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di Massimo Fagioli Mi guardo intorno cercando le parole che indichino e descrivano lo stato d’animo che, talora invade la mente; le vedo ma nessuna ha il coraggio di posarsi sulla realtà che non è cosa percepibile. Penso le parole perplesso, irrigidito, ma i termini verbali svaniscono evaporando come gocce d’acqua su una lastra d’acciaio rossa arroventata. Forse altre parole restano nascoste perché, gentili, non vogliono far sospettare una debolezza della mente che ha salvato un Io senza ragione che potrebbe avere fragilità infantili. Così soltanto due termini cercano un’immagine: spavento ed orrore, come se la paura del bambino di fronte al fantasma mostruoso, giocando e rappresentando, diventasse la parola che non ha più immagine pensabile, ma trasforma le tante erre di terrore, il battito dei denti della paura, nel silenzio della parola orrore. E, forse, sono rimasto immobile per un secondo perché emergeva il ricordo de il “bravo ragazzo un po’ introverso” che ha fatto a pezzi, con un coltellaccio, entrambi i genitori. E le parole, come formiche che, nascoste, sbucano dagli angoli, compaiono nella mente: distruzione, morte, fare a pezzi un corpo umano, eliminazione, far sparire la vita, rendere il corpo inerte e freddo. Ma poi il ricordo del macellaio che taglia una bistecca, mi solleva l’animo perché appare, come fosse un gigantesco pensiero, la parola umano. Chissà, il verbo greco parla di άνεμος intendendo l’aria, il vento, che hanno un movimento invisibile; si sente con la pelle ed il respiro ma non si vede con gli occhi. E così il sentire le cose invisibili chiamò terrore l’animo del bambino, spaventato dall’anaffettività che non si vede. Ed il terrore si trasforma, nell’uomo grande, in orrore. Poi, un giorno o un anno, tremila anni fa, si formò il filosofo che disse quattro parole: terra, acqua, aria, fuoco. Non c’erano più le idee sul mondo raccontate con le favole che parlavano di forme antropomorfe invisibili; le parole dicevano di cose invisibili, che chiamarono concetti. Ma non fu trasformazione della fantasia e delle immagini inventate in pensiero verbale e parola. Le une rimasero separate dalle altre che non conoscevano le loro origini, e furono lasciate all’artista che si esprimeva per immagini, ma non aveva il pensiero verbale che restava al filosofo. Inventarono una nobiltà della parola lasciando, sprezzantemente, la parola conoscenza alla scienza, che scopriva la realtà della materia. E la parola sapienza restò soltanto al filosofo, suo unico nobile amante.
La mente che non aveva idee e raccontava favole, non aveva trovato in se stessa la spinta che faceva la conoscenza della materia. Poi, con la ragione e la filosofia, l’uomo guardò i suoi simili e li tagliò e li aprì per vedere e conoscere ciò che era dentro il corpo. Ed il metodo era quello razionale, ovvero la conoscenza era legata alla percezione. Videro così fegato e cuore, ma non compresero il loro funzionamento; non riuscirono a fare le deduzioni logiche che potevano dare la conoscenza del non direttamente percepibile. Vedevano il sangue ma passarono più di duemila anni, prima che la mente umana comprendesse il suo movimento. Forse perché, sezionando i morti, non avevano l’idea che il cadavere è diverso dal corpo vivente anche se l’anatomia visibile è la stessa. Non avevano mai pensato che l’immagine interiore, nella vita, fa diversa la biologia che, agli occhi, appare uguale. Così il medico restò separato e diverso dal filosofo che non pensava più alla realtà materiale del mondo. Ed ora, come spesso mi accade, l’intensità della veglia e della coscienza diminuisce ed una luce diffusa investe le parole. Sento, ma forse è perché penso, le voci che dicono sangue, ed indicano un’altra cosa che è forza che io chiamerei, meglio, vitalità; bile che è il nome che danno all’odio ed alla rabbia. So che mi propongo una ricerca impossibile ovvero se, nella mente, le parole imparate si trasformano. Hanno un senso che non è il significato che fa comprendere che si riferiscono a liquidi del corpo diversi l’uno dall’altro. Allora penso che non sono più le stesse che, un tempo lontano, furono ascoltate.
Forse è stato un colpo di vento freddo, forse sono stati due corvi neri che hanno sollevato il foglio del giornale che mi è apparso davanti due settimane fa. Il fantasma di un “gigante” si è presentato con un nome grande, sovrastato da un’altra parola che lo ripara dalla pioggia pulita che lo cancellerebbe da ogni ricordo. Così hanno composto il titolo con la parola AMORE sopra al nome LACAN, ed io guardo, dall’alto, la cupola del Pantheon che è la tomba dei re. Ricordo Althusser e Foucault morti pazzi, Basaglia, Heidegger e Lacan che fece le ultime ore di lezione senza profferire verbo. Erano i “giganti” che, ora, fanno tornare nella mente la parola orrore che, forse, ha la memoria senza coscienza degli affetti del bambino che ha il terrore della dissociazione anaffettiva del linguaggio della madre. “Se lo psicoanalista accoglierà in sé «una mutazione nell’economia del suo desiderio»... lo psicoanalista, un nuovo tipo di uomo, capace di «un desiderio più forte» che non potrà che essere quello di morte... che abolisce l’analista in quanto desiderante e lo fa sparire come soggetto”. Desiderio di morte. Ed il lamento del solitario che suona il violino, viene coperto dall’urlo di Munch che grida: pulsione! So che Istinto di morte e conoscenza aveva eliminato, fatto sparire, la stupidità violenta del linguaggio freudiano che parla di... niente “«Das erste wünschen dürfte ein halluzinatorisches...» il primo desiderare dovette essere un investimento allucinatorio del ricordo dell’appagamento”. In psichiatria questo linguaggio, accozzaglia disordinata di parole senza senso, si chiama dissociazione verbale: desiderare, investimento, allucinazione, ricordo, appagamento. Ed io penso e scrivo: fantasia di sparizione, inconscio mare calmo, capacità di immaginare. L’inizio della mente umana si ha con la pulsione di annullamento che è fantasia di sparizione perché l’essere umano ha la vitalità. La «distruzione pura» sta nello schizoide anaffettivo che ha perduto la vitalità; rende delirantemente non esistente una realtà umana.
Così, fatto l’urlo contro l’ennesimo annullamento, cerco di comprendere la assoluta differenza con quanto ho pensato, quasi cinquanta anni fa, componendo la dizione ed il nome dell’invisibile: fantasia di sparizione. Già lo scrissi, sono due parole che hanno un senso, l’una all’opposto dell’altra. Ed appare la risposta perché è evidente la incongruenza delle parole che hanno messo insieme Freud e Lacan, anche al senso comune... ricordo... desiderio... allucinazione... Negli anni 60 mi venne spontaneo comporre, dall’irrazionale, le due parole che indicavano la nascita della mente umana. C’era, evidentemente, la realizzazione della fantasia senza coscienza che trasformava le immagini invisibili in linea e parola. Deve essere stato un “linguaggio creativo” in cui le parole, diversamente da quelle usate dalla psicoanalisi, hanno un senso; indicano “cose” invisibili alla mente della veglia e della coscienza.
Sono andato, una domenica, a sentire un coro di voci bianche. Erano bambini di otto, dodici anni. Non capivo le parole pronunciate perché ero lontano, ma penso che, anche se fossi stato vicino, non le avrei ascoltate. Mi lasciavo andare a ricevere il suono, l’armonia di esso creata dalla fusione del movimento dell’aria che emergeva dalla gola di ognuno, con quello degli altri; ognuna spariva nell’insieme delle voci non più distinguibili l’una dall’altra. Non so che cosa accadde poi, tornato a casa. Pensai che le voci, che perdevano la loro identità per fare un coro, erano un fenomeno simile a quando una macchia di luce sul pavimento fa perdere l’identità ad ogni raggio di sole. E, forse, intuii, vidi, l’invisibile del grande gruppo delle sedute di psicoterapia, quando un sogno da un lato chiama, e suona in armonia, con un altro sogno dall’altro lato: sono simili e dicono la stessa cosa, chiedono la stessa interpretazione. Ricordo che io, rispondendo, con l’indice disegno nell’aria un arco da un punto all’altro e compare l’immagine della schiena della seggiola detta isteria. |