana, e l’identità razionale dell’uomo raggiunse soltanto la stupidità dell’essere per l’introiezione del pene e l’identificazione con il padre; agli altri esseri umani non era concessa nessuna identità sessuale perché, per la ragione, la sessualità non era caratteristica esclusivamente umana; non era identità ma gioco di corpi come quella delle scimmie. Non avevano mai pensato ad una dialettica tra due realtà umane con il corpo diverso, che avevano una identità mentale irrazionale.
Poi venne la scrittura, non so quando; sembra con i Sumeri. Penso ai tempi lontani, ma il pensiero cerca l’invisibile e le parole vanno ad indicare la scomparsa dell’udire e parlare, ed il termine sentire forse angoscia un po’ perché, nella scrittura, soltanto la vista percepisce quei suoni silenziosi che le piccole linee contorte come le strade di un labirinto, segnate dalla mano per indicare un cammino invisibile che è soltanto movimento senza che nessuna cosa si sposti. Si muove la mano che è umana perché l’opponente del pollice tiene lo stilo che scolpisce i segni nella roccia. Anche se lo sguardo va da un luogo all’altro, in verità le linee della poesia fanno vedere, senza orecchi e lobo temporale, il suono che sta nella composizione delle parole che non escono come voce sonora, ma come linee silenziose. Il vagito della nascita si è perso nella capacità di immaginare che è diventata linea che ha forme infinite. è immagine ma non riproduce cose viste, non fa forme con i colori. Poi venne il greco, il latino, poi venne il cristianesimo, poi venne la lingua italiana; ed è noto che la chiesa cristiana ha conservato la lingua latina. E mi domando se c’è un rapporto tra questa identità linguistica e l’alleanza della religione cristiana con l’identità della ragione. Ricordo i poeti siciliani alla corte di Federico II e mi domando se la poesia italiana era una rivolta all’oppressione della razionalità della religione romano-cristiana.
Ed ora mi rendo conto che, già dal numero scorso di left avevo l’intenzione cosciente di pensare alla parola esistenza che si era legata alla parola vita, perché era diversa; aveva un significato diverso, forse un altro senso. Poi, come spesso mi accade, la penna ha segnato altre lettere obbedendo ad una... immagine non percepibile. Da tanti anni si diceva sempre come il linguaggio articolato sonoro si acquisisce, nella vita umana, dopo un anno di vita, la mano fa la scrittura soltanto dopo altri quattro anni. Si era, da tempo, cercato di comprendere il movimento del pensiero e dell’immagine nascosta che, dall’apparato vocale passava al braccio ed alla mano. Osservavo il bambino che, nello stesso tempo, riesce a parlare ed a camminare. Poi passano alcuni anni perché possa scrivere. Cosa accade, invisibile, nella realtà mentale dell’essere umano perché, pur avendo l’opponente del pollice, non riesce a scrivere nei primi anni di vita? Non penso allo sviluppo della sostanza cerebrale, ma alla paura che dà la parola trasformazione; è necessario, per giungere a fare la linea, ricreare la fantasia di sparizione della nascita.
Vedo l’immagine del gruppo seduto per fare psicoterapia. E l’immagine diventa subito pensiero verbale: non c’è comportamento e nessuno è immobile: si parla, non si scrive. Si sente, si vede, si sa che c’è un movimento spesso molto veloce, un fantasma invisibile che si manifesta con un rincorrersi di voci che si tengono per mano. Penso al sogno le cui immagini vengono descritte, penso alla voce che interpreta trasformando la voce che racconta, in pensiero verbale che è conoscenza. Ho scritto, nel titolo, La rivolta della poesia. Ma ora penso che la poesia è soltanto scritto silenzioso che non si fa capire; muove la sensibilità di chi ha emozioni e sente il nascosto. Penso alle immagini del film Vincere, e le figure spariscono perché si trasformano nella parola: donna. Ma è come una poesia: non si fanno capire perché non è un linguaggio che dà conoscenza. Forse perché, come la scrittura, non hanno suoni. Forse soltanto il movimento, un’illusione, la toglie dal silenzio e dice rivolta, rifiuto. |