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I giganti Stampa E-mail

di Massimo Fagioli

È ­come se fosse una storia esistente da sempre, che ha camminato tanto lentamente da non far vedere il movimento, perché lontano è il tempo delle origini. L’uomo, dicono, trovò l’abilità della mano e raddrizzò la spina dorsale nella stazione eretta. Poi la mitologia greca raccontò di mostri che erano animali e uomini insieme ed i filosofi dissero che l’identità umana era il pensiero della veglia e della coscienza, ovvero la ragione. Ma, nella notte, l’uomo dormiva perché gli occhi non venivano più amati dalla luce e la sostanza cerebrale della rètina non era più fecondata. Non c’erano più le figure della memoria cosciente che facevano riconoscere le cose. E non era importante perché, nel sonno, il corpo non si spostava nello spazio e non cercava il cibo per sopravvivere. Ma in un tempo sconosciuto uomini e donne, quando aprivano gli occhi al risveglio ebbero, nella mente, immagini strane che non facevano riconoscere le cose. E, quando alcuni cominciarono a parlare, raccontarono che avevano visto immagini invisibili che giravano per il mondo, nel mare e nelle foreste; dettero loro il nome di dei, ovvero esistenze che, paradossalmente, dicevano che erano, insieme, sia uomini che animali. Poi crearono la scrittura e raccontarono le azioni degli dei e come si spostavano tra cielo e terra, anche se non avevano la materia del corpo e non avevano il ciclo della vita che finisce nella morte. Dissero che Apollo mandava nella mente del sonno, che non aveva coscienza, le immagini che non erano ricordi. Poi Agostino d’Ippona disse, ugualmente, che i sogni erano mandati da dio o dal diavolo. Così gli inquisitori cercarono, nei sogni delle donne che definivano streghe, la presenza del demonio. Le bruciavano per liberare l’anima dal corpo, intendendo che il male degli esseri umani stava nella realtà biologica. Dopo secoli, con l’illuminismo, il pensiero della veglia e della coscienza tentò di separarsi da quello religioso del credere senza pensare, e le immagini oniriche non portarono più alla eliminazione del corpo, la ragione, con Spinoza, stabilì che nel sonno non c’erano le idee; perché proprie del corpo finito, erano inesistenti. E Freud concluse che erano “eredità filogenetica di milioni di anni”. E fu una verniciatura trasparente del pensiero religioso che insinua l’idea dell’eternità, ovvero del non umano. E venne l’Es come inconscio non rimosso, ovvero come «Altro», realtà primordiale ereditaria il cui termine tedesco, das Unbewusste, indica una inconoscibilità che la lega, non alla ragione, ma alla fede che crede nello spirito o anima, emanazione del divino che trascende la materia. E venne il conflitto, apparentemente democratico, tra ragione ed un irrazionale che finiva sempre per assumere l’aspetto e spesso l’identità della pazzia. Vennero, con l’illuminismo, Pinel ed Esquirol che fondarono la psichiatria.

La voce della radio parla di Don Chisciotte e Sancho Panza. “Vedi i giganti! Non sono giganti, sono mulini a vento”. “Non vedi le braccia dei giganti? Sono le pale del mulino”. Allungo le braccia per prendere alcuni fogli di giornale, piegati e quasi ingialliti dal tempo. Rileggo Toni Negri, Riotta, Assennato che sostengono che Spinoza è materialista e precursore di Marx; poi Augias risponde a Maria che scrive di vivere “l’inferno della malattia mentale di Massimo”, citando Basaglia: «In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quando la follia; invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla». Una psichiatra, con tono deciso che rivela un pensiero chiaro dice “è malattia mentale non distinguere il rapporto con le cose e bruciare giornali o spazzatura, e con la realtà di un essere umano”. Parlava della tragedia di Rimini dove ragazzi “bene” e normali avevano dato fuoco ad un barbone. Tanti e tanti sono i casi di delitti efferati, senza motivo o per “futili motivi”. Ed Augias cita Basaglia. Ed io, spaventato o triste mi chiedo “ma non ha letto Jervis che dice e dimostra che, con la legge 180, Basaglia, non ha nulla a che fare?”
Ma, come al solito, compaiono fantasmi e mi chiedo se sono giganti o pale di mulini a vento. Ma poi, più terribile, gli psichiatri organicisti dicono “è soltanto lesione fisica del cervello” ed i più “intelligenti”, “è carenza di serotonina e di glucosio”. Ma, i nomi di Spinoza, Hegel, Foucault, Marx, mi sembrano pale gigantesche di mulini che macinano foglie di coca per fare cocaina che distrugge il cervello. Ed ancora di più i milioni di copie della Bibbia. Ed Augias sembra che non veda che lo “psichiatra umanista” ripete, come un chierichetto, la favola del peccato originale. Quelle parole si potrebbero pronunciare come “l’inconscio è peccato, demonio come diceva Freud, e siamo tutti peccatori”.

Ogni settimana, come fosse il movimento che mi porta a mezzanotte nel letto a dormire, esco di casa, attraverso largo Argentina, via dei Giubbonari, la piazza del Monte di pietà e giungo a ponte Sisto, il ponte antico. Ci sono i vù cumprà e barboni con il cane come compagno. Vado a piazza Trilussa e via del Moro fino a S. Cosimato. Non è più Roma antica. La piazza è nuova e rimpiango le strade strette con i selci divelti che mi fanno fare salti per evitare di cadere. Sto passando accanto a Campo de’ Fiori ed il fascino è tale che annebbia la mente come quando, ragazzino, sfioravo “distrattamente” con il dorso della mano le cosce di una bella donna.
Entro nel grande portone e giungo nel cortile, che tante piante rendono giardino. Entro nello studio e non so, ma l’arredamento in legno mi appare come un lungo tavolo che fa un angolo di 90°. è una mensa imbandita e le appliques luminose si muovono ad indicare i posti più belli. è inverno e mi tolgo il cappotto e ricordo la favola de La bella e la bestia. Forse sono io il signore che si perde nel bosco in una notte di tempesta. Cammino in attesa e vedo, nel cortile, le kenzie che sono sempre immobili anche nel tempo di anni, e sembra che non crescano mai. Ma accanto una pianta bassa, rapidamente, passa dall’assenza di foglie ad un tubicino che si rivela essere una foglia arrotolata che si espande diventando ampia, come una mano aperta dal palmo accogliente. E penso, senza comprendere, all’invisibile tempo delle kenzie e al quasi percepibile movimento delle Orecchie di elefante.

E scocca l’ora in cui non penso più, perché sto entrando nello studio e chiudo le porte. Allora, forse, il signore perduto nella foresta senza più strada da percorrere, non sogna più perché diventa il medico che osserva le farfalle o i corvi neri che si appollaiano sul legno delle panchine. Poi, ogni tanto, torna la fantasia che vede di nuovo la bestia che offre a tutti le interpretazioni, che curano la mente senza coscienza. è la deformazione del maleficio della percezione delirante di una certa cultura, di una certa filosofia, di certa medicina. Viene il ricordo di un vecchio film Cuore di vetro. Sento la voce che dice all’uomo angosciato “non sono giganti. Quando il sole è all’orizzonte, se guardi con calma, anche un nano fa un ombra lunghissima”.

E le persone che vengono sono il signore  perduto nella foresta come Dante, terrorizzato dal leone, dalla lupa e dalla lonza. Io so che sono tre “streghe”: anaffettività, invidia e bramosia. E non so. Ricordo che scrissi, il 24 aprile del 1980 “una rosa la vuoi dare a Fleming?”. Il signore ha rubato una rosa alla bestia: è la cura? Penso di sì, è la teoria della nascita. So che, sempre, ho chiesto che portassero la bella: l’immagine femminile di ogni uomo. Soltanto dopo, quando la psicosi non c’era più ho chiesto che il gruppo di sconosciuti che non era informe, realizzasse che io, bestia, vedevo, nella multiforme danza dei volti sempre diversi, la realtà mentale della nascita di ogni bambino. Era, ogni volta nella seduta, ricreazione della mia mente alla nascita quando non c’è coscienza. Quell’inconscio mare calmo che poi diventa essere umano diverso da me stesso. Quell’immagine femminile, volto e corpo diverso, che fa l’identità mentale dell’uomo che pensa e parla con la parola.

 
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