Benedetto XVI, durante la messa del giovedì santo,è tornato a stigmatizzare il pensatore tedesco. Ecco cosa si nasconde dietro la condanna papale di Noemi Ghetti e Livia Profeti
«Ha dileggiato l’umiltà e l’obbedienza come virtù servili», mettendo al loro posto «la fierezza e la libertà assoluta dell’uomo». Così Benedetto XVI, durante la messa del giovedì santo della settimana scorsa, è tornato a stigmatizzare Friedrich Nietzsche, suscitando nell’ambito della cultura molte reazioni critiche, nelle quali una tale condanna appare sproporzionata o ingiustificata. In effetti è singolare che un solo filosofo sia ritenuto colpevole dell’affondamento del cristianesimo in Europa, come nel 2004 Joseph Ratzinger già sostenne nel libro Senza radici. Divenuto papa, citò di nuovo Nietzsche nella sua prima enciclica Deus caritas est sull’amore cristiano, additandolo per aver diffuso la tesi che il cristianesimo «avrebbe dato da bere del veleno all’eros», e per aver proposto uno stile di vita “suadente” che inneggia alla gioia di vivere, mettendo in cattiva luce il cristianesimo che invece mortifica, con i suoi divieti, «la cosa più bella della vita».
Questo riferimento alla sessualità fa pensare che dietro la figura di Nietzsche ci sia altro, e che la preoccupazione più urgente di Benedetto XVI non sia una generica «libertà assoluta dell’uomo», ma più specificamente quella delle donne. Ipotesi corroborata dal fatto che l’omelia era destinata ai sacerdoti, consacrati per eccellenza alla castità e all’amore per Dio. Ovvero, come ha dichiarato lo storico Adriano Prosperi (left n.14-2009), quel «corpo ecclesiastico esclusivamente maschile pronto a esaltare la figura femminile della madre, ma violentemente ostile nei confronti della donna come amore, come sessualità, come compagna». Per il cristianesimo infatti «la donna deve accettare la subordinazione e la sofferenza come sostanza della sua vita», e «può scegliere solo tra la maternità e la verginità, i due caratteri esaltati nella figura della madonna». Centrali appunto nel discorso di Ratzinger sono stati i temi dell’umilità e dell’obbedienza, opposti alla «superbia distruttiva e alla presunzione» nietzscheane, che rischiano di disgregare le comunità e «finiscono nella violenza».
Nelle parole del papa la figura del ribelle Nietzsche, distruttore della ragione e paladino dell’irrazionale dionisiaco, evoca l’immagine della “fantasia al potere” e della libertà sessuale del ’68, ingredienti principali di uno spontaneismo e di una libertà assoluta fondata sulla nichilistica distruzione di ogni identità, compresa quella sessuale. Nello stesso periodo, l’emancipazione propugnata dal movimento femminista affermava parallelamente una differenza sessuale originaria, rivendicata sulla base di una rigida separazione dagli uomini. Il latente nesso ratzingeriano, per quanto sorprendente, non è purtroppo peregrino se consideriamo che la ribellione sessantottina ha avuto tra i suoi esiti la violenza verso gli altri e l’autodistruzione. Anche il femminismo, pur nella sua iniziale spinta propulsiva, non ha conseguito una compiuta e sicura libertà sessuale delle donne, le cui conquiste rischiano oggi di essere vanificate, come nel caso della legge sulla procreazione assistita o degli attentati contro il diritto all’aborto. La parabola di questi movimenti ha dimostrato come, con l’annullamento dell’identità e del rapporto uomo-donna, non sia possibile ribellarsi con successo alle mortifere imposizioni ecclesiastiche, perché per sostenere questo scontro la libertà del fare non è sufficiente. È necessario anche un sapere basato su un nuovo tipo di identità, quella dimensione umana “oltre” la razionalità che Nietzsche aveva tentato di trovare invano, perché non aveva la struttura interna, in particolare irrazionale, per affrontare una simile impresa. Sostenere intuizioni geniali come la “morte di Dio” o la critica della ragione richiede altro che la buona volontà e l’entusiasmo. È necessaria un’identità che si sia formata nel rapporto sessuale con l’essere umano diverso: la donna con l’uomo e l’uomo con la donna.
Senza questa identità irrazionale, tanto Nietzsche quanto il movimento femminista non sono riusciti a rifiutare sino in fondo l’immagine cattolica della donna come madonna vergine e madre, dando luogo a tentativi che, per quanto apprezzabili, hanno condotto all’attuale condizione di una realtà femminile incompleta e precaria. Esemplare in questo senso il doloroso film SignorinaEffe di Wilma Labate, la cui protagonista vive un’intensa storia d’amore, grazie alla quale sembra poter rifiutare la quieta normalità di un opportunistico fidanzamento senza passione. La giovane donna però non sostiene questo movimento di liberazione, e ripiega sul matrimonio borghese e sulla carriera voluti dalla famiglia, perdendo speranza e affettività. Impossibilità di rapporto che era già stata raccontata nel 1990 anche dal regista Philip Kaufman in Henry e June, nel quale l’insoddisfacente vita matrimoniale della giovane Anais Nin viene sconvolta dalla passione travolgente con il maturo autore del Tropico del cancro Henry Miller. La scoperta della felicità sessuale e dell’amore non sono però sufficienti a impedirle di ritornare dal marito. Rappresentazioni che ci parlano di un’impossibile realizzazione sessuale femminile: può trattarsi di un’avventura giovanile, ai limiti anche di una storia passionale, però non ha avvenire perché non riesce a strutturarsi in un’identità. Ma è proprio vero che le donne non possono uscire dal destino di mogli e madri al quale la razionalità patriarcale e la religione le condannano? Quale trasformazione la Chiesa cattolica è fermamente intenzionata a ostacolare? Di sicuro, come sostiene ancora Prosperi, al centro dell’attacco sui temi bioetici c’è il corpo della donna. In effetti, solo cinquanta anni fa le donne non potevano vivere la sessualità per la paura di gravidanze indesiderate o di malattie. Ora la pillola e gli antibiotici consentono di superare questa inibizione, ma è evidente che tali scoperte non sono state sufficienti per realizzare un’identità sessuale diversa dal passato. Si è trattato sicuramente di indispensabili conquiste, di una liberazione da una proibizione materiale, ma per realizzare la sessualità non bastano, perché è necessario investire anche sulla realtà mentale, sull’identità interna.
La sessualità femminile è sempre stata l’ossessione della Chiesa cattolica, manifesta in un’ideologia per cui la donna era il male: assassina per gli aborti e untrice per le malattie veneree. Con l’avvento degli anticoncezionali e degli antibiotici il male è diventato “malissimo”, perché la libertà fisica offerta dalla scienza apre la possibilità della realizzazione di una realtà psichica femminile in grado di disobbedire a un potere maschile violento. Un mito antichissimo e poco conosciuto racconta di questa ribellione. È la storia di Lilith, figura di origine mesopotamica, che fu la prima donna di Adamo, a cui lei non voleva essere sottomessa. Disobbediente, lo abbandonò nel paradiso terrestre, e se ne andò. Dio allora creò Eva dalla costola di Adamo, perché non seguisse le sue orme. Per questo Lilith divenne nell’immaginario ebraico un demone, emblema di adulterio e lussuria, per poi subire nel cristianesimo una totale damnatio memoriae. Immagine femminile antecedente al peccato originale, riportata ora alla luce dalla poetessa libanese Joumana Haddad ne Il ritorno di Lilith, in corso di traduzione per i tipi de l’Asino d’oro. L’Haddad è anche ideatrice e direttrice della rivista araba Jasad (Corpo), il cui primo numero reca in copertina un nudo femminile appena velato da un drappo rosso. Un’immagine che il femminismo, nella sua separatezza senza uomini, non è riuscita a far emergere.
Né Nietzsche né il femminismo, e tantomeno la cultura sessantottina dell’indifferenza di genere, sono riusciti a proporre una nuova identità umana, sessuale e non violenta, oltre la ragione. Ratzinger ha quindi buon gioco nel contestare l’«autorealizzazione» come libertà assoluta. Le sue ragioni sono però irricevibili, perché basate sul riferimento a un dio trascendente, e non sul rapporto interumano. Ne deriva una concezione di vita fondata sul dovere, e non sulla capacità umana di accettare ciò che nell’altro è valido e di rifiutare ciò che non lo è. È il rapporto interumano che impone limiti spontanei alla libertà assoluta, non Dio. Nessun Superuomo nietzscheano quindi, ma la ricerca di una nuova identità oltre quella storica della ragione, il cui fondamento sia l’uguaglianza. Esseri umani uguali per nascita, che solo dopo realizzano la loro differenza, a partire da quella sessuale, nel rapporto. Senza l’“oltre” di questa nuova identità, nel fondo degli uomini albergherà sempre un Ratzinger, in quello delle donne un Nietzsche, a rischio di pazzia. Oppure una quieta e depressa madonna, vergine e madre. 17 aprile 2009
|