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di Massimo Fagioli Il feto, nell’acqua del liquido amniotico, non è vivo. Lo sto dicendo, in vario modo nelle interviste che si susseguono, quando mi chiedono che cos’è la fantasia di sparizione. Ed è come se, nell’espressione verbale, ci fosse un cammino del pensiero che, dall’inizio della vita, si è sviluppato, è maturato, è diventato linguaggio manifesto. Ed ora, come se si ricreasse il fenomeno del bambino che comincia a parlare, compare la parola trasformazione con il suo significato misterioso; l’ho ascoltata tante volte ed ho sempre sentito la voce come se avesse un’anima di superficialità, di fatuità. Il suono si muoveva da una cosa all’altra senza distinguere l’identità dell’una e dell’altra e mi accorsi che aveva, attaccata a sé come sorella siamese, la parola cambiamento; ed anche la parola modificazione era come se avesse una rete nera che, lasciando percepire le lettere del termine verbale, impediva di vederne il significato. E, non so quando, pensai e mi accorsi che, la parola trasformazione non aveva significato e mi domandai se l’avesse perso avendolo, un tempo, avuto. Sapevo il significato delle cose che percepivo ed era ovvio che il pane serve per mangiare, che il coltello lo taglia. è una realtà dello stato di coscienza, ed il suono che esce dalla gola è utile per far capire ai propri simili la cosa di cui si parla perché il nome fa emergere, nella mente di chi ascolta, il ricordo che è la figura della cosa percepita e, quindi, conosciuta quando ha un nome. Pensando vedo che la parola trasformazione, in verità, non indica nessuna cosa. Il suono si muove nell’aria e, vagando senza mèta, non si posa mai su nessuna figura del ricordo cosciente e non dà il nome a nulla. E chiedevo aiuto alle altre parole che sembravano simili: cambiamento, modificazione. Ma il falegname che faceva i tavoli tagliando e modificando gli alberi era un ricordo che respingeva la parola trasformazione, anche se l’artigiano si presentava allo sguardo con il nome di artista e le prime quattro lettere delle due parole erano uguali. Ed anche allora cercavo di comprendere il significato diverso dell’uno e dell’altro termine verbale. Poi capii che l’artigiano faceva le cose utili per la sopravvivenza ed il benessere del corpo ed il termine ebbe la sua identità nel movimento dell’uomo che cambia la forma del legno e della pietra. E così, credo, venne la differenza con l’artista nelle parole “fa cose utili per la sopravvivenza ed il benessere del corpo”. E subito accorsero le altre parole che furono: esigenza e non bisogno, libera espressione e non comunicazione. E da quei tempi, sono certo, è emersa la parola identità che esisteva soltanto se legata alla parola, umana. Se perdeva ciò che letteralmente sembrava un aggettivo, diventava vuota di significato, come la parola trasformazione. E dico: il feto nell’utero non soltanto non è vivo, ma non ha nessuna possibilità di vivere.
È una affermazione che non ammette discussioni perché è un rapporto con la realtà umana, di certezza assoluta. Dopo 24 settimane di gravidanza il feto che esce all’aria ed alla luce, può vivere. Ed i biologi e i medici hanno sempre detto che ciò è, perché si sono formati i polmoni che, ovviamente, fanno respirare. Ma io, quando studiavo pensavo, forse filosoficamente, che dopo 24 settimane emergeva, nella biologia del feto, la possibilità di vita: era esistente «qualcosa» che prima non esisteva. Poi, forse quando cinquanta anni fa, elaborai la teoria della nascita umana, rifiutai di credere che la vita iniziasse perché la pressione atmosferica dilatava i polmoni. Pensai, con una logica certezza, che i polmoni non potevano espandersi se non funzionava il cervello che faceva contrarre i muscoli. E come e perché iniziava a funzionare il cervello? Avevo la sapienza medica che l’unica possibilità di stimolare la sostanza cerebrale stava nella stimolazione del fondo dell’occhio dove c’era la rètina che era sostanza cerebrale. E fu semplice ed immediato il pensiero che l’unico stimolo possibile era quello della luce. Poi, dopo migliaia di anni, nel 2000 i biologi scoprirono che, alla 24° settimana di gravidanza, nel feto, si forma la rètina nel fondo dell’occhio; 50 anni prima, questa scoperta scientifica, non c’era. Ma io feci qualcosa in più; pensai “compare qualcosa che prima non c’era”. E, dopo cinquant’anni, mi dissero che si formava la rètina, che prima non c’era. Ma io, cinquant’anni fa, pensavo che la formazione degli organi era cambiamento perché la materia biologica era sempre la stessa; non c’era quindi trasformazione e, forse, ad esse si legò la parola nascita, ovvero la comparsa del bambino che prima non c’era; era un fatto manifesto percepibile, della coscienza, con i cinque sensi. Ero certo che c’era un’altra realtà anche se tutti, obbedendo al dogma religioso, dicevano che l’essere umano c’era fin dallo zigote. Poi vidi e pensai che il cambiamento stava nella rottura delle acque e nella pressione che le pareti dell’utero esercitavano sul feto.
Si formò così la parola vitalità che aveva preso identità con separazione dall’apparato osteomuscolare degli animali. Sapevo che sostanza cerebrale e pelle derivavano dallo stesso foglietto; il più esterno, l’ectoderma. Ed è evidente che cervello e pelle sono diversi da quelle animali. Mi fu chiaro che il feto, alla rottura delle acque, nel parto, viene investito da una pressione enorme rispetto all’omeostasi del liquido amniotico. Ebbi ugualmente chiara nella mente la parola reazione che, come un giovane pieno di vita, corteggiò costantemente la parola vitalità. Ed il pensiero costruì la frase “la vitalità diventa realtà con la reazione del corpo alla pressione delle pareti uterine”. E, forse, le parole “in potenza ed atto” nel senso antico di non esistenza ma con possibilità di essere ed essere come esistenza reale, hanno assistito la ricerca, per pensare ciò che non si vedeva e non era stato mai pensato. E così, silenziosamente, la parola cambiamento voleva diventare diversa. Ma restò alla 24° settimana quando, con la formazione della rètina, si modifica la realtà biologica del feto: ma resta realtà biologica che non è veramente cambiata per cui non può legarsi all’identità della parola trasformazione.
Era il gennaio 1999 quando, all’università di Wurzuburg, feci una relazione sulle due parole: significato e senso. Non ricordo quanto sia stato semplice nell’esporre lo studio di queste due parole che vengono usate, normalmente, senza distinzione tra l’una e l’altra. Ma ora lascio che la memoria senza coscienza, che spero abbia raggiunto la sua identità, mi conduca ad un linguaggio diverso; ora il tempo che passa rende comprensibile il pensiero che è giunto a vedere le cose che l’identità umana razionale non può conoscere. E ripropongo le frasi: il ricordo cosciente è figura di cosa materiale percepita nella veglia; l’immagine è attinente ad una creazione umana che... cambia la figura della percezione per dare un significato... un linguaggio a ciò che si produce nella mente, oltre la coscienza. Ma così rimane, abbandonata senza identità, la parola senso.
E viene la memoria del maggio 1995, quando fu detto “immagine inconscia non onirica”. Ed allora la parola senso comparve, come il vagito di un neonato che era il sorriso di una fanciulla, nel suo aspetto che era identità. Non c’era più coscienza sparita e buio degli occhi, ma creazione di immagini nuove che non avevano significato. E sentii tante persone normali che, davanti ai quadri di Picasso dicevano, bestemmiando, “non hanno senso”. Avevano, invece, il senso della capacità di immaginare, senza che la mano avesse riprodotto immagini oniriche. E ricordo, come fosse un vecchio tappeto prezioso che copriva il pavimento, la dizione “inconscio mare calmo” che fu la rete che aveva preso, usando il ricordo di cosa percepita, la creazione del pensiero; ma il fatto che non ci siano le parole capacità di immaginare era ancora significato e non senso. Il senso è capacità di immaginare senza usare il ricordo cosciente, che potrebbe comparire nella memoria senza coscienza. è allora pensiero che nasce dalle due parole senza immagine: trasformazione, movimento.
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