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di Massimo Fagioli

Novembre. Dicono che è autunno, ma il tempo della luce del giorno è sempre più breve. Mi hanno insegnato, quando ero piccolo, che ciò accade perché la terra si avvicina al perielio, che è il punto più vicino al sole. “Che cosa strana, pensai, più è vicino, e meno luce e calore c’è!?”. Mi dissero: “È perché i raggi del sole sono più obliqui e, pertanto, in un centimetro quadrato ce ne sono di meno”. Io ascoltavo e tacevo; ma pensavo, in silenzio, “parlano come se avessero potuto contare i raggi del sole. I raggi del sole non si possono contare”. Neppure la memoria senza coscienza riesce a farmi vedere se elaborai il pensiero verbale che avrebbe detto «i raggi del sole sono infiniti». Ora penso che la certezza dei grandi, nel rapporto con la realtà, era dovuta alla fiducia negli scienziati che avevano visto le cose ed acquisito la conoscenza. “Ma la distanza della terra dal sole non può essere vista come i batteri, e i raggi del sole non hanno singole unità separate dalle altre”. Forse sono state queste obiezioni che, poi, mi hanno fatto pensare al metodo che conosce la realtà delle cose senza percezione diretta di esse. Ed ora è come se vedessi l’immagine indefinita di ciò che ho fatto, come psichiatra, in cinquanta anni. Su tutto dominano, come fosse il sole d’estate che, talora, si copre di nuvole nere che minacciano pioggia, due parole che regnavano dalla fine degli anni 50, quando, avventatamente, scappai dal posto di ruolo dell’Ospedale psichiatrico di Venezia: percezione delirante. Come quando la forte e fitta pioggia allaga le strade della città e l’asfalto assume il colore diverso, così l’inchiostro bleu delle parole scritte copre la tavola della scrivania come una vernice liquida ed è lo sfondo in cui, senza rendermi conto, scrissi le frasi “clinica psichiatrica, diagnosi di malattia mentale, interpretazione dei sogni”. Lettere che disegnano parole bianche. Poi molti piangevano quando sognavano la neve e non riuscivano a fare l’immagine della farina che, con l’acqua, fa quel pane che parla di una cosa nuova, che prima non c’era, e canta le parole trasformazione per loro e creatività per chi cura, dando pensiero verbale alle immagini oniriche raccontate. E c’era, a quei tempi a Venezia, l’aria inquinata, come quella di Marghera, della stupidità concentrata nel nome santificato, Freud, che credeva di scoprire il latente dei sogni con il ricordo cosciente. C’era la violenza degli scritti di Binswanger che davano il non cosciente dell’essere umano, non esistente. Partorirono la frenastenia del basaglismo che risolveva la malattia mentale con la festa del cavallo di cartapesta. Ma nessuno era stato attento a quella parola tedesca composta: Wahnwahrnemung. C’era anche il comunismo che aborriva l’irrazionale che considerava fascista; pensano, infatti che la forza e la vitalità sono soltanto dell’apparato muscolare; c’era la credenza nell’antico detto “mens sana in corpore sano”. C’erano anche duemila anni di cattolicesimo che aveva sempre visto l’irrazionale come demoniaco. Nonostante il messaggio triste della morte di de Martino, scrissi di percezione delirante e di psicoterapia di gruppo.

La settimana scorsa mi sono svegliato ed ho visto l’elezione di Barack Obama, l’americano dalla pelle scura nato da padre keniota; ricordo che ero andato, un mese fa alla manifestazione contro il razzismo. E sento, di nuovo, il canto di un solo ritornello di una canzone che pochi hanno, in verità, imparato «tutti gli esseri umani nascono uguali». Non è sufficiente, evidentemente, vedere che il respiro ed il vagito sono, alla nascita, gli stessi per tutti. Nel rapporto con la realtà umana ci sono altre idee che non seguono la coppia percezione-pensiero. E così, di fronte al razzismo, che mi suscitò sempre orrore per la sua violenza stupida, mi chiedevo se potevano, nella più completa cecità e ignoranza, aver intuito che esisteva un genoma; o che esisteva, alla nascita, un pensiero che poteva non essere diverso da un individuo all’altro. Ma nessuno era mai riuscito a pensare e vedere la cosa invisibile che era la nascita, dalla realtà biologica, della capacità di immaginare. E così la ragione, intelligente nel conoscere il mondo non umano, era stupida nel momento in cui, per essere, era necessario pensare la parola uguaglianza in modo nuovo, per cui il colore della pelle e dei capelli diverso, era uguaglianza tra gli esseri umani. Il pensiero doveva andare oltre la veglia e la coscienza; così le parole diventavano diverse. E venne la composizione delle parole che suonavano come: fantasia di sparizione. Due parole diverse che si armonizzavano l’una con l’altra, anche se il significato manifesto di esse era in totale opposizione: fantasia è fare immagini, poesia, arte; sparizione significa formare il nulla. Avevo portato il pensiero verbale a “vedere” la dinamica dello stimolo luminoso che provoca la pulsione di annullamento del mondo e, simultaneamente, la creazione dell’immagine indefinita che è pensiero umano. E, insieme, pensai alla parola trasformazione.

Sentivo che dicevano, alla radio, «non si comprende come, dopo 150 anni, ancora non si accetta la teoria di Darwin, sull’evoluzione». Forse è stata questa frase la causa di quanto ho scritto, riproponendo, con parole diverse, ciò che ormai è nota come: Teoria della nascita. Ed accanto al metodo di conoscere per deduzione, con la logica che non è razionale, penso sempre che è la parola trasformazione che non si riesce a comprendere. E penso che, da tempo indefinito, ho preso le parole, comunemente usate per indicare gli oggetti percepibili nella veglia, per dire e rivelare le cose invisibili ai cinque sensi. La coscienza non è più protagonista della conoscenza e trascina con sé, nella povertà, l’identità umana come ragione. E forse comprendo perché, talora, mi sono trovato di fronte esseri umani simili a me stesso la cui crisi può, ora, essere nominata come: delirio di persecuzione, Wahnstimmung, Ratlosigkeit. Di fronte al pensiero nuovo si rompeva la corazza della ragione fredda e dentro il corpo, nella non ragione, non c’era la fantasia. Se io dicevo “hanno perso la nascita”, nessuno poteva capire perché conosceva la nascita dell’essere umano soltanto come respiro e vagito.

Forse è meglio che mi rilassi in poltrona per non dubitare che sono caduto nella Ratlosigkeit; ho soltanto lo stato mentale detto tra sonno e veglia. Così compaiono le memorie delle voci distanti da me che, come lamenti isolati di coloro che sentono e non capiscono; dicevano che la mia voce era diversa quando parlavo a Radio radicale il 18 ottobre, da quando facevo lezione al corso di Psicologia a Chieti, da quando interpretavo i sogni. Perplesso, ho cercato e cerco i movimenti profondi della mente che non si vedono e non si ascoltano. Ed il pensiero silenzioso dà nomi all’irrazionale che sembra razionalità lucida ma nascosto, non c’è smarrimento. È uno stato che non ha perduto il senso del tempo, e le parole sono chiare perché sono trasformazione del vagito che definisce, nel suono, l’immagine indefinita della nascita; ed anche, nel silenzio  dell’immagine, nella scrittura, la linea.  

Ma una lieve fibrillazione della pelle della fronte, dove non ci sono muscoli, avverte la coscienza che, forse, l’essere senza ragione è sensibile. È la parola interpretazione che ha abbandonato il ricordo del teatro e degli attori per legarsi alla parola sogni. Qual è la voce che trasforma le parole udite, che descrivono immagini in altro pensiero verbale, usando le stesse lettere per comporre il disegno fatto soltanto da piccole linee? Non so; la odo certamente quando parlo perché le onde sonore giungono alle mie orecchie, ma non la comprendo: la comprendono gli altri e mi dicono parole incerte. Ed io, fermo, senza certezza scientifica, cerco di scoprire se sono negazioni o sensibilità irrazionale, o intuizione. Ma, se poi ci ripenso, non so se le mie parole erano armoniche con le cose. Forse non saprò mai se, nel lasciare l’interesse per le cose materiali che mi danno benessere, realizzo una indifferenza un po’ esagerata, che non riesce a tenere lontana la parola anaffettività, che è il male degli esseri umani.

 
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