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Ferroni stigmatizza la difesa di principio di autori al margine del canone. Ma è proprio qui che si trovano insperate sorprese
La mia generazione - 1952 - quando si è affacciata tardivamente alla letteratura, inizi anni 80, dopo i due decenni della militanza politica e dell’ostracismo della neoavanguardia verso il romanzo, ha subito abbracciato con slancio gli autori novecenteschi considerati “minori” nei manuali letterari, visti perlopiù come figure eccentriche, oppositive. Ci piaceva molto recuperarli e usarli polemicamente contro il canone accademico, contro il mainstream letterario (si incarnasse in Moravia o in Calvino). Qualche nome, alla rinfusa: Landolfi, Delfini, Savinio, poi Bilenchi, Volponi, D’Arzo e prima ancora Tozzi, però già ampiamente sdoganato da Debenedetti. E fino a La Capria, che si autodefinisce, citando Flaiano, un minore importante! Per non parlare degli autori stranieri e della moda di Fante, al quale Tondelli aveva elevato un monumento. Non intendevamo tanto contrapporre una linea minoritaria e avanguardistica a una linea maggioritaria (vedi antologia poetica di Sanguineti nel ’68). I nostri autori non trafficavano con le avanguardie. Piuttosto esprimevano una posizione laterale e irriducibile. Sembrava che invocassero nuovi e più attenti lettori. Ma oggi esistono ancora dei “minori” in letteratura? Con l’implosione del canone, e la sua dispersione in una miriade di microcanoni, quei concetti di “maggiore” e “minore” si svuotano di senso. Non si tratta di contrapporre polemicamente al canone occidentale di Harold Bloom le letterature minori dei cultural studies ma capire che oggi ogni letteratura è “minore” senza però che vi sia una letteratura “maggiore” (ogni letteratura è decentrata pur in assenza di centro). è “minore” perché, nella modernità, all’autorità della tradizione si sostituisce l’autorità della critica e oggi “critici” siamo diventati tutti. La Rete rilancia il lettore comune come critico, la cui unica autorità poggia esclusivamente su argomentazione e persuasione. Online può intervenire chiunque su qualunque libro e magari sbaragliare sul piano del discorso lo specialista. Non esistono più “minori” in letteratura anzitutto perché siamo tutti “minori” in quanto individui, inappartenenti e senza potere. Ne La prima lezione di letteratura italiana (Laterza) Giulio Ferroni stigmatizza la moda di difendere tutto ciò che è minore e ai margini, come se in sé dovesse essere ontologicamente migliore. Eppure, a metà degli anni 70 Deleuze e Guattari vollero proporre, a partire da Kafka (Kafka, Per una letteratura minore), una letteratura “minore”, che consisteva nell’uso deterritorializzato di una lingua maggiore da parte di una minoranza (Kafka, ebreo praghese, che scrive in tedesco). Si suggeriva quindi un’accezione forte e politica del termine “minore”, con un graduale slittamento semantico nel concetto di “rivoluzionario”. Non intendo seguire i due funambolici autori nel loro discorso, molto legato a una retorica “desiderante” tipica degli anni 70. Però possiamo trattenere questa idea di un uso della lingua deterritorializzato, dunque spaesato, che oggi potremmo ritrovare nei migranti writer. di Filippo La Porta 5 giugno 2009
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