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di Massimo Fagioli

Forse è perché, davanti a me, ho una bella terrazza che ha formato, in dieci anni, molto verde. Le foglie, mosse dal venticello d’autunno, si spostano in alto e in basso e orizzontalmente, come se provassero un passo di danza. Ma io, distratto, vedo che senza seguire una linea, il colore si muove come se fosse una superficie del mare che vive di onde lunghissime, così lievi da sembrare immobili. So che la terrazza è diventata più grande perché la vedo attaccata, come una sorella siamese, al cortile che sta davanti allo studio di via Roma Libera che, con le sue grandi ali, lo abbraccia con amore. L’ingresso è fitto di piante verde oliva e quasi tutti devono camminare segnando una sinusoide e chinarsi un po’, per non farsi spettinare dalle foglie puntute. Ma i rami delle kenzie che fanno una linea arcuata come un dorso che si inchina piegando la testa si curvano, talvolta, un po’ di più per carezzare i capelli di qualche bella ragazza. E sono tante le donne belle, che vedo entrare nello studio, una dopo l’altra. Ricordo che tanti anni fa, entrate e sedute, chinate in avanti come le foglie aguzze delle kenzie, pronunciavano parole e la voce non riusciva a nascondere un lamento lungo che diceva di una storia “sto molto male”. Lo psichiatra, che aveva fermato il cammino, perdeva la coscienza e ricreava la fantasia del tempo in cui non aveva parola e vedeva, dentro le parole udite, le cose che non si mostrano ai sensi. Sono forme vaghe, evanescenti, e l’assenza di colore dice che sono esangui, volti pallidi che non riconoscono più loro stessi. E subito, come se si svegliasse, dava un nome a tutto ciò che non ha fisionomia: angoscia, depressione, carenza di vitalità, anaffettività. Poi parlava ed i termini che definiscono le realtà terribili di una mente malata, non venivano pronunciati. Diceva che gli erano venute in mente figure che sono rappresentazioni delle cose sentite con i cinque sensi, che le immagini strane del sogno sono la trasformazione delle cose percepite. È pensiero perché parlano con la loro forma e movimento; “ora le dobbiamo trasformare, diceva, in pensiero verbale che fa conoscenza”. Dobbiamo ricreare il suono del vagito neonatale, trasformare l’immagine indefinita della nascita in linea che dà forme definite alle parole. Così il linguaggio incomprensibile delle immagini può essere capito per l’accordo che il bambino fa con l’adulto, di pronunciare i suoni che gli nascono spontanei dalla mente in modo uguale a lui. Così adulto e bambino si capiscono, perché danno lo stesso nome alle cose che li circondano.

Ora scrivendo, penso che dopo trent'anni, non è tutto uguale. E penso che con il camminare e la parola, quasi tutti dimenticano il primo anno di vita quando la mente, senza le azioni del corpo impotente, era soltanto sentire e immaginare. Nel sonno ritornano le immagini silenziose che non sono figure del ricordo, perché la fantasia crea forme che non esistono nella realtà delle cose viste e udite. È la trasformazione della percezione della veglia e della coscienza che un elementare e sano rapporto con la realtà umana fa vedere con certezza. Già scrissi della sparizione della veglia, coscienza, linguaggio articolato, movimento del corpo e comportamento. Forse non ho detto abbastanza che non è mai esistita una trasformazione del corpo, non esiste, ed è pensabile che non esisterà mai. La parola trasformazione si lega soltanto al pensiero, alla dinamica tra immagini e linguaggio articolato e scrittura. E la logica dice che si può pensare così se si è acquisita la conoscenza della realtà invisibile della nascita del pensiero dalla realtà biologica. Allora riesco a dire le parole che indicano ciò che può e, forse, deve accadere nella sua mente. La percezione delle parole che raccontano il sogno descrivendo le immagini, fa comparire nella mente dello psichiatra immagini che sembrano simili a quelle descritte ma, in verità, è un pensiero che “vede” oltre la percezione stessa. E il ricordo di Padova, cinquant’anni fa, compare con le parole che dicono “percezione delirante”. Ma questa volta, il senso che lo psichiatra esprime in parole, esiste: non è delirio. È un sentire, intuire, “vedere”, dedurre quanto i cinque sensi non percepiscono. Ed è una attività del pensiero che non è ragione, ma fantasia; la ricreazione del pensiero che è capacità di immaginare. Non è fantasticheria masturbatoria che ha, nell’invisibile, l’annullamento della realtà che ci circonda ma è reazione di fantasia alla voce che viene dall’esterno di sé.

Una seduta di psicoterapia di gruppo iniziò con una voce che diceva: “Fuori di qui è diverso; non ci sono questi pensieri, non c'è questa ricerca”. Mi trovò preparato perché avevo vissuto, giorni prima, con perplessità e mille pensieri la notizia che, al congresso mondiale di psichiatria, nessuno aveva parlato di inconscio. Das Unbewusste non era stato neppure nominato. Mi tornò in mente Padova e quegli anni in cui avevo imparato a fare diagnosi psichiatriche, anche se la cura consisteva soltanto nel fare coma insulinici, elettroshock e Largactil. E scrissi di percezione delirante aprendo la strada alla ricerca su quella realtà della mente senza coscienza, che era stata definita inconoscibile dai tempi in cui si era formato il pensiero verbale, oltre le immagini... o per la condanna delle immagini definite animalità, ovvero non umane. Cinquant'anni dopo la psichiatria ignora... annulla anche la stessa esistenza di un pensiero senza coscienza, oppure non lo nomina perché crede nel dogma della inconoscibilità; pertanto sarebbe inutile ogni ricerca. Ma così non pensa e non dice che lascia il pensiero alle credenze religiose che affermano che il pensiero, che non è materia percepibile, è spirito, anima scissa dalla realtà biologica, che si libera del corpo alla morte di esso. Si ignora, si annulla che, quando la sostanza cerebrale non funziona più, il pensiero non c’è più, è sparito, non c’è più l’esistenza di esso.
Il mese di ottobre, dopo 28 anni, finiva bene e ci siamo chiesti come avremmo potuto rapportarci e dialettizzare con la cultura esterna alla nostra ricerca. Ora l’Analisi collettiva non è più formata da gruppi visti insieme al termine: psicosi. Ora sappiamo pensare tante cose sulla realtà umana mentale senza coscienza. Come dirlo a coloro che non hanno fatto questa ricerca?

Fu una bella manifestazione della sinistra che chiamano radicale, l’11 ottobre scorso. Era un bel sabato di sole e sembrava ancora estate. Erano tanti ed il fiume di persone, riempì camminando, via Cavour per alcune ore. Mi immersi in mezzo a loro e raggiunsi lo striscione di stoffa che aveva, in entrambi i lati, left. Vidi così che il settimanale aveva manifestato, senza compromessi, la sua identità politica: Sinistra. Coraggioso, pensai, dopo la catastrofe elettorale del 14 aprile. E, ancora di più, dopo che negli ultimi mesi si è palesata una dispersione che, da vari anni, si accentuava sempre di più, fino a far pensare ad una sua sparizione. Poi, nei giorni successivi, il ricordo si presentava alla mente facendo il confronto con il 20 ottobre di un anno fa. Ed era detto con certezza: era diverso. Il rosso della mia camicia si mosse e sentii, come un soffio di vento, la parola vitalità.

Le giornate diventano piovose ed io, nel mio cubo di vetro, comincio ad udire canti, grida, slogan. Erano gli studenti che si ribellavano alla legge che tagliava i fondi alle scuole. Sono uscito nella terrazza, nonostante il vento freddo e la pioggia, ed ho visto tante bandiere rosse. Forse ho sognato, ma la memoria che non è cosciente, mi faceva apparire le masse che invadevano strade e piazze, 40 anni fa. Ma quella bella immagine di donna magra mi diceva, come il grillo parlante di Pinocchio, “vedi che è tutto diverso; non vogliono soltanto la libertà; c’è la rivolta a chi vuole impedire la formazione di una identità sapiente come scelta dell’Io che non è ragione”. Ho pensato: allora forse è rifiuto e non negazione. Le mani erano fredde per la pioggia, ma ho applaudito. Forse commosso, ho visto che la piccola sinusoide del cortile di via Roma Libera era diventata un fiume rosso, che faceva tre lunghe curve verso piazza Navona.

 
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