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Resistere oggi Stampa E-mail
Left n.16 del 24 aprile 2009Una partigiana, voce del movimento delle donne e della non violenza, racconta la nascita della democrazia in Italia
di Lidia Menapace, nome di battaglia Bruna

Vedo prima di tutto una grande incertezza su a chi spetti riflettere sulla Resistenza, sul resistere. Anche quest’anno mi è capitato ciò che più o meno mi capita ogni anno, di essere cioè invitata ora qui ora là, dalla “rete” dei luoghi nei quali, in tutti questi anni in varia forma, il 25 aprile è stato tenuto vivo. Tutto ha sempre avuto una grande spontaneità e anche ripetitività. Poiché ero, per solito, invitata a parlare, nel corso degli anni ho sempre cercato di approfondire la conoscenza e riordinare la memoria della Resistenza.  E via via la storiografia resistenziale mi appariva ben poco rispondente a ciò che fu. Mi sono resa conto che, forse per renderla più accettabile, la Resistenza finì per essere raccontata come la prosecuzione del Risorgimento. E qui cominciarono le mie prime incertezze, i dubbi e i distinguo.
Mi sembrava sempre più necessario richiamare e includere a pieno titolo nella Resistenza i 700mila militari italiani fatti prigionieri dai nazisti su tutti i fronti  e anche in Italia dopo l’8 settembre 1943 e che non aderirono alla Repubblica di Salò. E  trovavo davvero falso un racconto che relegasse le donne nello sfondo, addirittura nella zona grigia. Ho incontrato in questi anni sempre più persone che della Resistenza avevano avuto una diversa esperienza, che poi avevano tenuto tutto per sé e non erano mai state sollecitate a parlarne. Il fatto è che per lo più erano persone convinte di aver agito secondo ciò che era giusto e che per questo non credevano di dover avere particolari riconoscimenti .

La prima cosa da ricordare è dunque che la Resistenza va studiata per sé, per quello che è stata, secondo categorie interpretative adeguate e che non può essere ricalcata su nessun altro evento della nostra storia. E la ragione è che dalla Resistenza uscimmo cittadini e cittadine, essendovi entrati da una storia antichissima gloriosa e bella ma comunque di sudditanze. E chi ha visto la Resistenza e gli anni che sono venuti immediatamente dopo ha visto e preso parte  alla  nascita di uno Stato, il primo e finora unico Stato democratico  che mai sia esistito nella  penisola.
Naturalmente sono esistiti liberi comuni e singole esperienze di vita democratica (escluse le donne), ma non a dimensione di Stato, a fondamento nazionale, comunque  a struttura giuridica di diritto degna di questo nome. Sicché la prima cosa che non si deve fare è cercar di legare la Resistenza alla storia d’Italia: la Resistenza è la più grande discontinuità nella storia del nostro Paese, persino per il fatto che si  è svolta in modo frammentario, senza comunicazioni larghe, senza comando unificato, come una serie innumerevole compatta e interattiva di gesti, atti, decisioni, volontà, speranze, che confrontate poi fanno un tessuto mirabile di capacità di reggere, fermare, resistere a una tremenda onda di sciagure e di sconvolgimenti, di quelli che fanno un popolo e danno fondamento e carattere a uno Stato.

Esempi? La partecipazione dei contadini, soggetto sempre marginale e sfruttato, solo, fino alla Prima guerra mondiale. Partecipazione che per l’appunto significò anche una strage senza misura dei soldati che venivano dalle campagne analfabeti e spesso ignari del perché si fosse mai in guerra; ma tra il ’43 e il ’45, quando qualcuno di noi approdava alle loro case per cercar rifugio e riposo per evasi o perseguitati , che  noi staffette accompagnavamo  alla frontiera, ci ospitavano custodivano e aiutavano, nel fienile o nella stalla e ci davano minestra o caffellatte e ci lasciavano riposare al caldo. Sapevano bene che cosa facevano, perché su tutti i muri era affisso il manifesto del feldmaresciallo Kesselring che dichiarava a chiare lettere che chi avesse aiutato, nascosto, ospitato prigionieri, fuggiaschi o ribelli  e “banditi”, sarebbe stato fucilato, mentre chi li avesse denunciati avrebbe preso cinquemila lire e cinque chili di sale.  E gli operai che organizzarono in contemporanea in tutto il  triangolo  industriale gli scioperi per il salario e l’orario sfidando un triplice divieto (lo sciopero era vietato sotto  il fascismo, era un reato, e nelle fabbriche militarizzate anche un ammutinamento): eppure fecero e ripeterono quella sfida che colpì moltissimo nazisti e fascisti per la compattezza, organizzazione e fermezza. Nazisti e fascisti che successivamente mandarono nei campi di sterminio proprio numerosi di quegli operai.

Oppure, ancora, i militari internati che si ritrovarono da tutto il Paese nei campi di internamento e poiché chi proveniva da sud della Linea gotica non poteva ricevere dalla famiglia né posta né viveri, divisero tutto il niente che avevano con una solidarietà forte e politica che riuscì a sostenere  la resistenza di tutti . E le ragazze che facevano le staffette o le donne che curavano e nascondevano i feriti o gli sfollati o riparavano chi doveva sottrarsi ai rastrellamenti e che agivano di propria iniziativa, per la prima volta in Italia,  prendendo parte alle vicende politiche e con ciò conquistandosi  il diritto di voto e di cittadinanza.Tutto ciò veniva fatto con ogni mezzo, anche con scontri armati, ma non in modo militare. Una resistenza, anche quando è armata, non è militare, perché in questo processo nessuno può ordinarti di fare ciò che non vuoi e tutto ciò che viene deciso è posto al voto. È una scuola di democrazia. Straordinaria. E resistere significa, infatti, replicare quella temperie, quei luoghi di decisioni ferme e unitarie e di discussioni appassionate e profonde.
È proprio ciò che di nuovo serve oggi e in  condizioni meno dure e soprattutto più informate.
Per questo mi appare stupido preoccuparsi di sapere se e dove Berlusconi sarà per il 25 aprile, se seguirà la convocazione di  Franceschini o no. Nessuno può convocare il 25 aprile se non l’Anpi.

24 aprile 2009

 
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