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di Massimo Fagioli Da molto tempo, due anni, si era creata un’atmosfera misteriosa nei riguardi dell’intenzione di Marco Bellocchio di fare un altro film, dopo Il regista di matrimoni. Aveva accennato che si era appassionato alla storia, poco nota, di Ida Dalser con Benito Mussolini: l’aveva vista e sentita come una donna straordinaria che si lancia in una passione totale, senza riserve, per un rivoluzionario socialista che la delude, la abbandona, tenta di distruggerla emarginandola come pazza, da chiudere nell’Ospedale psichiatrico. E le parole andarono a cercare il male e gridarono al pericolo del parto normale, che poteva far nascere un film che avrebbe raccontato il fatto storico determinando, in chi lo vedeva, la comparsa di una coscienza che legava il sapere ad immagini... che non sarebbero state, in verità, immagini ma figure come se fossero ricordi coscienti di cose percepite. Allora Ulisse lasciò Calipso, allora Giasone lasciò Medea, Enea lasciò Didone. Ma forse il regista udì, nella notte che faceva le immagini dei sogni, la voce che diceva “Non è buono distrarre i propri simili con la storia dei fatti accaduti, come quando si raccontano le favole ai bambini; si deve, per essere artisti, fare immagini in cui il movimento abbia un significato; si deve, per essere più intelligenti della norma, fare un movimento delle immagini che ha un senso invisibile che si può soltanto pensare senza che sia percepito, come se le immagini fossero suono come le parole nella poesia. E così forse, si compose il suono delle parole udite nella veglia con le immagini create, nel sonno, dalla fantasia della nascita. E così, forse, il maglio di Vulcano, che batteva il ferro rosso incandescente, spinse a fare immagini contro la coscienza e la razionalità. Forse. La parola che dice incertezza, calma il dubbio e l’angoscia di pensare cose che, invisibili, hanno quel velo di plastica trasparente che aderisce e fa morire la pelle che non respira e non sente più. è il NON che non dice la verità, non dà un nome alla realtà. Il NON che, come un truffatore, si presenta con passaporti dove è scritto, ogni volta, un nome diverso: bugia, menzogna, negazione, percezione delirante. Allora metto la pezzuola bagnata in fronte per fermare il calore della mente che vuole vedere, pensando, ciò che non si deve vedere. Così, come una coltre di aria morbida, il silenzio circondò il regista che appariva normale e di buon umore. I pensieri degli altri, che si annunciavano talvolta con brevi frasi, giravano intorno a ciò che non era conosciuto: cosa sta facendo? Noi sapevamo e, forse, tanti pensavano e tentavano di intuire ciò che si muoveva nel pensiero senza coscienza che, come il muro impenetrabile della città del Principe felice, aveva il nome tedesco, terribile: das Unbewusste. è vietato pensare alla notte degli artisti perché il loro sogni sono realtà della veglia e del movimento della mano.
Vestiti di grigio scuro venivano i tempi passati e dicevano i loro nomi: Marcia trionfale, Sbatti il mostro in prima pagina, Il gabbiano. Sembravano tempi passati gli anni Sessanta, quando un giovane regista aveva intuito, ne I pugni in tasca, la rivolta che sarebbe scoppiata qualche anno dopo. Comparve Salto nel vuoto in cui le immagini che erano ricordi delle percezioni delle cose della realtà della veglia, si alternavano con le rappresentazioni di altri ricordi che non erano più tali perché ricreati dalla fantasia, come se fossero immagini oniriche. Ed ora ricordo che ho detto sempre che non era movimento lo spostamento di corpi nello spazio. Allora ricordo Diavolo in corpo in cui le persone si muovevano in modo diverso ed io dissi: “Il movimento del cavallo che corre è diverso dal movimento della corsa del cow-boy”. Ed aggiunsi “è perché l’essere umano ha una immagine interiore che l’animale non ha; ed il corpo, quindi, ha una anatomo-fisiologia simile soltanto apparentemente, in verità è diversa”. E pensai molto ai fotogrammi che, proiettati con la velocità di 18 o 24 al secondo, facevano vedere le immagini in movimento. Ma non mi spiegavo come si potesse esprimere il movimento del corpo umano diverso da quello animale. Mi girava intorno la parola velocità e, con essa, la parola tempo, e sentivo le due parole che Bellocchio diceva “tempo interno”; qualcosa oltre la misura dell’orologio e del tempo dalla terra che gira intorno al sole. Poi si accoppiarono le parole movimento, velocità, tempo che partorirono la parola pensiero. E non era la stessa parola che indicava la parola senza immagine, ma era un ermafrodito che, in verità, gridava le parole pensiero-fantasia.
Poi, infettate dal virus invisibile delle immagini cinematografiche, crebbero le parole inanimato-animato e, in un connubio mostruoso, si sposarono componendosi in “rendere l’inanimato, animato; i fotogrammi, inanimati immobili, fanno vedere il movimento delle persone come se fossero animate. Ma il tormento continuava perché nessuno mi diceva la differenza tra animale ed essere umano. Ripensai a quando avevo scritto che le lancette dell’orologio, se si muovono lentissimamente, non fanno vedere il movimento, e tornava la parola velocità; lo spostamento veloce della cosa nello spazio, dà l’illusione del movimento. Ricordai quanto avevo scritto su left: il pensiero verbale può “vedere” ciò che non è direttamente percepibile. Quello che vede senza stimolazione della rètina, ovvero senza occhi, al buio come Tiresia, è il pensiero ermafrodito che ha in sé, invisibile, l’immagine. Non è quello razionale che si è creato da sé per la negazione delle immagini. La ragione assassina ha sempre detto che le immagini non sono pensiero. E così, come una tempesta che fa la memoria della rottura delle acque ed il passaggio nel canale del parto che ci fa separati dalla biologia della madre, vennero diverse, trasformate, le parole di un tempo lontano: fantasia-ricordo dell’esperienza vissuta. Ora la frase partorisce una covata di coniglietti che dicono “rendere animato l’inanimato” è alla nascita dell’essere umano quando il feto nel liquido amniotico, diventa bambino perché, entrando in funzione la sostanza cerebrale, fa il primo pensiero, che non è immagine definita, ma capacità di immaginare. Gli altri mammiferi hanno, alla nascita, il funzionamento del cervello ma non hanno la capacità di immaginare.
L’8 maggio, su left, avevo già accennato alla collaborazione con Bellocchio nel fare alcuni film. Non avevo visto l’ultimo. La settimana scorsa dissi di averlo visto, ma poi ho scritto in modo tale che soltanto alla fine delle due pagine venne il ricordo dell’Ospedale psichiatrico di S. Clemente che era diventato memoria perché, nei giardini, c’era l’immagine di una donna ribelle al deterioramento dell’uomo. E nella piccola scena del giovane psichiatra, ora vedo che diceva “dov’è la pazzia? Nella donna irrazionale o nell’uomo razionale?” E la scelta era evidente: la pazzia sta nell’identità come ragione che, anaffettiva, nega alla donna il pensiero umano perché essa è la irrazionalità che sta sotto la coscienza razionale: la donna non avrebbe identità... è pazzia.
Ma la parola fantasia fa emergere nella mente la parola diverso ed il corpo della donna che non è uguale, fa vedere, senza percezione, una immagine altra che si muove in un modo che non è dell’uomo. La voce uguale nella lettera del linguaggio articolato è misteriosamente diversa nel suono, che i polmoni e le corde vocali uguali creano. Certamente, l’immagine invisibile della nascita si è fusa alla realtà del corpo e l’identità è diventata diversa perché il desiderio uguale, ha un oggetto diverso e sconosciuto. Nel film capolavoro è straordinaria la creazione di una immagine nuova della donna che, presa da grande amore e desiderio per un socialista rivoluzionario, poi non accetta di essere lasciata e... impazzisce? Si scatena contro l’uomo che ha fatto diventare fascista tutta l’Italia. E noi sappiamo che ci fu anche il nazionalsocialismo, ci fu il fascismo spagnolo e greco; ci sono sempre tanti fascismi. Negli anni Sessanta ci fu il ribelle assassino de I pugni in tasca, ora c’è una donna che, della storia, ha soltanto il nome: chi è? Idea? Immagine? Identità? |