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Povero Nietzsche! Stampa E-mail

di Massimo Fagioli

Non ricordo esattamente; soltanto la memoria senza figure definite mi fa rivedere suoni vaghi che dicono: ma, sempre, quasi sempre hai usato il pronome Io, insieme alle parole rivolta, ribellione, rifiuto. Scrissi… “fantasia di sparizione”… alcuni colleghi, quaranta anni fa, ripeterono le due parole e le misero accanto ad una prassi di rivolta… piccola e debole. Il libretto diceva Il potere della psicoanalisi. Non fecero però il nesso causale tra la nuova teoria sulla realtà umana e la speranza di potersi ribellare alla sottomissione che l’impotenza a conoscere faceva… Poi i pensieri si sono legati in un abbraccio che faceva pensare a coppie di amanti che si stringono l’uno all’altro e le due identità si perdono in una sola immagine. Così le parole: rivolta alla ragione e rivolta all’irrazionale pazzo, mi si sono fuse e, come per magia, dalla fusione è emersa e comparsa la parola identità. E, come sempre, la memoria della giovinezza mi fa vedere sempre le immagini di Caio e Tiberio Gracco, Spartaco, Cola di Rienzo, Masaniello, Pisacane, che cantano tutti la stessa canzone: ribelli finiti male. Ed i dieci e cento interrogativi diventavano le parole: sconfitta, fallimento, suicidio, morte e compaiono altri nomi: Danton, Robespierre. E vengono le parole che sembrano sorelle: si sono ribellati, mi sono ribellato. E risento i suoni che dicevano: libertà, fantasia. Poi i nomi della storia diventano freddi e scompaiono, per l’emergenza prepotente di tante consonanti e soltanto tre vocali che fanno il nome: Nietzsche.
«Il papa “scomunica” Nietzsche, maestro di false libertà» “...ha dileggiato l’umiltà e l’obbedienza come virtù servili mediante le quali gli uomini sarebbero stati repressi. Ha messo, al loro posto, la fierezza e la libertà assoluta dell’uomo”. Poi penso, di nuovo, al ’68. Ed è come se ritornassero i tormenti senza coscienza che erano nascosti sotto lo sguardo vigile che osservava la ribellione trionfante nelle grandi manifestazioni di massa, in tutto il mondo. C’era, non un’angoscia, ma una paura reale della possibilità di una catastrofe nell’identità giovanile che viveva di entusiasmo, ingenuità, sincerità. Anch’io mi ero ribellato, vent’anni prima, senza rendermi conto di aver scoperto, in me stesso, una identità irrazionale, sempre condannata dalla storia. E la parole tedesche Ohne es zu wissen, si presentarono poi ad aprire la porta di quel pensiero ignoto, oltre la coscienza, perché si trasformarono in: senza aver coscienza. Vissi poi il ’68 rendendomi conto, ovvero vedendo che la ribellione non aveva la sapienza sul pensiero senza coscienza che io ormai conoscevo. Qualcuno potrebbe pensare che fui indifferente alla rivolta per la libertà, ma io avevo compreso che non c’era libertà senza la nuova identità irrazionale.

Prendo dall’articolo di Franco Volpi le prime due parole: “Povero Nietzsche!”. E vado in terrazza dove la prima luce della primavera mi fa vedere rose e tulipani che stanno sbocciando. Avevo in mente le frasi lette come: “la morte di Dio; distruttore della ragione, maestro dell’irrazionale, teorizzatore del nichilismo e del relativismo… alcune sue dottrine furono considerate una fonte d’ispirazione dell’ideologia nazista e del totalitarismo.” Prepotente anche questa volta, compare il nome di Heidegger. Negli anni 20 si parlò di istinto di morte ma ci fu la reazione, intellettualmente violenta, di colui che era “signore dell’inconscio” che disse che non esisteva lo scotoma, ma soltanto la rimozione-dimenticanza. Ed Heidegger dice «essere gettato nel mondo (Geworfenheit)». Ed io non so quale possa essere stata l’immagine mentale che ha condotto a questa espressione verbale. Il verbo werfen indica il parto degli animali; ma Heidegger, come Nietzsche, voleva pensare alla realtà dell’essere umano. Vide soltanto la comparsa del corpo del feto, non vide il latente invisibile perché non pensò la frase “venire alla luce” e non scoprì la ovvietà della luce che può stimolare la retina-sostanza cerebrale che, per lo stimolo, inizia a funzionare. Heidegger seguì di più Nietzsche e credette che l’irrazionale fosse la “volontà di potenza e l’Übermensch” legata al dominio dell’altro essere umano che, se non si sottometteva ed obbediva, veniva eliminato.

Nietzsche fu ribelle contro la ragione e divenne pazzo… e non so se posso scrivere che si ribellò alla ragione perché era pazzo. Franco Volpi, nell’interessante articolo, non lo dice. Considera il pensiero ma non si riferisce alla realtà mentale del soggetto del pensare. Ricordo che, anni fa, partecipò ad un dibattito in cui qualcuno affermava che Heidegger era schizofrenico, più volte ricoverato e curato da psichiatri. E tornano le domande che, tante volte in passato, sono state motivo di ricerca. È possibile accettare come valido un pensiero espresso da una persona malata di mente? Facevo questa piccola logica: la malattia della mente è malattia del pensiero e non lesione organica del cervello; se è un pensiero malato non è accettabile come se fosse ricerca, né come opinione da discutere. Più tardi parlai di annullamento e negazione e scoprii e teorizzai il rapporto non cosciente con gli altri esseri umani in cui l’annullamento fa credere che la realtà mentale senza coscienza non esiste; la negazione è la convinzione che sia una realtà diversa da ciò che è, e che… potrebbe essere. Ma né Nietzsche, né Freud, né Heidegger avevano visto la differenza radicale tra negazione che è credenza in ciò che non è vero, e rifiuto che è opposizione, rivolta a ciò che si è visto e conosciuto come non umano. E il rifiuto è rapporto e dialettica, la negazione è falso rapporto con la realtà; violenza perché l’intenzionalità è l’alterazione dell’immagine e dell’identità dell’altro essere umano.

Forse perché tormentato dal mistero dell’uomo che sta nelle parole: pensiero e pazzia, stavo dimenticando l’intervista ad Adriano Prosperi comparsa su left il 10 aprile. Ed è come se il titolo “Contro la donna” aumentasse la luce che mi fa leggere meglio le righe scritte. Prosperi studioso dice che “l’ossessione per l’embrione si ha a partire dal ’600 quando si stabilisce che, con l’embrione, si crea anche l’esistenza dell’anima immortale. Ma, in verità, è l’ideologia religiosa che è supremazia assoluta dell’uomo. Alla donna viene lasciato soltanto il compito della verginità o della maternità”. Ma io ho sempre ascoltato i racconti della Bibbia e pensato che l’immagine della donna come un subumano, c’è da quel tempo. E, più esplicitamente, l’angoscia che guida il pensiero religioso occidentale è la sessualità umana ed, in special modo, la sessualità della donna. Ma pensai: non c’è sessualità dell’uomo se non c’è sessualità della donna. Poi, non so quando, venne l’intuizione o la fantasia senza parola, che la strada in salita era quella della ricerca del pensiero del sonno. Il pensiero diverso dalla razionalità della coscienza. Quel pensiero legato, da sempre, alla parola pazzia, creduto, da sempre, nell’uomo nato senza parola. E la nascita non fu mai pensata come umana.

Ora le ultime righe dicono che il passaggio del pensiero dalla testa alla mano non è focoso; è come se un torrente tumultuoso per i molti massi che incontra, si fosse calmato. Porta a valle foglie ingiallite e so che sono le parole “ad età ormai avanzata”; ma, ci sono rametti verdi che, vedo contento, non sono caduti perché secchi, ma so che sono stati spezzati, dal tronco dell’albero, da una donna che li voleva per sé. Sono le parole “il sempre ribelle alla ragione e religione, non è impazzito”, che fanno una ricerca sempre viva. Ma non sono contento; la soddisfazione non riesce mai a calmare i sensi. Vengono come sempre, le mille parole che spiegano ma mi fanno soltanto capire ed io, voglio, invece, comprendere. Faccio sparire le parole-formiche con lo straccio morbido, bagnato dalle lacrime della donna, con cui si rendono lucidi e suonanti i piatti e mi fermo a parlare con quattro o cinque formiche; quelle rosse, quelle che, dicono, mordono. Rapporto interumano con il diverso da sé. Ma poi cambiano, si trasformano, ne restano soltanto mille, grandi: rapporto senza coscienza e senza ragione dell’uomo con la donna.

 
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