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di Massimo Fagioli È come un paesaggio nebbioso; si vedono ombre lontane, sembra anche di percepire forme più definite, ma non si riconoscono come note; poi, quando si mostrano nette come ricordi coscienti mi fermo e, come davanti ad uno specchio, sento il mio volto in allarme; ma l’espressione è calma e non cerco di comprendere, nel rapporto interumano che vivo in quel momento, se la certezza di sé è intrisa, come un liquore leggero, dall’indifferenza. Mi piace il rapporto naturale, spontaneo che si stabilisce tra me e l’altro, e penso che è la certezza dell’Io invisibile, quello senza coscienza e ragione, che mi dà la sicurezza di non soccombere alla violenza che un corpo che non si muove, esprime senza manifestarla. Forse soltanto le parole, con le onde sonore, veicolano qualcosa di percepibile dalla pelle del volto esposta all’aria. E la voce umana mi dice pensieri ed affetti nascosti nelle immagini oniriche raccontate. E così ho rivelato il pensiero che sta, nascosto, nella mano e nella penna che segna quelle linee che hanno la creatività di far emergere, nella mente di chi legge, immagini che sembrano simili alla riproduzione, in figura, delle cose percepite. Ed ora penso che, forse, ho detto il falso, oppure ho scritto parole che indicano una parte della realtà umana con cui avevo rapporto. “Mi piace il rapporto naturale, spontaneo che si stabilisce tra me e l’altro”. Non ho detto che, intorno e insieme, c’è un rapporto con altri cento e più esseri umani. E poi la memoria senza coscienza fa comparire voci vaghe che, da lontano, senza emettere onde sonore che stimolano la pelle del corpo, parlano di immagini di esseri umani senza fisionomia che dicono di odii, curiosità, perplessità, ammirazione per la psicoterapia di gruppo dell’Analisi collettiva. E lì, da tanti anni, c’è un rapporto interumano in cui una dinamica e dialettica detta interpretazione dei sogni, è sovrana. Ed ho udito tante volte la voce che diceva “Nella storia dell’uomo e del pensiero non c’è mai stata”. Ed, in verità, non mi sono mai chiesto se era un luciferino peccato di superbia, se fossi affetto da paranoia che fa credere di essere quando non si è ciò che si pensa di essere. Dissero che era possibile rievocare, dai sogni, ricordi coscienti mediante le libere associazioni, e sapevo che, precedentemente, i sogni “erano mandati dagli dei, o da dio o dal diavolo”. E, poi in fondo, la verità sarebbe stata che le immagini oniriche non esistono perché «sono allucinazioni». Nella storia c’era stato il nulla; non è accettabile che si dica che, forse, in qualche angolo remoto del mondo c’è stato qualcuno che ha pensato che la realtà biologica umana potesse creare immagini senza coscienza. Non l’ha detto, non l’ha scritto, non l’ha rappresentato.
Era stata una bella giornata di primavera quando, nel tardo pomeriggio, ho incontrato la poetessa libanese Joumana Haddad. Si diceva del parlare e dello scrivere umano ed io chiesi “pensare in silenzio ed anche cantare con la voce che si spande e sparisce nell’aria, è esistenza? Scrivere dell’ottima musica ma lasciarla nel cassetto, è esistenza?”. Alcune voci dissero che la poesia si scrive perché gli altri la leggano e capiscano. Una voce disse che non era importante capire ma sentire, oltre che udire, il suono della voce. Avevo visto, nella mia solitudine, le parole stampate su carta bianca ed era lingua italiana. Dopo alcune ore ho sentito la voce che leggeva le poesie in arabo ed erano soltanto suoni: qualcuno, raro, si udiva gutturale come una piccola tosse provocata da una spina in gola, e tutto era sospiro, aria che andava e spariva dentro di lei ed io ero paralizzato perché non comprendevo se diceva di un tempo di lamenti di dolore, o erano quelle piccole crisi di asma che parlando interrompono, come un singhiozzo, il respiro; udivo, nei toni della voce, il movimento che andava verso il rapporto interumano e sentivo che l’aria portava il messaggio universale del corpo della donna che, con voce diversa dall’uomo, dice sempre senza pronunciarla mai, la parola desiderio. Io pensavo alle parole: libera espressione e comunicazione. Le dissi che mi vergognavo di essermi legato alla parola intelligenza e che non sparirà mai la gratitudine per chi ha distrutto l’identità di ricerca, spesa per capire ciò che non è evidente nel rapporto interumano. Più turbato che felice, non mi rendevo conto di aver perduto il narcisismo neonatale e, con una reazione patologica perché tremante, presi un volume che parlava di Heidegger.
Sono tornato a casa con il volume nelle mani; guardavo la copertina ma il colore rosso mi alterava la vista e, nell’illusione, vedevo l’ultimo libro che sotto il mio nome mostrava, nette e chiare, le due parole Fantasia di sparizione. Dietro di me il rumore dei passi sul selciato, senza che mi voltassi, mi faceva pensare che fossero i sette nani ma sapevo che erano gli altri sette libri, comparsi alla vista di tutti da quaranta anni. Aprendo poi la porta di casa, i due scatti della serratura mi dissero “hai perduto l’identità per un terremoto”. Ma io cancellai la voce di un Superio maligno sbattendo la porta dietro di me ed urlai a nessuno “ho perduto il narcisismo e, forse, l’identità razionale fredda”, e vidi la voce che, espansa nello studio dalle tante finestre, come un fantasma sparì svanendo attraverso i vetri. Rimasi a camminare per la veranda cercando di leggere ciò che disse Heidegger, ma l’unica parola che riuscivo a fotografare, tra le moltissime righe che tremavano e ballavano come se ci fossero scosse telluriche, era Geworfenheit “essere gettato nel mondo”. E non so, forse pensai di essere stato gettato nelle braccia di mia madre che aveva occhi e capelli neri e pelle ambrata perché la biologia portava, nella storia, il ricordo della conquista araba della Sicilia. Poi, più calmo, vidi più verità e venne il ricordo di quando, più grande a 17 anni, conobbi una splendida contessa alta, bruna dagli occhi neri che credeva alla comparsa dei fantasmi nel suo castello ed alle statue che si muovevano da sole. Ma era soltanto perché voleva affascinarmi con la sua vita misteriosa. Non ero psichiatra, ero un liceale ma sentii e vidi che era molto depressa; dignitosamente non mostrava nessun segno di tristezza.
Ed ora, come se mi svegliassi senza riuscire a svegliarmi, sento i segni e i suoni incomprensibili della lingua araba che, nella sera di venerdì, si muovevano sul soffio del respiro di una donna; io, cattivo, ricordavo le parole italiane lette poche ore prima che parlavano del falciatore delle spighe di grano. Pensai all’immagine inesistente della morte e, stupido razionale, ricordai le poesie in memoria di poetesse suicide. La mente tornò alla lingua italiana e immaginò il lunedì, quando riappare la figura dello psichiatra che, con intelligenza nuova, trasforma le immagini raccontate in parole. Poi pesante, viene il ricordo delle righe di Istinto di morte e conoscenza in cui c’è il sogno delle spighe del grano tagliate e l’immagine de La condanna, il film nel quale una bella donna bruna corre nel campo di grano ridendo, inseguita da quattro violentatori.
Lunedì forse sarà bel tempo, forse pioverà. Mi avvierò ugualmente a piedi per rispondere ai sogni raccontati, per trasformare le immagini descritte in ricordi coscienti e in pensiero verbale. Sono tante le voci diverse, tutte, l’una dall’altra. Dicono parole italiane ma, certamente, è spina dorsale sentire il senso del suono della voce, anche se questo sentire che va oltre l’udire chiese, talvolta, alla colonna di vertebre di essere forte e restare in piedi, di fronte ai terremoti che accaddero. E le catastrofi furono superate perché avevo capito che non erano i meccanismi e le leggi del mondo non umano a fiaccare la fantasia della mente: era la violenza dell’anaffettività silenziosa che scatena le scosse che fermano il cuore. E, offrendo una collana di centocinquanta rubini, domando il perdono di Joumana se ho cercato, oltre il desiderio, la capacità di immaginare dell’Io umano sconosciuto; quello della nascita che ho rivissuto in un incontro letterario in cui, per una ricreazione faustiana dei 17 anni, è stato distrutto il narcisismo intelligente.
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