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di Massimo Fagioli I medici dicono che l’estate con il suo calore può essere dannosa per l’organismo anche perché i raggi del sole stimolano la pelle in modo eccessivo. Sono parole che mi hanno fatto pensare al rapporto dell’organismo umano con l’ambiente naturale che gli sta intorno. Poi, nel tempo, ho saputo che la pelle produce melanina che la rende più scura, ed il termine che si compose nella mente fu: reazione. Poi, passati molti anni, imparai che c’era, tra la pelle e la sostanza cerebrale, una matrice unica perché entrambe derivano dal più esterno dei tre foglietti primordiali, ovvero dall’ectoderma. E la conoscenza della biologia della realtà umana mi condusse, come si sa, alla visione e scoperta e teorizzazione della pulsione come reazione allo stimolo luminoso.
Ora è autunno, il sole è sceso verso l’orizzonte, sembra più pallido come se fosse stanco. Allora, con calma, cerco di vedere i sessanta anni trascorsi, perché e come ho pensato che la sete e la fame non sono pulsioni, e che quella parola, da sempre articolata, è legata all’altra che si pronuncia come annullamento; ed insieme “vidi” che sorge alla nascita, dalla realtà biologica, il pensiero cui detti il nome della figura di un ricordo cosciente, ovvero «inconscio mare calmo». Dissi “fantasia ricordo dell’esperienza vissuta”. Non avevo mai letto né udito, dai filosofi e psichiatri, neppure una vaga idea di una reazione dell’organismo quando “viene gettato”, direbbe Heidegger, nell’ambiente naturale esterno all’utero. Soltanto Otto Rank scrisse Il trauma della nascita, cui Freud rispose con Inibizione, sintomo, angoscia dicendo che non esiste nessuna reazione del corpo agli stimoli della luce, caldo, freddo, aria ecc. e che ci sarebbe una continuità tra la realtà endouterina e l’ambiente naturale esterno. Ricordo che rimasi allibito nel leggere quelle righe; mi domandai come fosse possibile mentire su cose evidenti o negare anche la piccola logica che scopre deduzioni ovvie; come poteva essere possibile pensare che l’organismo umano è senza reazioni, soprattutto quando passa dall’omeostasi del liquido amniotico, all’ambiente esterno. Come se il nato fosse morto, senza reazioni. È una assenza del pensiero che paralizza qualsiasi ricerca sul latente invisibile della mente umana. E ricordavo Laforgue e Pichon che avevano studiato quel sintomo detto scotoma; non vedere ciò che si guarda non avendo nessuna malattia degli occhi. Mi venne in mente di legare la parola volere alla parola vedere. Pensai che era un non voler vedere ed iniziai a cercare questa volontà, che poteva non essere cosciente. E non ricordo i movimenti della mente che portarono a condurre i termini “volere e senza coscienza”, alla pulsione. Forse fu una trasformazione perché nella parola pulsione il termine volontà non esiste più. Essa indica il punto in cui il biologico crea lo psichico.
Ma, nella storia, accade che Freud stroncò la ricerca scrivendo, ne Il feticismo, che esisteva soltanto la rimozione ovvero la dimenticanza. Tutti obbedirono e nessuno giunse mai a pensare la parola annullamento, oltre l’indicazione di una cosa eliminata, in stato di coscienza. E nessuno fu libero di pensare alla parola pulsione che restò alla stupidità di indicare la sete o la fame. A me, disubbidiente, venne in mente la frase “credere di rendere inesistente ciò che esiste”. Poi venne il pensiero che credere così era delirio; ma anche che questo pensiero patologico era una scoperta che portava la violenza umana oltre la realtà della parola distruzione, che aveva in sé l’idea della lesione, del frammentare un oggetto intero; si legava cioè, alle parole sparizione ed esistenza. Chiamai la pulsione, vista con una mente non razionale che scopre l’invisibile inconoscibile pensando, istinto di morte. Così, come ho fatto per tutte le realtà mentali sconosciute, con le parole esistenti ho “dato un nome alle cose invisibili”. Non so il perché; ma è come se avessi sempre avuto la certezza irrazionale che il pensiero ed il linguaggio verbale potevano essere fatte risorgere dalla loro aridità, se il suono delle lettere della voce articolata e della mano che scrive, ricreavano la fantasia del tempo prima della coscienza. E così, nell’usare la parola Istinto l’ho fatta diventare diversa, per cogliere ed esprimere il pensiero che la pulsione nasce dal corpo e va verso l’esterno. E così, se penso che non ha più il significato dell’istinto animale, mi prendo il coraggio di dire che l’ho trasformata.
Poi, nel tempo, ho scoperto che i poeti fanno perdere il significato letterale alle parole che, manifestamente uguali, esprimono e dicono “altro” invisibile; forse per il suono della voce, certamente per la composizione delle frasi che, come nel pentagramma della scrittura musicale, hanno un’armonia nelle parole che stanno una accanto all’altra, facendo ritmo e melodia. Come se il silenzio della scrittura avesse suoni, come se fosse voce: ma poi la fantasia mi disse che i poeti riuscivano ad urlare, lamentarsi, ridere, cantare come se fossero neonati. E quel suono non giunge alle orecchie ma i segnetti neri, quando c’è ricreazione del mare calmo della nascita, vanno da soli come polvere invisibile che fa Ratlosigkeit, agli occhi e al lobo occipitale; e si affonda nel sottocorticale e le frasi fanno muovere il biologico delle sensazioni, oltre le immagini e i sentimenti. C’era, fin dall’800 la dizione istinto di morte per indicare la tendenza alla distruzione. Io, misteriosamente, a questa terribile definizione, che già metteva accanto due cose che non si potevano pensare insieme, avvicinai istinto e morte alla parola conoscenza. Ora che guardo e ripenso, vedo che feci qualcosa di incomprensibile. Comporre il termine che, da sempre, aveva indicato una realtà ed un movimento proprio della specie umana, la conoscenza, con le parole che evocano, nella mente il non, la fine dell’esistenza di qualcosa che non è più percepibile: la sparizione. Il superamento della parola distruzione dice che è aumentata la possibilità di conoscenza delle cose della mente umana, affermate senza esistenza o definite inconoscibili.
Ed ora, dopo aver scritto le ultime righe, il pensiero ha ricordato due parole: annullamento e negazione. E mi chiedo se, nel tempo della ricerca siano venuti prima i termini verbali o l’intuizione e la visione delle realtà, cui poi ho dato questi nomi. Avevo, certamente, ascoltato il suono delle due parole ma, come ho ricordato, esse indicano fatti del comportamento umano. Ho condotto il termine ad indicare uno pseudopensiero umano, che è la credenza di una inesistenza. Pseudopensiero che è dovuto a “qualcosa” che nasce dall’organismo umano: ed ho pensato alla pulsione. Non so se la parola aveva, in origine, un tale significato; non lo saprò mai ma non importa. Scimmiottando i poeti, a quelle parole ho dato un senso nuovo dal momento che, ora, oltre l’indicare cose percepibili e ricordi, parlano di quel mondo invisibile della mente umana, che è stato sempre definito inconoscibile. E, di nuovo, ripenso a quanto accaduto l’11 agosto 2006, su left. Ho definito la nascita del pensiero, allo stimolo della luce sulla sostanza cerebrale, capacità di immaginare.
E, come a scuola quando si studia, ripeto per elaborare ciò che accade in stato di veglia, quando si pensa che l’immagine di un mare calmo diventa termini verbali che non hanno immagine né figura: capacità e immaginare. Sono parole che parlano di una attività che non ha contorni definiti, parlano di un movimento della mente. Forse penso, che quanto ho preso dai sogni dei pazienti, il ricordo del mare calmo, non parlava in modo esplicito di movimento che sorge, alla nascita, nella sostanza cerebrale. Le parole che scrivo, con certezza, essere state udite sono ripetute in modo diverso, talmente diverso che non sono più quelle di prima. Penso allora che posso scrivere che questo cambiamento nasconde una parola che, manifestata, è trasformazione. E così penso al poeta che trasforma le parole udite e imparate; ma penso anche al bambino che prende ciò che ascolta, per esprimere il proprio movimento che non è ancora pensiero originale: è soltanto la trasformazione del vagito della nascita.
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