A confronto il libro-inchiesta sul cristianesimo di Corrado Augias e l’ultimo saggio dello storico Paul Veyne Quando l’Europa è diventata cristiana: come la Chiesa ha fondato il suo potere su una religione inventata a tavolino di Ilaria Bonaccorsi
«Un Dio, un impero, un imperatore», così scriveva Eusebio di Cesarea nel 336 d.C. nel suo panegirico per Costantino imperatore. Un Dio, un impero, un imperatore. L’ordine non è affatto casuale. È proprio quello voluto dalla nuova religione abbracciata dal giovane Costantino. Perché? Per sincera convinzione, per paura o per calcolo? Difficilissimo inserirsi in un dibattito storiografico antico, e che oggi forse non ha neanche più molto senso. Anche se sul tema della conversione di Costantino si continuano a scrivere libri. Ultimi quelli di Corrado Augias, (Inchiesta sul cristianesimo. Come si costruisce una religione, Mondadori 2008) in vetta alle classifiche di vendita oramai da qualche mese e di poco successivo a quello di Paul Veyne (Quando l’Europa è diventata cristiana (312-394). Costantino, la conversione, l’impero, Garzanti 2008). I due testi sono imparagonabili. Augias, da giornalista si prefigge di condurre una vera e propria inchiesta sulle origini del cristianesimo e per farlo intervista lungamente Remo Cacitti, professore di Letteratura cristiana e Storia del cristianesimo antico presso la facoltà di Lettere e filosofia dell’università degli studi di Milano. E così scrive a premessa del suo lungo colloquio con lo storico: «Gesù non ha mai detto di voler fondare una religione, una Chiesa, che portassero il suo nome; mai ha detto di dover morire per sanare con il suo sangue il peccato di Adamo ed Eva, per ristabilire cioè l’alleanza fra Dio e gli uomini; non ha mai detto di essere nato da una vergine che lo aveva concepito per un intervento di un Dio; mai ha detto di essere unica e indistinta sostanza con suo padre, Dio in persona, e con una vaga entità immateriale denominata Spirito. Gesù non ha mai dato al battesimo un particolare valore; non ha istituito alcuna gerarchia ecclesiastica finché fu in vita; mai ha parlato di precetti, norme, cariche, vestimenti, liturgie, formule, mai ha pensato di creare una sterminata falange di santi. Non è stato lui a chiedere che alcuni testi, i Vangeli, riferissero i suoi discorsi e le sue azioni, né ha mai scritto alcunché».
Allora, inevitabili, sorgono molte domande: ma se non è stato Gesù Cristo, chi l’ha inventato il cristianesimo? Chi ha elaborato tutto questo? Perché e quando? In realtà più che una semplice premessa, intitolata per l’appunto Ciò che Gesù non ha detto, è l’idea cardine dell’intero libro, nel quale intervistatore e intervistato sono tutti intenti a spiegarci la differenza tra il personaggio storico Gesù Cristo e quella che loro chiamano la Chiesa “istituzionale”. Lo scopo conduttore di ogni singola pagina sembra essere quello di discolpare nel modo più convincente possibile il personaggio storico Gesù dalle nefandezze della Chiesa “istituzionale” che seguì. Il Gesù della storia, quello un po’ rivoluzionario, il “comunista per amore”, quello che parla agli schiavi e disprezza le ricchezze sarebbe del tutto immune e dunque innocente. Fu in realtà tutta colpa di Costantino che per primo trasformò il cristianesimo in uno strumento di potere legittimando quella «saldatura tra trono e altare» che si verificò nel IV secolo d.C. e che ebbe il potente “demerito” di mutare i tanti cristianesimi in un solo cristianesimo “di Stato”, in quanto nuova religione civile. Per Cacitti, in sostanza, non fu Costantino a convertirsi al cristianesimo ma il cristianesimo a convertirsi a Costantino. Niente di nuovo, sembrerebbe: Gesù buono, Chiesa cattiva.
Peggio ancora fa Paul Veyne, che da navigato storico, scrive un vero e proprio panegirico di quasi 170 pagine su Costantino, che definisce «un rivoluzionario mosso da una grande utopia», la cui sincerità non può essere messa in dubbio, anzi «è fuori discussione». La decisione di convertirsi del giovane imperatore sarebbe dunque una questione di fede personale, di convinzione sincera e disinteressata. Altro che calcolo di un ideologo o angoscia per un mondo che stava crollando e che lo spinse a un editto di “tolleranza” (Milano 313 d.C.). Veyne arriva a paragonare Costantino a Lenin e scrive: «Il confronto con Lenin, pertanto mi sembra giustificato su un punto decisivo: la rivoluzione bolscevica e la “svolta” costantiniana si fondano entrambe su una “razionalità” del senso della storia, materialista in un caso, divino nell’altro». Si è dunque convertito perché ha creduto in Dio e nella redenzione. Da quel momento in poi il paganesimo divenne “superstizione svantaggiosa” e il cristianesimo “santissima legge” divina. E glorioso, per lo storico, fu il cammino del giovane imperatore e del nuovo cristianesimo. Ma - c’è sempre un “ma” per fortuna - nei due libri ci sono punti di contatto originali. Novità che possono trasformarsi in utili elementi di ricerca per l’analisi del fenomeno “cristianesimo”. In entrambi, Augias prima e Veyne dopo, non si esita a sostenere che la nuova religione fu un’invenzione nata a tavolino tra il 40 e il 100 d.C. Augias/Cacitti dopo aver citato lo scritto di Samuel Reimarus, pubblicato nel 1776, nel quale si avanzava per la prima volta l’ipotesi che ci fosse un’ampia divaricazione fra le intenzioni del profeta Gesù e l’iniziativa apostolica ci ricordano semplicemente che: «I Vangeli sinottici risalgono agli anni successivi alla catastrofe del 70 d.C. (…) il quarto Vangelo, detto di Giovanni, è invece più tardo e viene datato tra la fine del I e l’inizio del II secolo. Importante notare che i nomi usati per indicare gli autori di questi testi non corrispondono a persone fisiche, bensì a scuole di pensiero dottrinale. Dal punto di vista storico è corretto dire che nessuno dei redattori dei Vangeli è stato testimone diretto degli eventi narrati». E inoltre che Gesù era un ebreo e lo era rimasto sempre. Anche Veyne scrive: «Il profeta Gesù non era stato il vero eroe del cristianesimo, ma i suoi discepoli o predicatori (san Paolo è solo uno dei tanti), affascinati dal suo carisma, costruirono su di lui una religione di cui egli era l’eroe. Creazione orale e collettiva che si estese nei decenni dal 40 al 100, quando la nuova religione era ancora in fieri». Tanto che i diversi testi che comporranno la Bibbia cristiana esaltano il signore in modi diversi: Gesù era il Messia? Primogenito di tutte le creature? Non creato? Divino da sempre, oppure il figlio di Dio attraverso la resurrezione? Ancora verso il 140 d.C. non era chiaro, per molti Gesù altro non era che un corpo umano rivestito dello Spirito santo. Dunque costruzione lunga, complessa e fantasiosa fatta a tavolino da pochi intellettuali del tempo, che inventarono una nuova religione. Perché nuova? Perché rispetto alle altre aveva un paio di elementi di vera novità. Il primo era la proposizione di un Dio-uomo. Cristo è un dio incarnato, muore e risorge. E risorge anche nella carne. E come fa l’uomo a partecipare a questo percorso di salvezza? L’unica strada è proprio quella della corporeità, poiché il corpo è ciò che l’umanità ha in comune con Cristo. Nella “Lettera ai romani” Paolo scrive: «Se siamo stati uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua resurrezione». Si tratta di un’intuizione geniale questa della resurrezione, cardine teorico in Paolo di Tarso (da molti indicato come il vero fondatore del cristianesimo). L’uomo infatti viene salvato per intero, compresa la sua parte corporea. Nessuno l’aveva mai detto prima. Gesù dunque figlio di Dio in quanto scaturito, generato direttamente dal suo seme attraverso però un atto soprannaturale (nascita verginale) e non con un’unione fisica, come in tanti episodi della mitologia greco-romana, ma soprattutto perché era risorto. È la storicità a rendere il cristianesimo diverso dagli altri annunzi di salvezza (Giovanni 1, 1.14: «E il verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi»). Viene proposto con forza un preciso percorso di identificazione possibile eppure impossibile.
Il secondo elemento di forte novità è che il cristianesimo oltre a essere una religione fu anche una Chiesa e questo lo rendeva unico al mondo. L’incontro con la filosofia greca fu decisivo. Questa religione dottrinaria rivendicò una pari dignità a quella delle sette filosofiche del tempo, nel senso che si considerava una filosofia, che non era solo teoria, ma regola di vita, dottrina che bisognava mettere in pratica. Era una fede, ma sin dal principio volle esercitare un’autorità (attraverso una rigida gerarchia, un clero superiore in natura ai laici) su coloro che l’abbracciavano e per abbracciarla era necessaria una precisa professione di fede. Questo si tradusse in un’invasione a tutto campo, non solo della vita privata dei fedeli tutti, ma anche di quella pubblica. La dimensione mistica cedette immediatamente il passo alla dimensione “istituzionale”, già nel 135 d.C. l’ecclesia da “assemblea di fedeli” divenne istituzione.
Infine, questi due libri convergono nel sostenere con decisione due cose fondamentali, che svelano inganni antichi ma ancor oggi propinati dalla cultura generale. La prima è che non esiste religione più lontana del cristianesimo da una distinzione tra Dio e Cesare, contrariamente a ciò che si sente ripetere: tutto il mondo doveva essere cristiano, Cesare per primo, il quale aveva dei doveri verso questa religione globale. E questa aveva dei dogmi, un’ortodossia per la quale bisognava battersi. Il paganesimo, al contrario, era solo una folla confusa di divinità e di culti che per il cristiano non meritava neanche il nome di religione. Come diceva la storica francese Hélène Monsacré riferendosi alla conversione di Costantino: «Un grande imperatore aveva bisogno di un grande Dio». È con il trionfo del cristianesimo che le relazioni tra potere e religione vennero teorizzate e sistematizzate. Dio e Cesare non agiscono più ciascuno dalla propria parte, Dio pesa su Cesare, e Cesare doveva rendere a Dio ciò che era di Dio. Il cristianesimo ai vari patti con gli dei sostituì una relazione fondamentale: il potere deriva da Dio e il sovrano regna per grazia divina e deve dunque mettersi al servizio della Chiesa. A questa “saldatura tra trono e altare”, o anche a questa “costantinizzazione” del cristianesimo, Augias attribuisce il fallimento di un ipotetico originario cristianesimo “buono”, perché scevro da logiche di potere. Il secondo punto è che il cristianesimo non fu portatore di alcuna rivoluzione sociale: Veyne scrive chiaramente che Gesù non fu affatto il primo socialista e che il socialismo non “trae le conseguenze” dalla carità cristiana. Ma soprattutto che il cristianesimo non aveva messo fine alla schiavitù: «Nessun cristiano aveva mai pensato di abolirla». Ma perché avrebbe dovuto? «Il cristianesimo è una religione - scrive ancora lo storico - non è un programma sociale o politico: non aveva nulla da cambiare nella società (…). Poiché tutti siamo stati riscattati da Cristo, siamo divenuti idonei alla salvezza, siamo tutti fratelli, ma “in Cristo”». Da questo unanimismo religioso non discende che il maestro e lo schiavo sono uguali nel mondo di quaggiù (gli schiavi non potevano neanche essere ordinati sacerdoti). E cita lo stesso padre della Chiesa Lattanzio: «Qualcuno potrebbe obiettarmi che ci sono anche ricchi e poveri presso di noi, cristiani. Certo, ma li consideriamo sullo stesso piano (…) perché ciò che conta è lo spirito e non il corpo; i nostri schiavi sono tali solo nel corpo, in spirito sono nostri fratelli». Una vera beffa. Lattanzio, san Paolo e gli altri non solo non servirono come matrice all’universalismo dei diritti dell’uomo, ma diedero olio agli ingranaggi di società non egualitarie. Anche Augias e Cacitti, sempre tenendo ferma la distinzione tra il buon Gesù e il cristianesimo “istituzionalizzato”, sostengono che quest’ultimo non ebbe alcuna capacità, né volontà di rivoluzionare la società classica e quella giudaica. Un esempio per tutti: il capitolo “Donne e cristianesimo”. La costruzione di una discriminazione/distruzione esercitata dal cristianesimo sulle donne passa ancor prima che nei fatti, nello stesso lessico e cioè nelle traduzioni latine delle sacre scritture. Ci si rende conto che, in particolare nei Vangeli quando descrivono gli stati emotivi delle donne, il latino traduce sempre in senso peggiorativo termini e verbi riferiti alle donne. Questo, per Cacitti, è dovuto al fatto che la percezione patristica della donna rispondeva ai criteri ordinari e abitudinari della società classica e di quella giudaica: la donna è, in sostanza, un essere inferiore, perché più lontana dal modello divino; è naturalmente, anatomicamente, subordinata all’uomo, cui deve la vita.
Con Paolo si arriva all’assurdo: Eva, e con lei tutto il femminile, diviene l’autentica ianua diaboli, la porta attraverso la quale il male ha fatto irruzione nel mondo. Da ciò scaturirono tutta una serie di regole che rendevano nella comunità, ora cristiana, le donne ancora subordinate all’uomo. In termini più generali, si tratta di constatare tristemente che il cristianesimo non ebbe alcuna volontà di cambiare le leggi che riguardavano la posizione della donna, la sessualità, la famiglia, le norme che regolavano i rapporti con le altre religioni o anche la più semplice eliminazione della schiavitù. E, più a fondo, la mentalità corrente. Si tratta dunque di una fede che non fa e non vuole progressi, in nome del principio della mediocrità quotidiana. I valori di un cristiano convinto sono semplici: lealtà verso la propria fede e il proprio re. In fondo Eusebio di Cesarea aveva già capito tutto: «Un Dio, un impero, un imperatore». Nei secoli dei secoli. 23 gennaio 2009
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