Cartaditalia è una delle migliori riviste di letteratura italiana contemporanea. La redazione è in Svezia
Fa uno strano effetto scoprire che una delle migliori riviste culturali italiane si pubblica a Stoccolma! è il semestrale Cartaditalia dell’istituto di cultura della città svedese, diretto da Paolo Grossi. Nel numero 1 di aprile campeggiano dieci scrittori italiani ritenuti sufficientemente rappresentativi della nostra narrativa contemporanea e scelti per la «scrittura dalla forte, spiccata identità». Sono poi previste panoramiche dedicate ad altri linguaggi: cinema, arte, teatro ma si potrebbe anche pensare ad architettura, fumetto, moda. Abbiamo bisogno, credo, di periodici “check”, fatti con onestà e competenza, sullo stato di salute della nostra cultura. Degli scrittori scelti si presentano, con testo a fronte in svedese, ampie parti antologiche recenti. I medaglioni e l’introduzione sono di Domenico Scarpa che rivendica una scelta in senso realistico ma evitando noir e inchieste, poiché la realtà (cronachistica, storica, privata, pubblica) in queste pagine diventa insolita, dunque “memorabile”. E, infatti, la funzione peculiare della letteratura è mostrarci le cose come se fosse la prima volta, strapparle all’ovvio, rendere il familiare un po’ spaesante. Se la realtà è una «palla infuocata in movimento», come disse il grande scrittore Paolo Volponi nel 1965, allora per afferrarla occorre un linguaggio anch’esso in movimento. I mini ritratti di Scarpa agli autori sono pregevoli ed essenziali. Qualche esempio. Su Valeria Parrella: scrittura filiforme, sa che le parole servono a poco e da ciò nasce in genere la buona letteratura. Su Antonio Scurati: scrittore engagé a tempo scaduto, iperconsapevole, che litiga con le sue stesse storie. Su Andrea Bajani: italiano gualcito, apparentemente dimesso, una lingua svestita e senza trucco. Su Elena Ferrante: prosa lineare e incalzante, accerchiata da un nemico che insegue e che non lascia spiraglio di fuga. Su Diego De Silva: il suo protagonista ha un’intelligenza animale, da romanziere, un’incoscienza calcolata che dà l’illusione della razionalità. Sull’esordiente Giulia Fazzi: prima racconta con cautela, per paura di rompere qualcosa, poi sferra la voce a tutta velocità. Su Franco Arminio: vena visionaria e rozza che incendia le sue frasi e un’esattezza apparentemente casuale. Su Vitaliano Trevisan: scrittura assoluta, di inflessibile verticalità, e inoltre personalità inconfondibile nonostante la suggestione di Bernhard. Su Roberto Alajmo: un romanzo sempre in bilico, si risolve in precipitare di fatti banali e atroci. Infine su Sandro Veronesi: vorace ed estroverso, smagliante, a volte eccessivo, «rappresenta al meglio la letteratura italiana contemporanea». Sono d’accordo: Veronesi è un funambolico intrattenitore, a volte stregato dalla sua stessa arte, ma capace sempre di darci qualcosa di più del mero intrattenimento. Certo, l’insieme delle pagine narrative qui antologizzate ci convince di una verità. Non è indispensabile parlare della realtà per metterla in scena: basta farne percepire la logica più segreta attraverso l’invenzione narrativa e il ritmo della prosa. di Filippo La Porta 19 giugno 2009
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