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I sentieri del mostro Stampa E-mail
Un giornalista sulle tracce del più famoso serial killer del mondo. Oggi finisce dentro un’indagine. Per concorso in omicidio. «Ho trovato il casolare e poi l’uomo dell’arma. E il pm mi incrimina».
di Mario Spezi

Mario Spezi Quasi nove ore di volo da Pisa a New York e quasi altre sei in auto per raggiungere la sua fattoria di Rond Point nel Maine non gli erano bastate per smaltire la rabbia, né per convincerlo completamente di non avere vissuto un incubo. Douglas Preston, una decina di best seller alle spalle (l’ultimo, Dance of Death l’estate scorsa per sei settimane al quinto posto della classifica del New York Times), giornalista del New Yorker e del National Geographic, il giorno prima, giovedì 23 febbraio, al termine di una breve vacanza in Italia, era stato sorprendentemente convocato a Perugia dal pm Giuliano Mignini, il magistrato che indaga sulla nebulosa morte del medico perugino Francesco Narducci, avvenuta ventun anni fa, e, a suo dire, collegata alla altrettanto oscura vicenda del Mostro di Firenze. Tre ore di pressante interrogatorio, senza avvocato e senza interprete, alla presenza di tre agenti di polizia, e poi la stupefacente conclusione: «Lei - gli ha detto Mignini - sa più di quello che dice, lo sento dalla sua voce. Quindi da adesso è indagato per reticenza. L’indagine su di lei è sospesa, per consentirgli di tornare a casa».

E di potere, nel frattempo, continuare a indagare su chi sta scrivendo queste righe, un giornalista con più di trent’anni di cronaca giudiziaria alle spalle (dal terrorismo nero e rosso all’areo di Ustica, dal caso Calvi e P2 ai sequestri di persona), alcuni romanzi e qualche saggio, traduzioni in Francia e Giappone, e anche vignettista. Il cronista che una mattina del giugno del 1981 inventò per La Nazione di Firenze, il quotidiano per cui lavorava, l’espressione «Mostro di Firenze», è dal dicembre scorso indagato, sempre dal pm Mignini, nientemeno che per omicidio. Sarei, insomma, il mandante dell’uccisione del medico Narducci, mai conosciuto. Douglas Preston è sospetto perché mi conosce, anzi è mio amico. Ma soprattutto perché ha scritto insieme a me un libro su tutta la vicenda del Mostro, Dolci colline di sangue, che Sonzogno manderà in libreria il 19 aprile. In trecentoventi pagine abbiamo ricostruito l’intera vicenda, che da quel 1981 - unico tra i giornalisti - ho incessantemente seguito. Abbiamo ripercorso fatti e documenti, risentito testimoni e altri protagonisti, medici legali, poliziotti in pensione, ex magistrati. Abbiamo ricontrollato tutto, cercando a ogni nostra affermazione riscontri oggettivi, per alcuni investigatori nostrani solo inutili e fastidiosi optional.

Il primo progetto era stato di scrivere a quattro mani un pezzo per il New Yorker. Fu accettato. L’articolo superò il severissimo esame dell’ufficio legale della prestigiosa rivista americana; poi quello del direttore David Remnick, premio Pulitzer. E fu pagato come un giornalista italiano vede solo nei film: due dollari la parola. Fu la più grande frustrazione della mia vita professionale: l’uscita dell’articolo fu fissata per metà settembre 2001. Ma prima accadde l’impensabile: l’11/9, le Twin Towers. Al New Yorker, il Mostro di Firenze apparve come l’ultimo argomento che potesse interessare un suo lettore. E io e Douglas decidemmo per il libro. Un libro che ci ha condotti molto lontano da dove erano arrivati Michele Giuttari e il pm Giuliano Mignini: niente straordinarie sette sataniche discendenti da misteriosi ordini medievali che avevano come adepti il meglio dei fiorentini: niente impossibili complicità tra personaggi altolocati e i vari Pacciani, Lotti, Vanni, povere puttane alcolizzate, “grulli” di paese. Solo un serial killer.

Alla fine del nostro percorso ci trovammo, io e Douglas Preston, a suonare alla porta di qualcuno che, avevamo scoperto, aveva potuto possedere la famigerata Beretta 22 del Mostro comparsa la prima volta nel 1968. Il New Yorker ci chiese di intervistarlo, era corretto farlo. Eravamo perplessi, glielo dicemmo. Sharon, la nostra editor, mandò un’email sarcastica: «Posso immaginare che Spezi sia un po’ nervoso nel dovere intervistare un probabile serial killer. Ma è nostro costume evitare che i nostri autori vengano assassinati. Almeno fino a quando abbiamo buoni rapporti con loro».
Intervistammo il nostro uomo. E fu sorprendente, tanto che con quel colloquio decidemmo di finire il nostro libro. Da tempo, su giornali e in altre sedi, compresa una trasmissione speciale di Chi l’ha visto? alla quale collaborai, voci su questo libro presero a circolare. E con esse le conclusioni diverse alle quali io e Douglas Preston siamo giunti rispetto a Giuttari e Mignini, per i quali questo, evidentemente, costituisce reato. Il 18 dicembre 2004, alle 6 del mattino, come si fa con i criminali, fui infatti svegliato dagli uomini del Gides, la speciale squadra del commissario-scrittore, mandati dal magistrato perugino a perquisire la mia casa. Mi portarono via tutto l’archivio, lo stesso computer e tutto il materiale per il libro che avevo cominciato a scrivere con Douglas Preston. E mi comunicarono che ero indagato per favoreggiamento «per gli articoli scritti e le trasmissioni televisive». Insorsero l’Associazione stampa, l’Ordine dei giornalisti e persino il Pen club international. Per l’associazione Reporter sans frontières, osservatorio sulla libertà di stampa nei singoli paesi, io sono il “caso Italia”. Alla fine di gennaio qualcuno mi disse che in un casolare in campagna, dove negli anni Ottanta si nascondevano latitanti sardi, venivano tenute nascoste armi. Qualcuno, mi disse, vi aveva visto poco tempo prima due pistole, tra le quali una Beretta 22, e sei strane scatole di metallo, tutte uguali, chiuse a chiave. Scoprii che il casolare era nella disponibilità di gente del giro di quelli implicati nel delitto del ‘68. Quando, a metà febbraio, Preston venne a Firenze per una breve vacanza, gli raccontai tutto. Decidemmo che la cosa migliore era informare la polizia e così facemmo, andando in questura con la mia auto che qualche giorno prima era stata presa di mira da strani ladri che avevano sfasciato uno sportello per rubare un’autoradio di quasi venti anni, facendo però attenzione a non strappare i fili.

Gli uomini di Giuttari, mandati ancora da Mignini, invece di andare al casolare, sono venuti a perquisire di nuovo la mia casa, a cercare le armi da me. Senza trovarle. E poi l’interrogatorio dello scrittore americano a Perugia. Che, sbollita finalmente la rabbia, ha informato tutte le associazioni di scrittori della brutta avventura italiana. Immediate le risposte: è stato contattato da CNN, Whashington Post, New York Times, Boston Globe. L’aggettivo più usato per descrivere la sua esperienza italiana è “outrageous”. oltraggiosa. Io sono rimasto a Firenze con la mia auto scassata. Una volta dal meccanico, ho scoperto che nascondeva “cimici” e Gps per localizzarne gli spostamenti. Chi aveva messo quella roba era stato per forza il ladro vandalo della mia vecchia autoradio, perché aveva usato quei fili. Ho portato tutto in procura, ho fatto un esposto. Contro ignoti. Finora, però, non sono riusciti a scoprire chi mi ha rovinato la macchina.

 
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