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La democrazia apparente Stampa E-mail
«Nel nostro Paese si può parlare di una nuova, originale, e molto sofisticata, forma di fascismo». In libreria il nuovo saggio di Luciano Canfora. Un’analisi lucida del potere, proteiforme ma in verità sempre uguale a se stesso
di Noemi Ghetti

Nel suo ultimo libro, La natura del potere (Laterza) Luciano Canfora, componendo l’identità di specialista del mondo antico con quella di intellettuale militante, ci conduce in un viaggio attraverso le forme assunte dal potere nella storia occidentale. Dalle prime pagine l’indagine si svolge tra i poli dell’apparenza e della realtà, un’opposizione che nella riflessione del passato ha trovato una rappresentazione emblematica in due figure mitologiche. Il poeta latino Lucrezio vide nella fatica infernale di Sisifo, condannato a «spingere a forza lungo il pendio di un monte un masso che, appena sulla vetta, ricade rotolando in basso», la rappresentazione del politico, che si accanisce a brigare col popolo per ottenere il potere del tutto illusorio dei fasci e delle scuri. Reale al contrario fu il potere per Machiavelli, che vide nella doppia natura del centauro Chirone, mitico maestro di Achille, l’immagine del suo principe nuovo, a cui, data l’innata cattiveria degli uomini, «è necessario sapere bene usare la bestia e l’uomo».
Ma più che di figure, sarebbe appropriato parlare di travestimenti del potere, e di sottili distinzioni terminologiche, antiche e moderne. Regno, impero, principato; tirannide, dittatura; cesarismo, bonapartismo: tra Scilla e Cariddi, l’analisi di Canfora si muove con lucidità nel labirinto proteiforme di un potere che tuttavia sembra restare, nella sostanza, sempre uguale a se stesso. E che è sempre un qualcosa di invisibile e inattingibile, che si gioca altrove, dietro le quinte della scena politica. Anche, o forse soprattutto, nei Paesi nei quali la conquista del suffragio universale ha dato l’illusione della realizzazione della democrazia.

Molti sono i dubbi posti dal libro. Come accade che le tante volontà dei singoli confluiscano in scelte che danno l’impressione di essere opzioni collettive? Come è accaduto che Augusto, princeps inter pares, fosse onnipotente e al tempo stesso investito da altri del proprio potere? Altri ancora sono gli interrogativi che nascono in chi legge. Come è stato possibile che la stessa cosa si verificasse, nel secolo scorso, per Hitler e Mussolini? E sorprende trovare Stalin nel novero dei tiranni positivi, che condussero i loro Paesi a grandi progressi civili.
«Ogni Stato - scrive Gramsci all’indomani della morte di Lenin - è una dittatura». Il dato storico trova espressione nella necessità di avere dei “capi”, qualunque sia la classe dominante. Nelle grandi masse la rivoluzione si sintetizza in alcuni nomi - osserva l’intellettuale comunista in una lettera alla moglie - che diventano quasi un mito religioso: una forza che non bisogna distruggere. Essa è infatti, dichiara altrove, la forma razionale del potere, «necessaria finché sarà necessario uno Stato». A Mussolini, al contrario di Lenin, Gramsci non riconosce le qualità di autentico capo del proletariato: egli fu il dittatore della borghesia. La dittatura del proletariato è infatti espansiva, non repressiva. La precisazione gramsciana è da annoverare in una serie di distinzioni che si sono avvicendate, negli ultimi due secoli, tra un cesarismo progressivo e un cesarismo regressivo, tra un “bonapartismo di sinistra” e un “bonapartismo di destra”. Fino al caso paradossale dello storico francese Bailly, che giunse a descrivere - e la definizione al regime non piacque - il tipo di potere instaurato da Cesare come un «fascismo democratico».
Dalla lettura del saggio tuttavia non risulta facile individuare, al di là delle etichette, il reale contenuto di queste distinzioni, una volta che siano tolte dal contesto storico-politico in cui furono fatte. E non agevola la comprensione il principio di Machiavelli, riformulato da Max Weber, che «ogni Stato è fondato sulla forza». Il binomio potere-forza, ovvero Stato-dittatura, osserva infatti Canfora, nel Novecento è proclamato e riconosciuto sia dalla destra che dalla sinistra. È la sostanza stessa della politica, anche se le élite dominanti, che sempre più si identificano col mondo finanziario sovranazionale, non sempre hanno bisogno di ostentarlo e di proclamarlo. Non esiste una sola democrazia. Esistono, secondo l’autore, i poteri forti, che determinano i diversi tipi di regimi democratici: così ci sono democrazie plutocratiche, democrazie clericali, democrazie militari, democrazie sindacalistiche etc. «A noi è toccato di vederne una specialissima: nella quale il più forte dei retroscenici poteri forti si è rivelato quello, visibilissimo, che plasma la forma mentis (e la parola stessa) dei cittadini. Un potere che […] penetra dovunque come il gas, e crea (questo sì) “l’uomo nuovo”: cioè il suddito-consumatore-arrampicatore frustrato […]. È lì la forma “sublime”, e quasi inaffondabile, di potere; ma anche - conviene non dimenticarlo - la limitazione massima della parola nell’età che a tutti promette il massimo di libertà di parola». Insomma, una nuova e molto sofisticata forma di “fascismo”.

L’ironia corrosiva delle parole provocatorie di Canfora presenta un quadro della situazione attuale desolante e senza via di uscita. Non convince che quell’“uomo nuovo” schiavo della televisione, quel “popolo profondo” plasmato dagli spot e dalla fiction siano il definitivo approdo di più di duemilacinquecento anni di storia. Bisogna andare oltre, e scoprire che cosa c’è dietro la mitizzazione religiosa dei capi, dietro la divinizzazione di un potere della tecnica quasi inaffondabile, dietro l’idea di poteri occulti invisibili. Per condurre un discorso radicale sulla natura del potere dobbiamo trovare il coraggio di riprendere la ricerca sull’alienazione religiosa interrotta da Marx.

Nel pessimismo delle conclusioni il libro ha quindi il merito di stimolare la ricerca sulle radici profonde di una concezione in definitiva statica della fenomenologia del potere. Da Platone, che vide nella tirannide l’esito necessario dell’eccessiva libertà della democrazia, al repubblicano Machiavelli, che pur nell’intento di opporsi a Platone in nome della “realtà effettuale”, disegnò un principe capace di usare per il bene comune qualsiasi mezzo, la caratteristica specifica del potere politico resta comunque la violenza, perché la concezione di essere umano originariamente perverso rimane immutata. Che si tratti del peccato originale della Bibbia, o della scissione tra ragione e bestialità del logos, l’esercizio del potere non può che essere dominio, controllo e repressione. Ogni altra forma, la democrazia soprattutto, non è altro che un’illusoria parvenza, una sorta di velo di Maia che nasconde il credo in un dio inconoscibile. Con tali presupposti, immaginare la dittatura “espansiva” vagheggiata da Gramsci si è ormai dimostrato essere non un’utopia, ma una fatale incongruenza teorica. Per un uso della forza che non sia violenza e oppressione, ma frustrazione di spinte parziali, per garantire le condizioni che rendono possibile comporre la realizzazione collettiva e individuale, occorre alla sinistra un pensiero nuovo, l’idea di un essere umano non violento per nascita. Occorre la capacità di immaginare una lotta senza armi, che sia rivoluzione del pensiero e della parola.

20 marzo 2009

 
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