Orazio, Lucrezio, Virgilio. I classici latini baluardo contro il degrado culturale. È la proposta di Canali
Si parla sempre più spesso di “resistenza umana” al crescente degrado e imbarbarimento delle nostre esistenze, tra pubblicità, televisione, volgarità, menzogna, ossessione del guadagno, dismisura dei consumi. Ma dove trovare delle “ragioni” che alimentino questa resistenza? Fino a qualche decennio fa il marxismo sembrava detenere il monopolio della critica dell’esistente. Poi abbiamo capito che oltre a darci alcuni fondamentali strumenti per la lettura della realtà condivideva con il “nemico”, fatalmente, alcuni valori: culto della forza, feticismo dello sviluppo, subalternità della morale alla politica, indifferenza verso la distruzione dell’ambiente. Sempre più spesso quelle ragioni le cerchiamo altrove, in altre tradizioni e culture, nella letteratura e nell’arte. Ora, un insigne latinista, Luca Canali, ci invita a cercarle negli scrittori della latinità, spesso accantonati nelle scuole e perfino nelle università (Fermare Attila, Bompiani, collana Agone, curata da Antonio Scurati). Secondo Canali solo la frequentazione disinteressata e non bigotta della cultura classica, greco-latina, può diffondere utili anticorpi morali e dare respiro al nostro bisogno di fantasie e pensieri alti. La lunga introduzione è un piccolo manuale di storia della letteratura latina che consiglio a tutti gli insegnanti. Tra le altre cose ci ricorda come la maggior parte degli scrittori latini non fosse nato nell’Urbe. L’antica Roma, infatti, oltre a presentare una spiccata vocazione imperialista, era incline a estendere il diritto di cittadinanza oltre i propri confini (specie per le politiche illuminate di Cesare e Augusto) e a cooptare nel Senato cittadini “stranieri” e meritevoli delle province assoggettate. E proprio una civiltà fondata sulla conquista e l’espansione militare seppe generare dal suo seno l’Eneide virgiliana, il grande poema dei vinti: «Unica salvezza ai vinti, non sperare alcuna salvezza», dirà Enea agli scampati alla distruzione di Troia. Gli innumerevoli ritratti degli autori e poi la scelta dei brani tradotti (con testo a fronte) rispondono a criteri di alta divulgazione. Mi soffermo solo su Lucrezio e Orazio. Il primo, lucido materialista, esecratore di ogni violenza, inviso ai pensatori cristiani perché comunque voleva raggiungere una utopistica felicità terrena, ostile alla politica, spregiatore della brutalità del potere e insofferente verso l’ignoranza degli umili, spaventato dalla potenza tellurica dell’eros. Il secondo, cantore dei motivi semplici e comuni, «che poi sono quelli essenziali dell’esistenza umana». La cui “mediocritas” non è affatto la mediocrità o una opportunistica arte del giusto mezzo ma il dovere dell’equilibrio morale e intellettuale, pur nelle “avverse vicende”. Non so se davvero gli autori classici ci aiuteranno a fermare l’Attila della contemporaneità. E ignoro se si avrà ancora la pazienza di rivolgersi ai loro testi senza pretendere di ricavarne un utile immediato. Certamente, però, una civiltà che distrugge o azzera il proprio passato ha scarse probabilità di sopravvivenza. di Filippo La Porta 29 maggio 2009
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