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I tamburi di pelle Stampa E-mail

di Massimo Fagioli

Mi accingo, sedendomi, a scrivere l’articolo per left. Ricordo che, la settimana scorsa, ho scritto di parole che, ora, si compongono sul piano della scrivania, ma svaniscono presto; io stupidamente penso che è perché l’imbrunire, d’autunno, viene nelle prime ore del pomeriggio. Ma, subito, la memoria del ritmo dei tamburi mi fa vedere che i fogli giacciono su una grande carta assorbente rossa, e non distinguo più l’ambiente interno da quello fuori di casa. Vedo ormai, quasi ogni giorno, il fiume rosso che va da via Botteghe Oscure verso piazza Navona, passando davanti al teatro Argentina. Sento il suono della percussione sulla pelle tesa che, con il suo ritmo, imbeve di liquido forte le immagini vaghe del mio scrivere, ogni settimana, l’articolo per left. I colpi costanti, ad intervalli sempre uguali, assumono l’aspetto di linee nelle righe scritte, e diventano visibili nel silenzio. D’estate, a Ferragosto, quando le sedute di psicoterapia sono sospese, la pausa tra un articolo e l’altro è, nel tempo, raddoppiata. Ed il pensiero dice “è bene, d’estate non interpretare i sogni, ma nuotare e camminare.” Ma in verità il ritmo del tamburo fa vedere, con i suoi suoni, il movimento che va dal giorno alla notte, ed il silenzio della pausa è il passaggio dalla veglia al sonno, quando tutto è silenzio. E non riesco più a distinguere il sogno dal pensiero verbale della veglia, non so più se la pausa estiva è la realtà della veglia in assenza di sogni o, viceversa, è sogno; e l’Analisi collettiva è la realtà dell’identità del pensiero che interpreta i sogni; ma poi, penso, che è una storia senza ragione. E mi hanno detto, qualche volta, “è una ricerca fuori dalla storia e dalla cultura; una identità irrazionale non è mai esistita, neppure come concetto, idea, immagine”. Ed ora il ritmo dei tamburi, diventato suono rosso, mi ha ricordato la storia lontana di quando, adolescente, organizzavo, al ginnasio e liceo, scioperi contro un professore prete ed un professore matto. Mi ribellavo alla realtà interna delle parole del prete che, sapendo la Divina commedia a memoria diceva, in verità, che Inferno, Purgatorio, Paradiso erano realtà. Così insinuava che il linguaggio poetico era descrizione di cose percepibili nella veglia. Ora so che il poeta prende e usa le parole ascoltate e parlate per esprimere un indefinito suono, la cui matrice e radice sta alla nascita dell’essere umano che è il vagito che tutti conosciamo. Ma nessuno ricorda il proprio perché alla nascita non c’è coscienza ed il pensiero è trasformazione del corpo per la luce inerte e fredda e per i suoni che la vitalità fa diventare umani; ed il poeta mette, nelle parole il suono caldo di un organismo vivente e lo porta alla scrittura creando termini che, scritti e silenziosi, hanno il suono del movimento dell’essere umano vivo.

I colpi dei tamburi ritmano, in modo monotono, il cammino delle bandiere rosse e non percepiscono la fonte di tante voci che urlano contro la cattiva maestra, ma so, “vedo”, che sono adolescenti perché i suoni delle parole arrabbiate sono un po’ acerbi, senza la raucedine dei sapienti adulti che hanno la gola rovinata dal fumo di tabacco di tanti anni di studi a tavolino. I suoni diversi si intrecciano ed io, rientrato nel cubo di vetro, seduto con i fogli davanti, guardo il gabbiano bianco immobile sul comignolo alto. E vengono memorie indefinite perché, come se non fossi addormentato, emergono immagini come quando si sogna la pioggia perché una goccia d’acqua è caduta sulla fronte e sulla bocca. Ma il gabbiano vola via ed io mi sveglio perché sento, chiara, la voce di Vittorio Foa che parla alla radio. Racconta e ricorda il 1946-47 e la continua crisi del Partito socialista con Nenni e Saragat, lui stesso e Lombardi. I socialisti si erano distrutti nel rapporto, confronto, scontro, con il Partito comunista. Ho visto, in una di queste notti d’autunno, un vecchio film di Pietrangeli del 1977: Porci con le ali, tratto dal romanzo di Lidia Ravera. Così vennero ricordi e il pensiero faceva collegamenti e nessi cercando di vedere oltre la percezione sensibile. Sono passati 40 e 50 anni e l’Analisi collettiva ormai cammina su solidi binari teorici ed una prassi consolidata: cura, formazione, ricerca. Era ormai notte fonda e fui preso da un giusto sonno.

E rivedo i protagonisti del film Rocco ed Antonia e gli ambienti e l’atmosfera del ’68. Ed il pensiero verbale compone parole angoscianti che si legano l’una all’altra come fosse un’orgia di serpenti accoppiati. È fatuità il termine che sembra dominare i comportamenti e i discorsi dei ragazzi, ed è insieme a superficialità, ma è trasparente perché vedo, oltre le lettere che compongono la parola, una realtà che tento di chiamare indifferenza ma, in verità, grida il suo vero nome che è anaffettività. Mi sorgono, nella mente, le frasi che vengono dal vedere muoversi i ragazzi: “Tutto è uguale a tutto, non c’è niente di importante; a tutti la stessa libertà.” Le parole poi, sibilano molte esse per comporre la parola sessualità che si rivela essere fatta di indiscriminate carezze tra uomini e uomini, donne e donne, tra due ragazzi che sembra si piacciano o si amino, con altri che non piacciono e non si amano. E vedo il volto di Antonia che, scopata da un amico del proprio ragazzo, guarda il soffitto, annoiata. E vedo muoversi Rocco come fosse sempre “svanito”; e la parola smarrito chiama, di nuovo, il termine tedesco Ratlosigkeit. Si era liberato l’irrazionale, ma non c’era la fantasia che avrebbe fatto una identità nuova; era dissociazione fredda. E così la parola libertà diventa il mostro invisibile che uccide le parole: identità umana. E ricordo il ’68 e le trionfanti commemorazioni di mesi fa. Forse non hanno visto il film di Pietrangeli né letto Lidia Ravera. Non hanno voluto comprendere quell’anaffettività che sta dentro una libertà che non ha la passione del rapporto uomo-donna. Forse la cultura non era in grado di capire che l’anaffettività nel rapporto uomo-donna, conduce poi alla schizofrenia del protagonista de I pugni in tasca che, forse, possiamo vedere nella deriva terroristica degli anni 70. La rivoluzione fu sinonimo di uccidere.

All’inizio dell’Analisi collettiva dissi «la libertà è l’obbligo di essere esseri umani». E la frase era l’espressione, nella voce, di una mia identità irrazionale che avevo realizzato facendo ricerca sull’inconoscibile; quella realtà umana che aveva sempre diffamato definendola mostruosamente animale, perché era senza razionalità; e queste ultime due parole erano state sempre sinonimo di malattia mentale, la pazzia. Vidi che l’anaffettività determinava la distruzione della mente che spingeva a provocare il fallimento del pensiero altrui. E non
riesco a vedere bene quale può essere stata l’atmosfera o la cultura che ha condotto alla euforia, fatuità, smarrimento mentale. Forse, personalmente ne sono certo, la ragione umana non è mai riuscita a distinguere la negazione dal rifiuto, perché ha sempre detto che il pensiero è soltanto coscienza.

Ma io, non è allucinazione, ho sempre sentito che l’irrazionale, con le sue immagini silenziose, diceva “diventerai uomo soltanto se comprenderai la donna”. E le parole diventavano concetto: non è possibile che la nascita umana sia diversa, la bambina è uguale al bambino. E la piccola logica aggiungeva: i genitali diversi non è la verità dell’umano. L’umano è il pensiero che non si vede con gli occhi. Poi, più grande, lasciai il pensiero cosciente fuori, chiusi la porta e la ragazza si spogliò. La vidi diversa, sconosciuta, ma fui invaso dal desiderio della pelle e chiusi gli occhi. Poi, nel silenzio, rilassati, sentimmo le voci che attraversavano i muri e le palpebre abbassate; non è necessario comprendere, basta il sentire il corpo e il desiderio diverso dell’altro. Poi andai in terrazza a prendere l’ultimo sole d’autunno, pensando che volli sempre, nella vita, studiare e sapere. Vidi e sentii, non era illusione, che i ragazzi con le bandiere rosse gridavano il nome di Giulia come il ragazzo di Diavolo in corpo. Ma il nome spariva e diventava una donna che diceva «il mio volto è la tua immagine interiore».

 
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