La vicenda dei Romanov ricostruita dopo 91 anni. Grazie a nuove indagini scientifiche. Ma, avverte l’eminente genetista: attenti agli usi ideologici di quei test di Federico Tulli
L’alba di un giorno di mezza estate del 1918 segnò definitivamente il corso della Rivoluzione russa, con tutto ciò che poi ha comportato anche per la storia mondiale del 900. Era il 17 luglio e le Guardie rosse che avevano ricevuto l’ordine da Lenin impiegarono una manciata di minuti per cancellare, prima a pugnalate e poi col fuoco appiccato ai cadaveri, i 304 anni di storia della dinastia Romanov al governo di tutte le Russie. Ma in quei momenti non si compiva solo il destino dell’intera famiglia dell’ultimo zar, Nicola II. Quella data, e quegli eventi, specie negli ultimi 40 anni, sono stati al centro di un enigma storico-scientifico che ha seguito di pari passo l’evolversi dello studio e delle tecniche di analisi del genoma umano. Enigma che ora è stato risolto, come hanno annunciato su Plos One i ricercatori di un’equipe internazionale coordinata dal Max Planck institute for evolutionary anthropology di Lipsia in Germania. Contrariamente a quanto sostenuto in questi 91 anni anche da diversi storici, la granduchessa Anastasia e suo fratello Alessio, figli di Nicola II e della zarina Alexandra non sopravvissero alla strage. È infatti definitivamente provato che appartengono ai due adolescenti i resti sotto forma di frammenti ossei rinvenuti nel 1970 a Yekaterinberg, in una fossa distante 70 metri da quella che conteneva i corpi delle altre sette persone trucidate. Il riconoscimento è stato possibile grazie all’analisi del Dna rinvenuto in quei piccoli pezzetti di ossa che sono scampati al tentativo delle Guardie rosse di distruggere completamente ogni traccia della dinastia imperiale. La tecnica impiegata dal genetista americano Michael Coble, arruolato per l’occasione dalle autorità di Mosca, è la stessa che l’esercito Usa adotta per le identificazioni più difficili dei resti di militari uccisi. Si tratta del test sulla struttura del Dna mitocondriale. Il quale, prima ha permesso di confermare con buona approssimazione che l’età delle persone a cui appartenevano i resti “misteriosi” poteva corrispondere a quella dei due giovani Romanov. E poi, tramite il confronto col Dna dell’osso di una gamba di Georgij Nicholas, un loro fratello che era morto di tubercolosi, il test ha stabilito con certezza la parentela tra i tre ragazzi. Infine, tanto per non lasciare nulla al caso, l’equipe di Coble è riuscita a confrontare il Dna di tutti i membri della famiglia Romanov con quello di una camicia insanguinata che era stata indossata da Nicola II il 29 aprile 1891, quando subì un attentato in Giappone. Anche questa prova (che è stata successivamente replicata all’Istituto di medicina legale di Innsbruck, in Austria) ha sgombrato ogni dubbio. I resti rinvenuti 39 anni fa nelle due fosse appartengono tutti a persone dello stesso nucleo familiare. A 19 anni dal primo test genetico effettuato sulle salme dei Romanov, 91 anni dopo la loro morte cala definitivamente il sipario sulla storia degli zar. 20 marzo 2009
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