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Dormire... sognare, forse Stampa E-mail

di Massimo Fagioli

Dopo decenni e decenni di bronchite da fumo di sigarette questa volta, mentre è arrivato un vento gelido dal nord, non ho neppure un colpo di tosse. Mi torna in mente un’osservazione, su me stesso, che fece comporre il pensiero “se prendi molto sole d’estate, poi il freddo e l’umidità hanno poca possibilità di ledere l’organismo”. Poi, in verità, aggiunsi “freddo e umidità indeboliscono le difese, sono i germi che ledono”. E ricordo la parola reazione che scrissi l’altra settimana, e mille pensieri corrono intorno allo studio-veranda in modo così veloce che l’aria si mette in movimento vorticoso e non mi fa vedere più le cose in maniera nitida. Ma, improvvisamente, l’atmosfera rilassata delle immagini della spiaggia inondata dal sole si paralizza e si raffredda e mi accorgo di essermi irrigidito. Non è conflitto intrapsichico perché so che è stata la voce della radio che ha detto che, nel Burundi, una bambina è stata uccisa perché era albina. Ed alcune parole cadono sul pavimento perché il vento della spiaggia non c’è più. Entrano nel cubo di vetro, che mi espone agli sguardi di tutti, le terribili parole del ’68 e di Lotta Continua: è cultura!! Poi, nonostante la lieve sensazione di ansia dovuta all’idea della facile strada dell’indifferenza, riprendo la ricerca e ricordo che ho già usato, per i movimenti del corpo e della mente, la parola reazione. L’organismo umano con la sua mente, quando uno stimolo altera il suo stato di equilibrio con l’ambiente esterno a se stesso, fa un movimento che è più o meno armonico con la realtà esterna. E le parole che nascono dall’immagine invisibile così disegnata, sono: rapporto, risposta, rifiuto, dialettica; o al contrario: fuga, annullamento, negazione, violenza, distruzione. E si ha armonia quando gli stimoli sono usuali e conosciuti, disarmonia quando lo stimolo è diverso per forza o per immagine, quando cioè non c’è memoria. E, ricordando la comparsa dell’umano nella realtà biologica, ripropongo di pensare che, alla separazione dal corpo materno alla nascita, l’assolutamente nuovo non è il rapporto di pelle nel tatto, ma la luce. E lo stimolo luminoso determina una reazione della sostanza cerebrale della rètina; la pulsione che, realizzando l’immagine, fa un corpo pensante. E non c’è la scissione tra mente e corpo, come nell’idea dell’identità umana come ragione. E se si pensa che, alla nascita, la possibilità del corpo di muoversi è minima, si deve realizzare l’immagine che il movimento che sorge alla nascita è, in primis e soprattutto, mentale.

Non so: viene spontaneo, scrivendo, dare parola alle cose della mente e ricordo che non è mai esistita una definizione di pulsione, annullamento, negazione, bramosia, desiderio e tante altre realtà del pensiero umano. Poi, forse, nell’indifferenza per i rumori e suoni e voci che salgono dalla strada e scendono dal cielo con lo stridio dei gabbiani, che fa il silenzio dello studio circondato da pareti di vetro, lascio che le parole vengano libere da ogni razionalità e prendano corpo nei segni neri della scrittura; tra veglia e sonno compaiono le vaghe immagini della memoria quando nella solitudine dello studio, dove facevo analisi individuali tradizionali ho visto, dedotto pensando, la realtà e il senso delle parole pulsione, annullamento, negazione, bramosia, desiderio.
Ma, ancora di più e meglio, penso che la teoria della nascita e quindi la pulsione di annullamento, inconscio mare calmo, capacità di immaginare, dopo tanti anni di prassi e di ricerca con il grande gruppo, si è dimostrata essere conoscenza della realtà mentale umana, nella sua origine. L’Analisi collettiva, creata da una massa di sconosciuti, non è stata né inganno né illusione. È stata e continua ad essere una prassi ed, insieme, una cura ed una ricerca che porta l’identità umana ad un livello di pensiero mille miglia lontano da coloro che hanno ucciso una bambina perché troppo bianca. Allora, con calma, procediamo a fare un rapporto con gli assassini del Burundi, che sia rifiuto e non negazione. Un rapporto con esseri umani la cui mente non ha raggiunto la sapienza semplice che dice: essere molto bianchi è soltanto una produzione scarsa di melanina. E si può pensare che nel Burundi la scoperta scientifica non è giunta, oppure che, pur essendo conosciuta non viene... creduta? Non riesce a demolire l’idea religiosa del male che va sostituita con la concettualizzazione scientifica di malattia.

Anche sabato 22 novembre ho visto un gruppo di donne che sfilavano verso piazza Navona. Ogni tanto gridavano slogan, ma le voci non erano belle come quelle dei ragazzi delle settimane precedenti. C’era troppa rabbia e c’era anche odio. Ho visto la rivolta come negazione perché dicevano che era il maschile da combattere e distruggere perché violento. Avevo udito parlare a Radio radicale tre donne, una professoressa, una giornalista, una psichiatra, che avevano discusso la violenza contro le donne; dicevano che se è vero che la violenza fisica che lede il corpo è prevalentemente degli uomini, va cercata la violenza che sta nell’essere umano, che non lede il corpo ma altera e distrugge la mente: ed è la malattia invisibile che sta nel pensiero che non è coscienza. Una madre è violenta se è, senza saperlo, anaffettiva. Se non è realizzata come donna, se non ha raggiunto l’identità umana, che è identità sessuale nel rapporto con l’uomo. Erano voci calme che dicevano cose che non erano state mai nella cultura; e la sicurezza del loro pensiero parlava di una formazione personale che rivelava una certezza di identità. C’era l’intelligenza di aver studiato e vissuto e visto la realtà del pensiero senza coscienza ancora, troppo spesso, malato dietro e sotto una razionalità impeccabile. Ma, oltre al delitto nel Burundi, avevo sentito di un signore dalla vita integerrima, cattolico praticante, che aveva freddamente e lucidamente, ucciso i tre figli e la moglie. E se per la bambina albina uccisa non ho argomenti sufficienti per dirlo, in questo caso, sono certo, si deve parlare di malattia mentale.

È morto Sandro Curzi. La molto triste notizia mi ha colto di sorpresa perché, tempo fa, mi avevano detto che era stato operato ed era andato tutto bene. Ho ricordato che lo incontrai nel 1984 ad un festival dell’Unità e fu abbastanza insofferente di questo gruppo di ragazzi che proponevano discussioni su idee nuove, come la critica alla sessuofobia del Partito comunista. Dal 2004, a villa Piccolomini e molte altre volte negli incontri con Bertinotti e la sinistra, venendomi incontro, mi salutava affettuosamente. Eravamo coetanei e penso che abbia sempre avuto il merito di provocare in me i ricordi della prima adolescenza, ai tempi della guerra. Mi chiedevo cosa fece lui a 12-13 anni. Sempre comunista ortodosso mi ricordava i compagni partigiani e la lotta armata giusta contro il nazifascismo. Non c’è stato il tempo e il modo per cercare se l’Analisi collettiva gli aveva ricordato qualcosa che poteva essere pensata come lotta, senza armi, soltanto rivoluzione del pensiero e parola contro il nazifascismo. C’è tuttora in balordi razzisti che picchiano e uccidono romeni, polacchi, algerini, tunisini.

Non riesco a fermare la mano che scrive, come se fossi stato invaso da uno smarrimento che fa dire, ai fortunati che sanno perdere la coscienza, ti amo. So che
l’ho scritto due settimane fa, ma quelle parole tornano come se fossero create nel mare, dal sole che inondava le spiagge in agosto. E le scrivo come se mi lasciassi andare a fumare lo spinello, che non ho mai assaporato a vent’anni. “La reazione alla luce del tessuto nervoso della rètina è la pulsione di annullamento, la reazione della pelle allo stimolo luminoso è la secrezione di melanina. Sostanza cerebrale e pelle hanno la stessa matrice che è il foglietto esterno detto ectoderma. Dai tre foglietti si giunge allo stimolo della luce che è, insieme, nascita del corpo e del pensiero. Il feto non vive se non si è formata, a 24 settimane di gravidanza, la rètina”. Frasi che non hanno una lettera in più, oltre quelle necessarie. Forse è stato l’irrazionale di una donna che mi ha sussurrato queste parole, all’orecchio, mentre dormivo.

 
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