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di Massimo Fagioli Anche l’ottobre 2008 è passato, ed io penso che il decimo mese dell’anno ha avuto, da tanti anni, un’attenzione particolare: so il perché. Il ricordo cosciente dice che è dall’ottobre 1980, quando ci fu la grande crisi nel setting dei quattro gruppi dell’Analisi collettiva. La fantasia e le immagini oniriche dicono che ci fu anche prima. È così facile pensare al 1975 quando erano iniziati quegli incontri che sarebbero stati precursori di ciò che chiamarono «Psicoanalisi d’assemblea all’università». Ma anche al 1976 quando a settembre, dopo la pausa estiva, le sedute di psicoterapia di gruppo ripresero regolarmente. Ma poi la ricerca va ancora indietro al ’74, quando scrissi i due volumi che seguirono il primo, e quindi, al ’71, quando era in bozze Istinto di morte e conoscenza, che avrebbe dovuto essere stampato in quei tempi dell’anno; i freudiani si opposero... infuriati; uscì nel gennaio 1972. Andare oltre, a prima, è pericoloso perché frammenti di immagini oniriche non permettono la traduzione di essi in un pensiero verbale coerente. Ad ottobre c’è la progressiva diminuzione del calore e della luce, cadono le foglie ormai ingiallite dagli alberi; lo chiamano autunno, avendo diviso i 365 giorni dell’anno in quattro parti. Ottobre: la parola crisi ora chiede la verità. A quel tempo nessuno alterò il comportamento, non c’era, palesemente, un cambiamento patologico del pensiero verbale. Non c’era uno psichiatra che affrontava le manifestazioni delle malattia mentale. Si potrebbe dire che erano tutte persone normali. Ma, dopo, comparvero alla mente due parole «gruppo psicotico». Non era facile trasferire la certezza della diagnosi psichiatrica di sindromi manifeste, alla certezza della comprensione di immagini oniriche... che non erano ricordi infantili ma dicevano... Ma ancora più difficile era “comprendere” ciò che era stato sempre chiamato “affetto”, perché non era manifestato neppure nel comportamento affettuoso. Avevo scritto di odio e di rabbia, ed anche di indifferenza ed anaffettività. Erano state elaborazioni teoriche di una prassi terapeutica con singoli malati, in un classico studio medico-psichiatrico. Furono anche elaborazioni di rapporti personali privati in cui il funzionamento degli organi aveva reagito in modo più... turbolento. Avevo scritto di pulsione di annullamento e di negazione. Ed, ogni volta, la mente riusciva a distinguere il livello di violenza nella deformazione dell’immagine onirica. E vedevo la piccola negazione che potevo collegare ai termini invidia ed isteria, o la grave negazione che rivelava una base di anaffettività che mi faceva pensare alla malattia mentale, anche se il comportamento e il linguaggio cosciente erano normali.
Ma là, a quei tempi, avevo di fronte una massa di sconosciuti che venivano e andavano via; e forse per l’irrazionale, era come se fossero fantasmi o immagini oniriche non eliminate dalla veglia e dalla coscienza. Ma restai calmo per anni, trasformando le immagini raccontate in suoni che parlavano, e le mie parole spingevano il pensiero irrazionale degli altri a diventare coscienza e conoscenza. Ma ora penso allo stato di coscienza che avevo io che, forse, era soltanto apparenza. Più coscienti di me, coloro che raccontavano i sogni non sapevano distinguere la memoria senza coscienza dai ricordi; dicevano “ho dimenticato il sogno, ricordo il sogno”. Forse, senza rendermi conto, rispondevo senza nessuna sapienza razionale. Chissà in quali giorni venne il pensiero che diceva di una immagine indefinita, perché due parole si erano separate e distinte l’una dall’altra: regressione e ricreazione. E venne l’orrore per quelle menti razionali che dicevano che tornare bambini era malattia mentale. Nonostante Caravaggio e Picasso, l’essere umano non aveva mai pensato che, nell’irrazionale, c’era la fantasia e non la pazzia. E l’arte era ricreazione della nascita e del primo anno di vita che non ha parola articolata; soltanto immagini e la musica del vagito neonatale. Così, deducendo con il pensiero non razionale, si può dire che, evidentemente, in quell’ottobre lontano avevo, dentro di me, la “certezza dell’essere senza ragione”. Il perché è, logicamente e razionalmente, evidente. Il pensiero razionale non aveva mai potuto interpretare i sogni. Io, fin dall’inizio, ho risposto interpretando i sogni senza aspettare i ricordi coscienti delle sciagurate “libere associazioni”, che sono negazioni o bugie che tendono ad ingannare, perché il paziente è legato al terapeuta interprete dal transfert negativo. Nella teoresi della cosiddetta psicoanalisi non esiste la scoperta di quel latente definito negazione; perché non hanno mai “visto” la pulsione di annullamento che produce anaffettività. Ma ora chiedo perdono perché, preso dal raccontare le cose invisibili che ho visto e conosciuto, ho perso la ricerca sulla parola crisi.
Viene un pensiero che potrebbe rimediare: la persona va in crisi perché ha visto qualcosa di nuovo nell’umano che non vedeva prima, o non c’era. Quanto è evidente è che, nel 1980, oltre un nuovo libro, una nuova seduta di psicoterapia il martedì, era evidente che l’Analisi Collettiva era salva perché via Roma Libera era pronta per accogliere i gruppi per la seduta di psicoterapia. Rimaniamo in piedi davanti ad un paesaggio avvolto in una nebbia fitta che lo rende quasi invisibile. Le parole dell’interpretazione scoprono e rivelano il pensiero nascosto nelle immagini oniriche descritte. Così vedo che sono state le parole “hanno visto, in una realtà umana, qualcosa che, prima, non potevano vedere per l’annullamento o non volevano vedere per la negazione”. Pensai alla Ratlosigkeit che si traduce smarrimento; ma, in italiano, la parola indica il non sapersi orientare nello spazio. Nella malattia mentale il disorientamento non è nello spazio perché sarebbe confusione. Deduco: la crisi è perdere il rapporto con il tempo. Allora ho pensato “hanno perso il senso del tempo perché hanno sentito, intuito e visto qualcosa di nuovo, che prima non c’era”: la verbalizzazione e la conoscenza della pulsione umana e della negazione che è alterazione del rapporto con la realtà umana per deformazione delle immagini oniriche. Allora ho pensato che il tempo dell’uomo era fermo per la negazione delle sue possibilità di sviluppo mentale ed io, scrivendo, l’avevo mosso.
La penna, ora, si ferma. Alzo gli occhi dal foglio e cerco di vedere, lontano, le cose che sono invisibili. Se cioè negli anni 70, nel tempo del ’68, era possibile pensare la verbalizzazione della realtà invisibile della nascita umana. Se era possibile comprendere il termine trasformazione; o, ancora più invisibile, avevano intuito una realtà umana irrazionale nuova. Marx aveva detto che i filosofi avevano interpretato il mondo, «ora si tratta di trasformarlo»; ma aveva anche detto che tutto sarebbe cambiato con la prassi politica. Teorizzò così la necessità della violenza dell’uomo sull’uomo. Ed ho già detto che la carenza mentale era la mancata distinzione tra negazione e rifiuto. Ed ora non riesco a vedere lontano se la cosa nuova, cui tanti non si sono rapportati, era la scoperta della nuova identità umana. Non era ragione, era irrazionale.
Ed ormai è ovvio pensare che è il suono della parola irrazionale che determina, negli uomini, la crisi. Penso che, da millenni, è sinonimo di pazzia. Da tanto tempo, diversamente, penso che ciò che non è razionale, è proprio degli esseri umani; ma non pensai che era soltanto pazzia. L’irrazionale fa fare cose inutili e belle. Hanno parlato, alla radio, di Ernesto De Martino; hanno ricordato che aveva condotto una ricerca appassionata sull’irrazionale. Fu guardato male dall’intellettualità comunista e isolato. Ricordo la mentalità comune la cui cecità violenta legava la parola vitalità, all’agilità della forza muscolare animale. Ricordo che il comunismo condannò sempre ogni ricerca su ciò che chiamavano inconscio. Ho sentito la triste notizia della morte di Vittorio Foa; spirito critico, sempre di sinistra, non era mai stato comunista. Non c’era soltanto Lombardi, sessant’anni fa. Poi ho visto Fausto di fronte alla massa di capelli rossi, che diceva che il comunismo era morto. |