Sembra un film di guerra in bianco e nero, nell’aria le nuvole di muri bianche e il nero delle anime perse. Il governo ha detto che manderà aiuti. Ondate di notabili locali e nazionali si susseguono. Questo però non è un giocodi Marcantonio Lucidi da L’Aquila
A lato delle strade le gru ammassano blocchi di palazzi come grandi balene spiaggiate. Nella piccola sala stampa allestita nella Scuola ispettori e sovrintendenti della Guardia di finanza, ondate di politici locali e nazionali si susseguono l’una dietro l’altra. La caserma è un ultimo porto per soldati, poliziotti, carabinieri, soccorritori, pompieri, uomini stanchi della Protezione civile. È una rada intasata di camion, macchine, furgoncini, rimorchi da aggirare sulla via per l’obitorio allestito nell’hangar dei mezzi pesanti. Un finanziere abita in una frazione di Rocca di Mezzo che si chiama Terranera, dove hanno portato quattro tende, ne servono otto, è disperato, telefona, cerca di farsi ascoltare. La presidente della Provincia aquilana Stefania Pezzopane non ha indosso nulla del politico, non possiede più nemmeno i vestiti, che sono abiti rimediati, scarpe impolverate, ha perso la casa, è sfollata in un albergo sulla costa, la madre e la sorella hanno trovato rifugio in una tendopoli, il fratello non c’è riuscito.
Mancano i posti, ha dormito in macchina come tutti qui la prima notte. Con i motori accesi per fare andare il riscaldamento, sulle montagne c’è ancora la neve. Il terremoto ha frantumato persino i privilegi. «Ognuno di noi - dice la presidente - ha perso parenti e abitazione. La Provincia non esiste più, non ho più nemmeno l’orologio e il computer». Parla come viene, dice tutto insieme. La politica, la retorica, le parole importanti, solenni, frantumate assieme alla provincia aquilana e alle case di Onna, il paese più colpito. Lì si sta come in un film di guerra in bianco e nero dopo il passaggio dei bombardieri, nell’aria le nuvole di muri bianche e il nero delle anime perse. Dice la Pezzopane, dal cognome così bonariamente popolano: «Il crollo dell’ospedale è una storia pesante. La magistratura deve fare le indagini. E ancora: qui c’è bisogno di acqua, di cibo, di pane, di letti e di speranza. Subito ricostruire. E i volontari: sono arrivati ma sono stati mal coordinati. E per giunta: è stato un errore dire alla gente di trovare rifugio nei campi. Ci è andata ma mancavano le tende. Il governo ha detto che manderà aiuti. Questo però non è un gioco. Qui non bisogna mettere mano al salvadanaio, ci vogliono miliardi, si devono aprire le casseforti. Berlusconi ha detto che farà le new town. Se sono tendopoli, chiamiamole tendopoli». Dagli occhi si capiscono molte cose, la presidente li tiene stretti, sottili, nello sforzo di non lacrimare. Berlusconi è arrivato alla conferenza stampa qualche ora prima, all’una e mezza e li aveva anche lui stretti, come le labbra, ma con qualcosa di spietato nello sguardo. Li vedi da vicino e capisci: Maurizio Sacconi accanto a lui, neutro come il vuoto. Li guardi e senti che sono spiritualmente inadeguati. Berlusconi erge un muro difensivo di numeri: «2.250 vigili del fuoco, 1.200 uomini delle forze dell’ordine, più il volontariato, la Croce rossa e il soccorso alpino altri 2.000, 20 tendopoli, 2.416 tende, cucine 16». E poi gli stanchi pater noster del “facciamo tutto, facciamo subito, ora, adesso, anzi abbiamo già fatto”: «Da domani incominciamo l’inventario delle abitazioni. Sono stato inseguito dalle telefonate dei leader mondiali. Non ho potuto rispondere, avevo troppo da fare. Io sarò presente tutti i giorni per dare risposta a tutte le esigenze, io garantisco che le ricostruzioni saranno fatte in tempi rapidi e certi». Poi ecco due supergaffe, ma di quelle che non si vedono subito, non pugni nello stomaco, piuttosto punte d’ombrello nel piede: «Il ponte sullo Stretto non si discute, resta una priorità, darà ai siciliani lo status di italiani al 100 per cento». La seconda: «Ho detto al ministro dei Beni culturali Sandro Bondi di non venire per non concorrere alla congestione operativa».
Come polvere negli occhi i soccorritori vedono le improvvisate di Berlusconi sui luoghi del disastro, sostengono che il caos aumenta e le operazioni rallentano. Va via il primo ministro come un generale affiancato dai suoi due attendenti di campo, il capo della Protezione civile Guido Bertolaso e il governatore dell’Abruzzo Gianni Chiodi, omaggiato dal capo del Pdl di un richiamo alla campagna elettorale regionale recentemente vinta. Lì vicino, a Civita Di Bagno il giorno prima due cadaveri, marito e moglie, sono rimasti a marcire quattro ore sotto il sole, estratti dalle macerie e lasciati accanto alla strada prima che un’impresa privata di pompe funebri li caricasse. Berlusconi se ne va con la scorta, gli uomini dei servizi, le macchine blindate, i lampeggianti, tutto il circo triste del potere e le telecamere che lo seguono. Feroce il branco dei media, certe battute ilari, le telefonate ammazzatempo di qualche gazzettiere annoiato in attesa del premier. A Onna, vicino alla gente che lacrima sui morti adagiati per terra, un giornalista televisivo urla al cellulare: «Ho fatto delle riprese meravigliose, meravigliose. Ho le immagini di una casa distrutta con il proprietario che piange». La polemica più forte è sulle new town, punto di lontananza massima fra palazzo Chigi e l’Abruzzo, l’Italia, la volontà degli esseri umani. Sibila Giovanni Lolli, deputato Pd, ma i partiti non contano adesso, lui oggi e per i molti prossimi domani è solo aquilano: «Io sono affezionato alla old town. Questa è una città medievale, non Manhattan. La ricostruzione sarà lunga, ci vorranno anni».
Girano le prime cifre, quattro, cinque miliardi di euro. Per cominciare. Per firmare un assegno sul futuro. Lolli non ha più casa ma una zia sotto le macerie. «Siamo tutti terremotati». Tutti. Gli impiegati del Comune, della Provincia, della Regione, della Prefettura, cercano di salvare le loro famiglie e non funziona più nulla. Chissà a quest’ora del pomeriggio di martedì se l’ex vice sindaco Angelo Bonura, disperso, è vivo. Nella palestra della Guardia di finanza hanno allestito una specie di centro operativo, scrivanie, computer e scritte su pezzi di carta appiccicati al muro a indicare le competenze dei tavoli: logistica evacuati, assistenza alle popolazioni, Enel, supporto amministrativo, Anas, salvaguardia dei beni culturali, viabilità. Aquilano anche l’onorevole Pierluigi Mantini, Udc, professore di Diritto urbanistico al Politecnico di Milano: «Sbagliata l’idea della new town dal punto di vista civile, sociale, economico, culturale - conferma -. Pericolose le grandi tendopoli. Rischiano di durare molti mesi». Perché rappresentano il provvisorio che resiste secoli, perché ci si abitua a vivere e a far vivere in tenda, perché i governi passano e i campi restano. «Molto meglio le politiche di accoglienza, gli alberghi della costa, i parenti ospitali a Roma e Pescara. A L’Aquila si può fare come a Foligno, ricostruire, rendere la città più bella di prima». Riqualificazione, recupero, anche demolizioni quando occorre. Quanto al crollo dell’ospedale, Mantini osserva: «Conseguenza di un’idea quantitativa dello sviluppo e non qualitativa. Gli abusi, la mancanza di controlli sono la regola». Lunedì sono arrivati mille volontari ma non sapevano dove e come metterli a lavorare. Mille volontari occupano 125 tende da otto posti come quelle prime dodici che a Onna alle cinque di pomeriggio di lunedì non erano ancora arrivate. «Stanno a Sulmona», informa un pompiere. E che ci fanno ancora a Sulmona se gli addetti all’autostrada hanno visto le prime colonne di soccorsi alle 4 e mezza del mattino, un’ora dopo la scossa? Con una sola frase il generale Fabrizio Lisi, comandante della scuola della Guardia di finanza, spiega come vanno le cose: «Lunedì abbiamo dovuto fermare per cinque ore al casello di Avezzano una colonna di camion che portavano tende. Se sbagliavamo il posto dove mandarle, succedeva il caos». Il caos succede perché, come la presidente della Provincia e la popolazione ripetono senza requie con la disperazione di chi sa di non vivere in uno Stato, «i terremoti non sono prevedibili ma un piano di evacuazione si può fare lo stesso quando la terra trema da quattro mesi». La Regione, quella di Chiodi appena eletto, da dicembre fino alle 3.32 di lunedì ha detto «Tutto tranquillo». Lo ricorda il presidente del Consiglio comunale Carlo Benedetti, Comunisti italiani: «Quella sera avevamo sospeso due volte le sedute al Comune a causa delle scosse. Quando è arrivata la botta ero in strada, il traffico è impazzito, sono saliti tutti in macchina. È saltata la luce. Al buio non si è capito più nulla, nessuno ha visto i danni. Per molte ore non abbiamo saputo quali erano i paesi più colpiti» Benedetti non ha più casa, ha sfollato la famiglia a Silvi Marina. «In Comune non sappiamo chi è vivo e chi morto. Le case degli artigiani e dei commercianti sono cadute tutte. I palazzi gentilizi lesionati e inagibili. Adesso ci vuole un sistema di indennizzi diretti sottoposto a controlli e verifiche severe. Stasera dormirò ancora in macchina. Come tutti gli aquilani». Come mezza Regione dopo la botta delle 19.47 di martedì. Il generale Lisi sta sul piazzale. Ha una bella faccia, i baffoni alla James Coburn in Giù la testa. Ha fatto l’Albania nel ’97. A L’Aquila si sta come nella 15-18, quando gli ufficiali in prima linea per fortuna erano bravi mentre lo Stato maggiore era zeppo di incompetenti. 20 aprile 2009
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