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Due anni a Venezia Stampa E-mail

di Massimo Fagioli

Ho visto il film di Marco Bellocchio, Vincere. Ricordo che fui invaso, fin dalla comparsa delle prime scene, da una tensione emotiva che aumentò gradualmente; ed il primo pensiero andò alla musica di Crivelli che annunciava il maestoso; poi le luci, le figure umane, le grandi ombre trasformarono la parola grandioso in pathos, tragedia. Uscendo dalla sala si presentò alla mente un nome, Medea e con esso le parole: tragedia greca. E dopo, quando il tetto del taxi mi proteggeva dal sole cocente, affiorarono i ricordi dei tanti che avevano raccontato e detto del rapporto uomo-donna. E cento mille volte c’è il maschio che, per diventare uomo e realizzare la sua identità, abbandona la donna con cui ha vissuto una storia d’amore. Ma così pensando, mi appare l’immagine di Giovanna Mezzogiorno che, splendida, parla di Ida Dalser come identità di donna, libera, intelligente e colta, ed io vedo il suo volto, nelle prime scene del film, sorridere ironica ed incantata di fronte al Mussolini ateo, rivoluzionario, socialista. Non sapeva che nell’amore, nascosta, c’era un’altra parola che, come virus invisibile, invade il corpo e la mente: il suo nome è desiderio che infetta l’intelligenza dell’identità di donna che è riuscita a togliersi la condanna di dover essere sempre madre e moglie, senza desiderio. E poi mi sono fermato sulla porta soprappensiero, uscendo al sole, perché vedevo il marcio dentro il tronco nudo di Mussolini. E le parole della mente silenziosa dicevano della donna. E pensai che la svolta verso l’entusiasmo per la guerra e conseguente fascismo, è perché c’è il terrore di perdere l’identità. è quell’identità maschile che è stata sempre razionale; è pazzia perderla perché l’irrazionale sarebbe pazzia. Ed Ida è irrazionale perché si dà all’amore per un rivoluzionario anarchico; perché si lascia andare al desiderio che, da millenni, ha composto le tre parole: irrazionale, donna, pazzia che non hanno identità perché non hanno la figura del ricordo che fa il pensiero razionale; non hanno la parola astratta che si fa per aver distrutto l’immagine senza coscienza, dicendola pazzia. Ora, dopo cento e tremila anni, ci si chiede se Ida Dalser è pazza, e nessuno vede la tragedia del rapporto uomo-donna in cui l’identità dell’uno è la perdita dell’identità dell’altra; nessuno vede la tragedia del continuo scontro tra razionale e irrazionale; nessuno vede la tragedia della vuota vanità dell’identità maschile del pater familias che uccide sempre l’identità della donna, nessuno compone le parole: il desiderio è soltanto nell’identità irrazionale che fa tutti gli esseri umani uguali. La diversità dei corpi uniti nel rapporto sessuale fa l’uguaglianza della mente che ricrea, artisticamente, la realtà del corpo immerso nel liquido amniotico e la massima fibrillazione della sensibilità nell’organismo fa la nascita e l’identità di ognuno diverso dall’altro.

Memorie che sembrano confuse mi fanno sentire, senza vedere, l’immagine della donna che compare e si muove da una scena all’altra e penso al mare quando, nuotando al largo lontano dalla spiaggia, venivo imprigionato da una corrente d’acqua calda che sembrava volesse trascinarmi nel buio del fondo marino. Uscivo dal gorgo e vedevo sirene, la Giulia di Diavolo in corpo, Joumana Haddad, Sabina Guzzanti tenera ed incantata come Ida di fronte al rivoluzionario, pazzo anarchico. Sdraiato sulla superficie del mare, rilassato per riposare i muscoli dalla fatica del nuoto, pensai al desiderio del ragazzo per Giulia, la bella donna che si preparava al matrimonio come fosse portata al patibolo, pensai al desiderio di Ida Dalser. E dissi, parlando da solo nel silenzio del mare, l’oggetto del desiderio è il narcisismo dell’altro. E vennero i ricordi de L’indifferente di Proust, della povera Eco che sussurrava le ultime parole udite “...mi usi per il tuo piacere”. In verità era il mormorio delle piccole onde che correvano davanti ai miei occhi volti al cielo, ma io non le vedevo perché sentivo soltanto il soffio della voce di Joumana che leggeva in lingua araba. So che parlava del suo desiderio, so che diceva della sua eterna ribellione al narcisismo dell’uomo occidentale. E desiderio e rivolta venivano presi, ogni volta, dalle parole depressione e follia che li portavano nella caverna buia di Polifemo. E l’astuto Nessuno irride lo stupido gigante che non è diventato razionale, togliendosi dallo stato animale. Ricordo il movimento del corpo che nuotava con forza per tornare a riva e pensavo, come se mi fossi svegliato da un torpore simile al sonno, che gli antichi parlavano descrivendo immagini, raccontando storie che nascondevano intuizioni e pensieri sull’uomo ed il suo rapporto con la natura. Ma non capirono mai il rapporto dell’uomo con i propri simili. Hanno avuto paura del buio del sonno perché non avevano compreso la trasformazione che, per la ragione, fa soltanto mostri.

L’artista geniale ha creato due ore di immagini che dicevano di una storia di cento anni fa. Ed io ho sempre pensato che i greci ed i romani descrivevano figure che non parlavano, e distinsi le fantasticherie dalla  fantasia. Minerva, Giunone e Teti sono favole che non parlano, sono bugie perché Teti non dice niente sulla realtà del fiume, Minerva non dice niente sulla realtà della sapienza umana. Sono immagini vuote di significato perché hanno perso la loro origine dalla biologia del corpo umano: sono disegni che non hanno la corposità del pathos del rapporto dell’uomo con la natura, il sangue delle tragedie del rapporto uomo-donna in cui il corpo, abbandonato dalla ragione ed anche dalla veglia e dalla coscienza, vive soltanto la sua sensibilità. Triste, penso che non accade quasi mai la perdita della ragione, nell’amore tra uomo e donna. Quando accade e il potente Cupido invade la mente e il corpo con il desiderio che fa parlare la pelle ed il respiro, sghignazza forte la Medusa con la testa coperta da serpenti ed io ricordo l’irridere di Ulisse astuto, che ha abbandonato Calipso per tornare marito di Penelope e padre di Telemaco. Vedo l’angoscia di Narciso che fugge dal desiderio di Eco: il desiderio è pazzia?

“È la storia banale di una malata di mente”. Il regista imperterrito ha sempre detto “Non è pazza”. Io non so se, quando sono andato a vedere il film, avevo lasciato a casa il legno con cui fu fatto Pinocchio; non pensavo che sarei stato coinvolto e trascinato nel fondo delle memorie che sono affiorate mescolando ricordi coscienti e immagini indefinite. Ma, più che figure e colori, entravano nella mente senza coscienza le ombre ed i chiaroscuri che facevano sparire la figura e rimaneva la silhouette della donna. “Soltanto linea pensai, come Picasso. Non è più il Bellocchio de I pugni in tasca. Ora crea immagini non coscienti, non oniriche”. Non fa più i ricordi coscienti, non pensa più con la ragione. Ora il pensiero invisibile diventa visibile con il movimento delle immagini create dalla mano, che non sono più la riproduzione piatta senza sostanza delle cose percepite nella veglia. Non sono ricordo cosciente che non è pensiero umano.

I giardini di S.Clemente. Cercai, forse per un attimo, il ricordo delle passeggiate di un tempo lontano quando, giovane psichiatra, camminavo con i malati di mente che mi narravano la storia del loro ricovero in Ospedale psichiatrico. Non c’era più, annullato dall’immagine della donna che si era ribellata all’uomo che chiude le donne in casa e diventa fascista. Come se l’artista avesse voluto dire che sotto il rifiuto, che fa la trasformazione, ci deve essere l’immagine della donna che si lascia andare al desiderio perché ha realizzato una identità. Ed ora, come se fossi sveglio, ricordo il bell’ingresso alberato di piazza S. Cosimato, e compare l’immagine del giovane psichiatra di Venezia che dice, ad Ida Dalser, di non fare la nichilista suicida. Tutta l’Italia è fascista, non puoi continuare ad urlare. Aspetta, il fascismo finirà. è giusto; è necessario il rapporto con la realtà per non morire giovani; ma poi la memoria senza coscienza mi fa sentire sempre l’urlo continuo di Munch che dura da più di cinquanta anni, che ho sempre fatto da quando lasciai Venezia.   

 
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