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Conoscenza d’amore Stampa E-mail

di Massimo Fagioli

Ormai il mese di marzo se ne è andato ed è passata l’ondata di freddo pesante. Ricordo che accade tutti gli anni: l’inverno, giunto alla sua fine, dà un colpo di coda violento come quello di un coccodrillo colpito a morte. Il tempo atmosferico è bello, nei primi giorni di marzo, e fa pensare ad una primavera precoce; ma è un inganno e la nostra mente deve, presto, abbandonare l’illusione e fare un rapporto reale con la natura ed i suoi movimenti. A me avevano sempre detto che il rapporto dell’uomo con il mondo naturale, per un essere umano sano di mente e con i cinque sensi funzionanti, è fatto di certezze perché basato su una conoscenza razionale della realtà. Ora penso che, invece, è stata una reazione al dolore che il rapporto con la natura, se è appassionato, produce. Sono le illusioni e le delusioni; quando le messi maturano e le piante danno i frutti assicurando una vita felice, o quando viene troppo caldo che brucia tutto, o quando il freddo gela le zolle dei campi seminati e, poi, non nasce nessuna piantina di grano. Allora non fu più sufficiente favoleggiare l’impotenza stupida di Fetonte che non sapeva guidare i quattro cavalli del carro del sole e l’uomo inventò la ragione fredda che guardava il caldo, il freddo, la pioggia e la neve, con il pensiero che nominò le quattro stagioni giustificando il freddo e la diminuzione della luce con la variazione della traiettoria che il sole fa, dall’estate all’autunno. Avevano dimenticato di osservare che il sole è sceso all’arco minimo che fa nel cielo a fine dicembre segnando una linea invisibile, mentre il freddo è massimo a febbraio ed anche a marzo. Abbandonare le idee che facevano figure e favole fece perdere, ai filosofi antichi e moderni, la sensibilità ed il pensiero razionale costruì una teoria che aveva una logica, ma troppo rigida. Ma, ora, non so. Forse sono metereopatico, forse mi ha convinto il gruppo politico dei verdi, ma se c’è luce, sole e calore io ho sensazioni piacevoli di benessere che scompaiono quando il corpo si contrae e si rattrappisce dentro un montgomery pesante con il cappuccio che mi rinchiude la testa. Ed il cappuccio mi ricorda il tempo in cui abitavo a Campo de’ Fiori dove campeggia la statua di Giordano Bruno. E così ricompare il ricordo di quando ci fu il dibattito su Liberazione in cui scrittori di sinistra sostenevano che il pensiero di Spinoza era il precursore del materialismo di Marx. Furono ventate di aria artica ma non mi chiusi in me stesso: reagii perché left mi aveva fatto diventare  freelance... dato due pagine per scrivere. E pensieri e ricordi si mescolano e la penna scrive: Spinoza diceva che la realtà materiale ha un inizio e la fine; pertanto, di fronte all’eternità dello spirito è finita, e la verità è la non esistenza di essa perché la esistenza è l’infinito e l’eternità.

E, nella mente o, forse, dalla rètina degli occhi che guardano le piante verdi della terrazza, senza che me ne renda conto, nasce un’idea: la differenza tra Spinoza e Bruno sta nel fatto invisibile che l’uno negava la natura annullando la realtà dell’esistenza di essa. Bruno aveva un rapporto diverso con il mondo naturale... forse l’amava... come Cristoforo Colombo e Copernico. Certamente tre anni fa, nel pensiero senza coscienza, compariva la parola anaffettività. Il rapporto di Spinoza con la natura faceva un pensiero che era basato su una realtà invisibile perché senza coscienza, cui ho dato il nome di anaffettività. Ed il nome non era solo: anaffettività non significa indifferenza, essere disinteressati, estranei. Significa esprimere quella “cosa” nascosta, “inconoscibile”, che denominai pulsione di annullamento. E, forse ingenuo, la coscienza non aveva visto che, con la teorizzazione della pulsione di annullamento, ero andato oltre la parola che indicava il fatto visibile della distruzione. Ero andato alle parole: esistenza o non esistenza. E la violenza del movimento del corpo, che fa la distruzione delle cose, la lasciai ai magistrati che regolano l’ordine sociale, e tutta la fantasia estroflesse dal corpo le antenne sensibili che dovevano comprendere la violenza nascosta nella realtà mentale. Vidi il pensiero senza coscienza che, nel buio della notte, non creava più le immagini o creava i sogni che entravano “dalla porta d’avorio che riempie d’inganni la mente”.
E dico sempre, ricordando i cinquanta anni passati che, dopo aver scoperto “l’assenza dell’analista” ovvero dello psichiatra, iniziai la ricerca sulla realtà umana latente pensando all’inizio, e questa parola non divenne ma fu, subito, nascita del corpo. Ero certo che era lì, nel passaggio dal buio alla luce, l’inizio della vita umana. E dissi fantasia di sparizione del mondo della natura che, in contraddizione mostruosa, uccide il neonato dopo che egli, naturalmente, ha realizzato la vita.

So quando si formò il pensiero verbale, non so quando si formò l’idea dell’esistenza della realtà biologica prima della nascita umana; quando, forse senza rendermi conto scrissi, quaranta anni fa, il secondo capitolo di Istinto di morte e conoscenza. è a quei tempi che scrissi la parola vitalità insieme a fantasia. E vitalità è intrinsecamente connessa alla realtà biologica ed, in particolare, scoprii con certezza, che era propria della realtà umana e non della biologia animale. Perché, pensai e dissi dopo, è propria del foglietto più esterno detto ectoderma che fa pelle e sostanza cerebrale e non del mesoderma che fa ossa e muscoli. è una potenzialità invisibile della biologia umana che non è fino alla 24° settimana di gravidanza; poi, insieme alla formazione della rètina dell’occhio, diventa possibilità di vita; con lo stimolo luminoso la sostanza cerebrale si attiva, emerge la pulsione di annullamento del mondo naturale che uccide l’essere umano, ma per la vitalità della realtà biologica, il pensiero del non essere del mondo, è fantasia di rifiuto e non anaffettività dell’annullamento. Il neonato vivrà sempre l’identità senza coscienza che la sua vita è nel rapporto con gli altri esseri umani. Adulto, saprà sempre che il rapporto con la natura viene dopo il rapporto interumano. Non è più lecito pensare: il vento freddo è verità umana, esiste soltanto la speranza-certezza che esiste un seno.

Ho letto un articolo di Emanuele Severino. La seduzione è grande, forte la provocazione. Titolo L’inizio e la fine: ipotesi sulla vita. Fede e ragione si interrogano (e si sfidano) su che cosa definisce un essere umano. Non riporto le tante domande, solo alcune: “Quando comincia la vita umana? Quando finisce? Esiste l’uomo?” E vedo belle le righe: “Ma a rendere umano un corpo sono quei sentimenti e pensieri, che però non si lasciano vedere, toccare, sperimentare, nemmeno nell’amore più profondo”. Poi un passaggio istantaneo. Se ne deve congetturare il contenuto, l’intensità, la provenienza, la direzione... non ci si rende conto che l’esistenza stessa dei sentimenti e pensieri altrui, dunque l’esistenza stessa dall’uomo è una congettura. Sembra che argomenti sul caso Englaro, se Eluana era viva o morta. Non aveva più sentimenti né pensieri. Quindi non era più vita umana anche se il cuore batteva.

Ma io penso ad altre parole piccole ma con una potenza di pensiero che può essere violenta. Non è. Lo domandava anche Shakespeare. Compresi, cinquanta anni fa che non era, talora, il rifiuto e la frustrazione di una bugia ma, nel pensiero senza coscienza, era una alterazione, deformazione dell’immagine di una realtà percepita. E le due parolette, non è, sono una constatazione di una realtà che... non è ciò che può e dovrebbe essere. Ed il medico si erge in tutta la sua possibilità di vedere la negazione della realtà umana: non è ciò che dovrebbe essere! Ed è facile pensare, dire e fare di fronte alla malattia del corpo. Non è facile pensare, dire e fare di fronte alla malattia della mente. Ma da tempo dico che affermare che la malattia della mente non esiste è una negazione. Rifiuto quindi il disumano della alterazione della realtà mentale altrui anche se non so come dovrà essere. Ma so che togliere il delirio e l’anaffettività fa rinascere ed emergere l’umano perduto, perché sono certo della sua esistenza.        

 
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