Dopo la stagione ermetica e quella della poesia in prosa Onofrio propone una nuova nuova frontiera
Forse riguardo al linguaggio poetico la situazione si è ribaltata. Per molto tempo si è osservato giustamente che in poesia era permesso tutto fuorché dire qualcosa (Berardinelli), tanto la poesia del ’900 era prigioniera del dogma moderno dell’oscurità e dell’anticomunicazione. Poi per reazione ha cominciato a includere sempre più l’impuro dell’esperienza, l’opacità della prosa del mondo: sembrava - ingannevolmente - che bastasse mettere in versi la vita quotidiana com’era. Oggi accade che soltanto in poesia si possono dire delle cose senza essere retorici. Prendiamo Emporium, poemetto di civile indignazione di Marco Onofrio (Edilet). Si comincia dichiarando subito la propria poetica: «Boom, è il ritmo. Dentro./È bello e orrendo al tempo stesso». Già, perché è il ritmo febbrile della vita contemporanea, degli affari, dei flussi finanziari ed è anche il ritmo - disciplinato e ispirato - della lingua poetica che esprime tutto ciò e sempre, come sapeva Leopardi, accresce la nostra vitalità. Poco più in là leggiamo: «La nostra esistenza scissa, squilibrata,/deturpata, violentata, profanata,/scompaginata, destabilizzata,/frammentata in mille rivoli e brandelli./ E quelli, sempre quelli a comandare…». Mentre il potere si incarna in un “pupo siciliano”, «è l’uomo marcheggiano e materiale/il greve bottegaio, il grassatore. /Colui che tutto fa dei soldi/la misura, e ai soldi in fondo/ tutto commisura». Onofrio dice l’indignazione, la rabbia, il disgusto, lo scherno, l’invettiva, il sarcasmo… E può dirlo soltanto in versi perché altrimenti la sua parola si confonderebbe con la chiacchera mediatica, con il talk show, con tutta una serie di discorsi pubblici divenuti irrimediabilmente falsi in quanto pianificati per un’audience e finalizzati a uso marketing. Protestare contro il denaro, contro il primato dell’arraffare e del fare i soldi? Suonerebbe retorico e ipocrita. Lo hanno fatto per ultimi alcuni grandi scrittori nel nostro Paese, testimoni accorati della fine di un mondo, con accenti tragici (Morante, Pasolini, Parise, Volponi). Messo in versi ridiventa, però, qualcosa di vero e ritrova la sua carica comunicativa. Non avrebbe senso distinguere qui i versi belli da quelli brutti, quelli ispirati da quelli meno felici, ecc. Onofrio si immerge intrepidamente nel trash linguistico e ricorre a vocaboli molto consumati del parlato e del gergo giornalistico («esistenza destabilizzata…»). In questi casi conta però l’insieme, e dunque l’esistenza del poema stesso, quella energia speciale che innerva ogni pagina. Così come Pagliarani nel mirabile poemetto La ragazza Carla usava una sintassi trasandata, un lessico ovvio, ma che esprimevano il ritmo invisibile della metropoli. Onofrio possiede una’estrema sapienza retorica, dissimulata in un metro irregolare ma pieno di echi e citazioni colte. Si può anche immaginare il suo testo recitato da un rapper, con accompagnamento minimo, anche se la “musica” della poesia è intrinseca alla parola scritta. Ma ciò che conta di più è che riesce a trasmettere il ritmo “bello e orrendo” dell’epoca. di Filippo La Porta 12 giugno 2009
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